Archivio di luglio 2010

Fini piagnucolò qualche mese fa sotto il podio di Berlusconi: “Perché, sennò che fai? Mi cacci?”. E quello l’ha cacciato. Storia di un vicolo cieco e di un’occasione persa.

venerdì 30 luglio 2010

Fini non mi ha mai convinto, come progetto. Perché non ne ha. E Berlusconi, come fece Hitler con le SA nella notte dei lunghi coltelli, lo ha fatto fuori. Berlusconi è putinizzato, affascinato da un modello autoritario russo e bruciato dalla precedente esperienza del quinquennio 2001-2006 quando Casini e  Fini gli frissero le palle per cinque anni.

Ammaestrato da quella esperienza, ha cominciato col far fuori Casini che ci rimase di merda: non poteva credere che il capo lo mettesse alla porta. Poi SB fissò con le viti le chiappe di Fini sulla sedia della Camera e pensò: “Anche questo me lo sono levato dalle palle: promoveatur ut amoveatur”.

Ma Fini ci pensò un po’ e disse: “Eccellente posizione per puntare diritto al Quirinale. Di qui nessuno mi schiavarda per cinque anni e io mi faccio la campagna bipartisan. Comincio a distinguermi in ogni occasione, a prendere le distanze, a punzecchiare, senza rompere e senza dare tregua. Lavoro ai fianchi per la mia campagna elettorale.”

Berlusconi rispose: “Carino, forse hai capito male. Al Colle ci vado io e ci vado con una riforma istituzionale per cui io sarò Sarkozy e  Frattini, o Alfano, starà al Matignon di Palazzo Chigi. Dunque tu non vai da nessuna parte e se rompi i coglioni io ti faccio fuori.”

Fini pensò allora di adottare una strategia sfiancante: mai rompere, mai dare tregua, sempre riaffermare sia la fedeltà che i distinguo e puntare sul logoramento.

SB rispose: ” E io ti frego il partito e me lo porto a casa, salvo briciole”. E offrì oro incenso e birra, molta birra, ai pavidi colonnelli. Sicché poi Fini mi disse personalmente: “I più fascisti dei miei ex camerati hanno scelto Berlusconi perché vedono in lui il vero duce e in me un pericoloso democratico”.

Intorno si creava attesa, come ai tempi di Mario Segni: che farà Fini? Che ha in mente? Qual è il suo piano?

Ma Fini, come Segni dei primi anni Novanta, non ha alcun piano: logoramento e gioventù sono la sua sola strategia. In altre parole: Silvio, prima o poi, ha da morì e allora vengo io.

Sai che piano.

Poi si arrivò al Consiglio nazionale del PdL e stavamo tutti lì che aspettavamo come l’annunciazione il discorso della rottura da parte di Fini. E invece, l’indomito fece quello della ricucitura che sembrava Alberto Sordi.

Così, spiace dirlo, SB gli pisciò in testa. Prese il microfono e disse: “Mi sembra di sognare. E’ questo lo stesso uomo che fino a ieri ha detto questo e questo e questo….?”.

Fu allora che Fini capì che l’uomo di Arcore aveva già decretato la sua morte e di fronte alla sua durezza si alzò dal posto in prima fina e pronunciò quelle terribili, temerarie, fortissime, sgargianti parole appena un po’ tremebonde: “Perché? Sennò che fai? Mi cacci?”.

E oggi quello l’ha cacciato. Gli ha fregato il partito e Fini annuncia oggi una rivelazione folgorante: Berlusconi non è liberale. Fantastico. L’ha capito. Noi possiamo assicurargli che è anche un pericolo per la democrazia, perché ha imparato a stare in politica e a colpire i nemici fino ad ucciderli.

E non dimentichiamo che Berlusconi ha già avuto una cena pacificante con Casini cui ha detto: “Pier, faresti la ruota di scorta se avessi bisogno di un rinforzino, in cambio di un congruo ministero? Potremmo cominciare mandando alla vicepresidenza del CSM un tuo uomo di fidicia, come aperitivo. Il resto seguirà”.

Tutti quelli che pensavano che SB fosse alle corde sono serviti. Nessuno di loro ha un disegno politico. Nessuno di loro ha in mente nulla da offrire in alternativa. Ed è così che se SB trovasse l’elisir di lunga vita, governerebbe, governerà, per altri cent’anni.

