ECCO IN PRIMA PAGINA L’ARTICOLO DI GRILLO PARLANTE SU QUEL CHE HA SCATENATO LA GIUSTISSIMA, SACROSANTA AZIONE MILITARE ISRAELIANA A GAZA, DA CUI POSSONO PARTIRE E PARTONO 200 MISSILI AL GIORNO STOCCATI IN 80 CHILOMETRI DI GALLERIE SOTTERRANEE, TUTTA ROBA IRANIANA, E AGGIUNGO, IO DI MODIFICHE SU ARMI FORNITE DALLA RUSSIA DELL’AMICO PUTIN, “IL NOSTRO GRANDE VLADIMIR”, PER CAPIRCI.
Tutte cazzate. Chiedo scusa a tutti, odio esprimermi così, ma non saprei a chi assegnare la medaglia d’oro alle Olimpiadi dell’Ipocrisia. Israele viene bombardata da mesi, tutti i giorni, con missili, razzi e colpi di mortaio e nessuna Cancelleria è stata presa dall’affanno, nessuna lacrimuccia ha solcato volti altrimenti impegnati in brindisi e bagordi.
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Ovviamente la Lega Araba ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di prendere “una posizione sull’aggressione israeliana contro Gaza” e Mahmoud da Teheran ha chiesto di” impedire al regime sionista di continuare i suoi crimini, prova dell’atteggiamento aggressivo del regime sionista e risultato del silenzio della comunità internazionale di fronte all’accerchiamento ingiusto degli abitanti di Gaza”. Finora all’appello manca la reazione italiana.
Gli attacchi dell’aviazione israeliana erano attesi ma non erano dati per scontati anche se i segnali c’erano tutti. Il 14 dicembre due palestinesi membri di Hamas, Iyad Abid e Abdullah Abid, vengono arrestati mentre progettavano di abbattersi con un aliante imbottito di esplosivo su una stazione di sorveglianza elettronica dell’IDF nei pressi di Gerusalemme. Il 17 dicembre, dopo due giorni di attacchi ininterrotti, 21 missili colpiscono l’area del centro commerciale di Sderot provocando 12 feriti. Il giorno 21 l’intelligence israeliana è al massimo livello di allerta: i dirigenti di Hamas iniziano a nascondersi nei tunnel scavati sotto Gaza (sono lunghi ottanta chilometri). Il 22 dicembre, per la prima volta in assoluto, compare l’antiaerea palestinese: un elicottero israeliano Apache viene fatto segno di “attenzioni” prima che sorvoli la striscia nei pressi di Nahal Oz.
Il 23 dicembre si tiene una grande esercitazione di difesa da attacchi missilistici nelle città israeliane meridionali di Ashdod, Ashkelon, Kiryat Malachi, Kiryat Gat, Gedera e Yavne e il giorno dopo oltre cinquanta missili lanciati da Hamas si abbattono sulle città israeliane distruggendo case, aziende, strade, veicoli e facendo registrare 57 feriti. Il giorno di Natale Hamas chiede a Teheran di minacciare un intervento se gli israeliani dovessero lanciare un attacco su Gaza, ma gli iraniani (che non sono scemi) rispondono che preferiscono aspettare l’evolversi della situazione; il ministro degli esteri Tzipi Livni intanto è a Il Cairo ad avvertire gli egiziani, a dirgli cioè che per attaccare non avrebbero chiesto il permesso a nessuno. Nella notte l’intelligence israeliana informa i libanesi, che intervengono trovando otto lanciarazzi (caricati con razzi RAAD da 107 mm e missili Grad da 122 mm) pronti a far fuoco contro le città di Nahariya e Maalot in Galilea. Le armi erano state consegnate da Hezbollah ad Hamas nel campo palestinese di Ain Hilwa con lo scopo di aprire un secondo fronte a nord se Gaza fosse stata colpita.
