PAOLO GUZZANTI

Ecco qualche notizia su me stesso che non troverete probabilmente su Wikipedia. Sono nato, e questo è innegabile, il 1° agosto del 1940, quando l’Italia era appena entrata vigliaccamente in guerra contro una Francia già battuta dai tedeschi. Sono nato antifascista e antinazista, perché a 3 anni, sotto i bombardamenti di Roma, ero felicissimo. Il rumore cupo e monotono su due corde dei bombardieri sopra le nuvole mi sembrava il suono di un organo e le esplosioni mi eccitavano come i tuoni: “Senti nonno che va in carrozza?” si diceva a quei tempi ai bambini per tranquillizarli durante i temporali. Il nonno che andava in carrozza era Winston Churchill, mio futuro mito.

La mia scuola delle elementari era davanti al Panteon e la mia maestra, Agnese Marcucci, era una prosperosa zitella rossa di capelli che mi aveva in simpatia perché io ero uno scolaro completamente pazzo, indisciplinato e ingestibile. Per questo mo temeva sulla cattedra con lei. La mia indisciplina consisteva nel fare il verso a tutto e a tutti, riprodurre suoni e facce, prendere in giro tutto ciò che mi sembrava falso. Prima della scuola e dopo i bombardamenti c’era stata la fase dello sfollamento in campagna, vicino Roma in un paese che si chiamava Aspra e oggi si chiama Casperia.

Ricordo la marcia degli stivali tedeschi nella notte, le auto a carbinella, zio Ciccio e zio Fausto presi dai tedeschi e messi a guardia dei pali del telefono contro i sabotaggi dei partigiani, il prosicutto nascosto con le patate sotto il letto di nonna e un fascistone di nome Sorgonà che venne a fare la perquisizione e al qiale rivelai il nascondiglio. C’erano anche molti vermi ovunque, non eisteva il frigorifero e la televisione, si sentiva la radio con le commedie e si ascoltava di notte Radio Londra. Mio nonno Vincenzo Guzzanti professore al liceo Visconti faceva colpi di mano travesito da ufficiale tedesco finché non lo arrestarono e non lo portarono a via Tasso dove fu torturato e poi iberato dagli americani. L’altro mio nonno Primo Balducci fu redattore capo della Nuova Antologia, avvocatyo, giornalista, prete spretato, socilaista, grecista ed ebraista, trdusse i vangeli apocrifi e alla fine una revolverata in un’armria lo freddò nel 1921. Mio padre Corrado era nato ingegnere del traffico e ei occupò sempre di tram, autobus, metropolitane e sistemi viari. Suo fratello Elio è medico, è stato ministro della Sanità con Dini ed ha quasi 90 portati bellamente. Mia madre è morta il giorno prima di Litvinenko, nel novembre del 2006.

Una notte arrivarono gli americani e ci furono delle stupende raffiche di mitra sotto le finestre della nostra casa di via del Monte della Farinna, che sorge sopra il Senato Romano, con la statua di pmpeo (riproduzione improbabile) nel cortile: fu là che ammazzarono Giulio Cesare e io andavo spesso in una misteriosa cantina dove, spostando un vecchio cassettone potevo viaggiare nel passato. Catilina era un mio amico e c’erano molte figure ombrose e misteriose con cui giocavo. Con gli americani arrivò il boogie woogie e si scherzava cantando una vecchia strofetta che diceva: “Cosa fanno gli alleati? Sempre sbronzi-sbronzi son’”.

Dopo la guerra arrivò la guerra fredda e mio padre e suo cognato Fausto, fratello di mia madre diventato comunista (sarà poi radiato per aver dato confidenza a un comunista tornato dalla Russia) discutevano per ore su democrazia, dittatura, libertà, comunismo, fascismo e io stavo zitto lì, sotto questi uomini grandi e sapienti. Fausto aveva sempre la sua bicicletta e mentre loro discutevano i facevo girare i pedali. Ascoltarli è stata la mia prima scuola di dibattito, di confronto, di differenza di idee. Erano rispettosi l’un dell’altro, ma molto accesi nells discussione: Quando da adolescente diventai io stesso di ultrasinistra (ma mai comunista) ebbi con mio padre anni e anni di meravigliosa polemica, leale confronto, un confronto ordinato, terribile, perfetto, in cui giocava come con gli scacchi e tutto era geometrico, intelligente, documentato e chiaro. Quella fu la mia scuola. Mi passò la voglia di essere di sinistra quando vidi la Palestina, il Libano, Israele misi a confronto i miei pregiudizi con i fatti, ma questo avverrà molti anni dopo.

Come tutti i ragazzini del tempo di guerra si ascoltavano commedie alla radio, si vedevano pochi film in bianco e nero e la vita intorno a noi era violenta, puzzava di guerra passata e futura ed era normale che le nostre padri facessero incetta di scatole di fagioli se si sentiva dire che la nuova guerra era in arrivo.