Venite con me nel Partito Liberale a creare una alternativa politica a SB, abbandonando le stronzate al loro destino

Anche il giudice Rosario Priore si dice convinto che la strage di Bologna non fu “fascista”, ma palestinese. Ormai sulla via del ravvedimento, si aspetta che ammetta che anche l’aereo di Ustica fu abbattuto da una bomba araba. La verità ignobile viene piano piano a galla, onore a quanti nella Commissione Mitrokhin si batterono per la giusta pista.

mercoledì 28 luglio 2010

Vi consigliamo la lettura anche dei commenti….
http://www.focusonisrael.org/2010/07/27/strage-bologna-terrorismo-palestinese/

Strage di Bologna: l’ex giudice Priore rilancia la pista palestinese
Di Emanuel Baroz, in Attentati, Terrorismo

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Strage di Bologna, ex giudice Priore rilancia la pista palestinese

“Possibile matrice internazionale anche per l’attentato di san Benedetto Val di Sambro”

ROMA, 26 lug – La strage di Bologna come reazione del terrorismo palestinese all’arresto di un responsabile di alto livello del Fronte popolare, che aveva la sua base operativa proprio nel capoluogo emiliano. A evocare un simile scenario è Rosario Priore, giudice istruttore di alcuni dei più importanti processi della storia giudiziaria italiana, dall’eversione nera e rossa al caso Moro fino alla strage di Ustica e l’attentato a Giovanni Paolo II.

Presentando alla sala del Cenalcolo della Camera il libro-intervista scritto con Giovanni Fasanella (“Intrigo internazionale: perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire”), il magistrato ripercorre le possibili tappe che potrebbero aver portato alla strage del 2 agosto. “Nel novembre del ’79 avevamo arrestato a Ortona tre autonomi romani (Daniele Pifano, Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner, ndr) che stavano trasportando due missili terra-aria bulgari, destinate ai terroristi palestinesi – afferma Priore -. Quell’operazione portò anche all’arresto di Abu Anzeh Saleh, un dirigente del Fronte popolare che era il responsabile dell’organizzazione in Italia.

L’organizzazione pretendeva assolutamente la liberazione di questa persona, perché la ritenevano una violazione del ‘lodo Moro‘ (basi logistiche in Italia in cambio della non belligeranza, ndr)”. Nonostante un comunicato ufficiale del Comitato centrale del Fplp, Saleh invece condannato dal Tribunale di Chieti e la sentenza venne poi confermata dalla Corte di Appello dell’Aquila.

“I messaggi che si scambiavano le nostre polizie sono inequivocabili e fanno un riferimento diretto all’ipotesi di una grande strage nel nostro Paese – prosegue Priore -. Ricordo una comunicazione del direttore del Sisde, Grassini, che poco prima del 2 agosto diceva ‘siamo agli ultimi giorni, si sente parlare di una rappresaglia pesantissima’”. Per il magistrato, insomma, nessuna trama nera ma una matrice internazionale, la stessa che potrebbe essere dietro la strage di Natale a san Benedetto Val di Sambro. Una convinzione maturata leggendo “le relazioni dei servizi orientali”.

“Probabilmente anche quella strage – spiega Priore – fu dovuta all’arresto di un terrorista, fermato a Fiumicino con le valigie piene di esplosivo”. Il risultato della mancata liberazione fu un nuovo sanguinoso attentato, dovuto al peso di organizzazioni internazionali, come il Fronte popolare palestinese o il gruppo di Carlos, che avevano “una forza tale da imporre rappresaglie enormi”. Priore ha ricordato come anche la Francia abbia subito pressioni dal gruppo di Carlos a causa dell’arresto di due membri dell’organizzazione. “Per due anni ci fu una seria impressionante di attentati su treni veloci nelle stesse modalità con cui avvennero in Italia, che finirono solo quando i due vennero espulsi dal Paese”.