In una settimana oltre 200 missili di Hamas hanno martellato Israele (ben cinquemila dal 2005, quando si è ritirato da Gaza) tenendo sotto tiro 250.000 cittadini israeliani. La reazione dell’aviazione è iniziata alle 11.30 locali con l’operazione “Cast Lead” alla quale hanno preso parte 150 tra aerei ed elicotteri con un centinaio di obiettivi designati: postazioni militari e di comando di Hamas, stazioni di polizia e il porto. Le vittime al momento sono 255, i feriti 330. Hamas è stata ingannata e colta di sorpresa: anzitutto i media hanno dato ampio risalto alla riunione di Gabinetto del 25 che pur approvando un’operazione militare la rimandava nel tempo e comunque non prima di un prossimo incontro; poi tramite gli egiziani sono state riferite ad Hamas informazioni “attendibili” circa gli israeliani che non avrebbero attaccato di sabato, Sabbath.
Parecchi comandanti ed effettivi di Hamas ci sono cascati al punto che hanno lasciato i rifugi sotterranei per presenziare ad una cerimonia militare nel loro quartier generale. E qui gli israeliani hanno colpito duramente causando le maggiori perdite, tra cui il capo della polizia di Hamas. Un portavoce militare israeliano ha dichiarato che l’operazione è “appena iniziata” e se necessario verrà ampliata e intensificata. Infatti la gran parte del potenziale offensivo di Hamas è rimasto intatto nei bunker sotterranei. Si stima che il potenziale missilistico sia oggi di circa 200 lanci giornalieri, compresi i nuovi ordigni con portata pari a 42 chilometri e che raggiungerebbero altre cinque città israeliane compresa la periferia di Beersheba.
Azzardo una mia personalissima opinione. Malgrado gli annunci ed i timori quello a cui stiamo assistendo non è il regolamento di conti con Hamas. Manca l’oste, manca l’Iran senza il quale non se ne viene a capo. Le azioni quindi saranno contenute e mirate a disarticolare le infrastrutture di comando e controllo dei miliziani legati a Teheran, a logorarli sul fronte interno, a tenerli sotto pressione e ad evitare il più possibile il coinvolgimento di civili che favorirebbe i fanatici di Hamas anche in Cisgiordania. Ad evitare anche l’apertura di un pericoloso secondo fronte a nord contro Hezbollah, alla frontiera con il Libano: in dicembre il comandante di Al Qods, generale Qassem Suleimani, si è incontrato a Beirut con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, proprio per concordare una risposta ad eventuali operazioni a Gaza. Probabilmente anche la politica interna israeliana e le elezioni di febbraio spingono per una “mezza” misura. Olmert ormai è ridotto ad un fantasma e il suo gabinetto è stato criticato furiosamente proprio per l’inazione passiva mentre cadevano i missili palestinesi. Ehud Barak, Tzipi Livni e Ronnie Bar-On devono vedersela con gli avversari del Likud guidati da Netanyahu e non possono farcela mentre i cittadini israeliani corrono nei rifugi anti-missile e gli scolari rimangono a casa. E non possono farcela neanche se Hamas riesce a risucchiare l’Esercito Israeliano nelle strade di Gaza e a tenervelo inchiodato sotto l’occhio impietoso delle telecamere di mezzo mondo.
Quindi le discussioni serie con Teheran ed i suoi protetti sono rimandate a febbraio, quando il dossier iraniano la farà da padrone una volta insediati Obama e il nuovo Primo Ministro di Israele. Infatti grazie all’aiuto di Putin (attraverso l’azienda statale Atomstroyexport) la centrale nucleare di Bushehr entrerà nella fase ultima del completamento ed entro il 2009 si stima che Ahmadinedjad potrà disporre di materiale fissile sufficiente per assemblare tre bombe A. Fonti americane di intelligence hanno già confermato che il Cremlino ha venduto all’Iran missili terra-aria a lungo raggio S-300 ponendo Israele ad “un punto di decisione poiché una volta dislocato, il sistema anti-aereo è in grado di rilevare qualunque attacco contro i siti iraniani”. E la consegna pare che verrà effettuata in fretta e furia visto che appena lunedì scorso una “fonte diplomatica” a Mosca ha riferito che non bisognerà attendere che i missili escano dalla fabbrica. Sono già pronti, verranno prelevati direttamente dalle riserve di emergenza del Ministero della Difesa russo e spediti a Mahmoud.
Queste sono le mie prime impressioni buttate giù a caldo, poche ore dopo l’inizio delle operazioni a Gaza. Nei prossimi giorni cercherò di saperne e capire di più. Un punto solo mi sembra assodato: lo Stato di Israele è ancora una volta accerchiato e solo.