La mia fu una educazione cattolica, ma il cattolicesimo non mi andò mai giù e non posso farci nulla. Fede, zero. A messa con la famiglia ogni santa domenica. Chiese barocche romane dense di incenso, mesi mariani con la mia votissima nonna, ore passate a riflettere sulle tombe di marmo con un teschio e le notizie di morti di tre, quattro secoli fa, morti diafani e marmorei, gelidi e inerti, che pure avevano avuto una vita importante.

Gli esercizi spirituali per la preparazione alla prima comunione furono un disastro: si trattò di esercizi sadici condotti da personale sadico la cui vocazione era dire di no e punire. Ti impedivano di andare a fare pipì al bagno e ti pigliavano a schiaffi se la facevi in un vaso nel corridoio per disperazione. Alcuni anni nella scuola pontificia (pontifica, non italiana) peggiorarono i miei rapporti con la religione di Stato e così i seguenti da un’onesta scuola di preti dove però potevo frequentare le lezioni pomeridiane di scherma con due ufficiali della guardia di finanza e quello era tutto il mio divertimento. Ci sfidavamo poi a duello e combattevamo sui declivi fangosi della scuola con fioretti spuntati e arrotati, pronti ad uccidere. Finiva con grandi graffi e qualche goccia di sangue ma ci battevamo come cavalieri medioevali. Dopo i duelli si faceva pace, ma erano faccende molto serie. La scuola era oppressiva, retorica come ai tempi del fascismo, autoritaria e demente, vuota di ideali ma psicologicamente violenta. Scrivevo per mio conto, ero bravissimo soltanto in italiano e storia, e così è stato per tutti uil resto della mia vita, Ma mio padre ingegnere mi insegnava la matematica in modo geniale e me la cavavo molto bene con le equazioni. Amavo la natura, allevavo girini e rane e topi sulla terrazza, avevo uno zoo marino vivente e una palude in barattoli dove la vita si svolgeva autonoma. I miei animali erano liberi e così i miei gatti, le mie tartarughe, gli scorpioni e gli scarafaggi che ammiravo molto per la loro intelligenza nei labirinti. Durante il liceo avevo una famiglia di graziosi topi di allevamento incrociati con topi di casa che avevano avuto una prole intelligente e amica, con cui giocavo nelle ore libere. Sul terrazzo una piccola gallina e due anatre erano senz’altro la mia consolazione durante gli studi di trigonometria. Mi seguivano come una pattuglia di moschettieri. Leggevo tutti i brandelli di libri delle altrui infanzie e adolescenze, leggevo tutti i fumetti sul mercato, mi innamoravo forsennatamente ma non concludevo granché perché non erano tempi in cui l’amore fosse tollerato dagli adulti e non sapevo bene come comportarmi con queste creature misteriose che erano le ragazze. Ma in genere questi amori orribilmente casti erano ricambiati ed ebbero delle furiose appendici riparatorie in età adulta. Leggevo Verne e Kipling, Salgari e un po’ tutto quello che mi capitava. Avevo pochi amici ma buoni e molto stretti e con loro si ragionava sempre del mondo, della vita, del fatto che la vita esiste e perché, di come siamo fatti, di quel che c’è dentro di noi. Scrivevo anche orrende tragedie sulla fine della guerra con molti preti spretati che diventavano partigiani e fascisti pentiti e puttane che erano letteralmente santificate. Leggevo Sartre come una droga, tutto e poi ancora da capo.

La prima data fondamentale della coscienza politica, chiamiamola così. fu il 1956, con la rivoluzione ungherese. Fu come la rivolta di Varsavia contro i nazisti. I telegiornali in bianco e nero trasmettevano solo servizi filmati e non dirette televisive. Tram rovesciati e partigiani in impermeabile con il cappello di traverso e la sigaretta fra i denti come tanti Humphrey Bogart. Sparavano contro russi vestiti come aviatori con il casco di cuoio, attaccati alle mitragliatrici. Alcuni grandi giocatori dell’Ungheria di allora fuggirono, una massa di ragazzi arrivò a Roma per le feste di Natale, ustionati dal fuoco, tremanti per gli spari, patrioti sconfitti ed esaltati. Fuggivano per l’America. Fra loro la famiglia Sarkozy che si stabilì in Francia, Manifestazioni enormi e mai viste per Roma e Milano, fiumi di folla come non si erano più vite dalla fine della guerra, appena dieci anni prima. La Rivoluzione ungherese era una rivoluzione contro i comunisti, anziché i fascisti. Contro i russi anziché i tedeschi. Ed Humphrey Bogart fu sconfitto, fu fucilato, fu chiuso nei lager e impiccato dppo anni di tortura. Quella rivoluzione segnò una generazione, la nostra. chi non l’ha vista non può sapere, non può immaginare, non può piangere al suo ricordo

(Continua)