(Fonte: Il Velino, 26 luglio 2010)

4 Commenti Scritto da Emanuel Baroz

Termini legati all’articolo: Abu Anzeh Saleh, attentati , attentato di san Benedetto Val di Sambro, Daniele Pifano, FPLP, Giorgio Baumgartner, Giuseppe Nieri, lodo Moro (basi logistiche in Italia in cambio della non belligeranza), Rosario Priore, Stra di Bologna 2 Agosto 1980, strage di Bologna, Terrorismo, terrorismo palestinese.
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  1. Aron  Sperber Carlos aveva avuto strette relazioni con la PFLP negli anni  70, ma dopo la morte di Wadi Haddad le relazioni si erano raffredate e Carlos  dal 79 aveva iniziato a lavorare „per conto suo“ – e fu Gheddafi che in quel  periodo (79-83) dava lavoro all´impreditore privato dell terrorismo. Anche se c´era un accordo segreto chiamato “Lodo Moro“ che  permetteva ai palestinesi di usare il territorio italiano, un arresto per il  trasporto di un missile non significava una violazione dell accordo da parte  degli italiani (è chiaro che un accordo segreto non poteva garantire impunità  dopo atti criminali come il trasporto di un missile). È quasi impensabile che quell arresto poteva essere stato il motivo per  commettere una strage (che non aiutava per niente il loro uomo arrestato). E se Moro era veramente stato il „uomo dei palestinesi“ come Cossiga dice,  perchè i Brigadisti legati strettamente alla PFLP (Abu Anzeh Saleh era proprio  stato arrestato insieme a 3 brigadisti) avevano sequestrato e ucciso proprio  Moro? Il smascheramento del “Lodo Moro“ non averebbe significato un grande  scandalo per la politica italiana. Attivisti palestinesi potevano muoversi liberamente in quasi tutti paesi  occidentali. Che il SISMI di Andreotti abbia commesso depistaggi per coprire una strage  commessa dai palestinesi solo per proteggere un accordo come sicuramente  esisteva anche in altri paesi mi sembra assurdo. Che cosa poteva invece essere stato un motivo per ordinare a Santovito di  organizzare i depistaggi? Dopo il fallimento della Supertangente Eni-Petromin magari c´era la  possibilita di costruire un altra Supertangente – che poteva finanziere il  sistema Cossiga-Andreotti per altri 10 anni – con il petrolio del piu grande  terrorista prima di Osama bin Laden. 27  luglio 2010 alle 11:13 
  2. Gabriele  Paradisi Volevo segnalare il libro appena uscito: Dossier Strage di Bologna – La  pista segreta (Giraldi, Bologna 2010) Alle 10.25 del 2 agosto 1980 un ordigno esplosivo collocato  nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione centrale di Bologna  provoca il crollo dell’ala ovest causando 85 morti e oltre 200 feriti. È la  strage più grave dell’Italia repubblicana. Nonostante ventisette anni di  indagini e processi, di quella strage non sono mai stati individuati né il  movente né i mandanti. Tra il 1999 e il 2005, durante i lavori istruttori  della Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi (XIII legislatura)  poi con la Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin (XIV legislatura)  sono emersi elementi di straordinario interesse e del tutto inediti sui  collegamenti internazionali del terrorismo italiano e sulle reti operative dei  servizi segreti dell’Est nonché dei mukabarat dei principali Paesi arabi  durante la Guerra fredda, come Siria, Libano, Libia, Yemen del Sud e  Iraq. Grazie a queste informazioni è stato possibile riannodare i fili di  una trama tenuta segreta per 25 anni e scoprire le ragioni alla base  dell’accordo segreto con la resistenza palestinese, le minacce al governo  italiano per la vicenda dei missili di Ortona, i retroscena del traffico di  armi messo in piedi dall’Fplp (Fronte popolare per la liberazione della  Palestina) attraverso il territorio italiano e disarticolato nel novembre del  1979 così come le manovre segrete avviate dalla nostra intelligence per  evitare una grave azione ritorsiva contro il nostro Paese. Il lavoro di  ricerca ha permesso di recuperare dagli archivi non solo l’allarme lanciato  l’11 luglio 1980 (appena tre settimane prima della strage) dal direttore  dell’allora Ucigos sul pericolo di un’azione ritorsiva dell’Fplp per la  mancata liberazione del loro dirigente Abu Anzeh Saleh, arrestato e condannato  per il traffico dei lanciamissili Sam-7 Strela di Ortona, ma addirittura il  nome del terrorista tedesco presente a Bologna il giorno della strage, il  tedesco Thomas Kram, del quale mai nulla – dal giorno dell’attentato – era  trapelato all’esterno. Dal novembre 2005, proprio sulla base di questi  elementi, la Procura di Bologna ha aperto un nuovo fascicolo d’indagine su una  ipotesi investigativa mai approfondita prima di allora. Le investigazioni sono  ancora in corso. La prima parte di questo libro delinea questa pista segreta,  rimasta insabbiata per 25 anni: una feroce rappresaglia per la rottura  dell’accordo tra le autorità di governo italiane e la resistenza palestinese,  oggi noto come patto o «lodo Moro», che vedrebbe il coinvolgimento del gruppo  terroristico di Carlos, braccio operativo e militare del Fronte popolare per  la liberazione della Palestina. Scenario drammaticamente compendiato da un  documento, ritrovato dagli autori, rimasto sepolto per quasi un quarto di  secolo negli archivi del Tribunale di Venezia. Nella seconda parte del libro si racconta l’inchiesta che,  preso l’avvio da un’intervista al manifesto di Thomas Kram dell’agosto 2007,  portò a scoprire una manipolazione testuale nel Documento conclusivo di  centrosinistra della Mitrokhin di un documento di polizia, utilizzata poi dal  terrorista tedesco per spiegare la sua inquietante presenza a Bologna il  giorno della strage. Un saggio di chiusura di Gian Paolo Pelizzaro riepiloga  proprio i tanti misteri che avvolgono la figura del terrorista tedesco. La terza parte del volume raccoglie le voci degli stessi  protagonisti. Si passa così dai legami occulti del Kgb con il Fronte popolare  per la liberazione della Palestina di Wadi Haddad e George Habbash, alle  lettere di Francesco Cossiga sul «lodo Moro», agli avvertimenti di Bassam Abu  Sharif al governo italiano, ai depistaggi di Abu Ayad, alle numerose  interviste di Carlos, di Abu Anzeh Saleh, di Thomas Kram. Per chiudere, e  così conoscere, attraverso le interpellanze e le interrogazioni parlamentari,  le vivaci, ma poco note, discussioni avvenute nelle aule del Parlamento  italiano su una delle pagine più tragiche, misteriose e controverse della  storia italiana. 27  luglio 2010 alle 16:40
  3. bolognese vergognatevi a pubblicare questa robaccia che tutti sanno già falsa, ci  sono già state indagini in merito e non è che l’ennesimo tentativo di  depistaggio. E’ vergognoso che il titolare di questo sito echeggi questa  roba per buttare fango sui palestinesi che considera nemici, spero che questo  Emanuel Baroz si vergongi di tale bassezza e dei suoi insulti alle vittime  della strage e ai loro parenti, ma non mi stupirei se se ne fregasse  bellamente, mi pare un po’ troppo impegnato a non vedere altro che  Israele,anche acosto d’insultare gli italiani vittime di una strage che ancora  fa sanguinare il cuore dei loro parenti. Vergogna! 27  luglio 2010 alle 21:59
  4. Emanuel  Baroz @ bolognese: non capisco di cosa dovremmo vergognarci, visto  che sono parole del magistrato Rosario Priore..noi ci siamo limitati a  riportarle. Non abbiamo titoli per affermare che quanto detto da Priore sia  falso, ma sul fatto che sia esistito un accordo tra il Governo italiano  gestito dall’allora DC e il terrorismo palestinese internazionale credo sia  ormai un dato acclarato. Che poi si sia chiamato “lodo Moro”, “Accordo  Cossiga” (O Kossiga…), “patto Andreotti” o “Regola Craxi” sinceramente non ci  interessa…resta il fatto che il 9 Ottobre del 1982 la Sinagoga di roma fu  teatro di un sanguinoso e vile attentato effettuato da terroristi palestinesi. Infine: personalmente non considero i palestinesi dei nemici, a meno che  non siano terroristi. Se poi molte volte le due cose coincidono…beh, questa  non è certo colpa mia! 28  luglio 2010 alle 00:15

Guardate per favore il nuovo video: “Il dissidente” si farà. Putin sa tutto da decenni, chi parla del KGB è matto e provocatore, la Cia va bene e anche i francesi (alla peggio), guai a dubitare del missile di Ustica e della strage “fascista” di Bologna, e altro ancora. Purtroppo il filmato si tronca di botto e mancano i saluti, ma sarò sempre on line e passerò il blog dagli Usa come ho sempre fatto. Auguri di buone vacanze, ma restiamo uniti.

domenica 25 luglio 2010

Vi spiego perché hanno ammazzato Falcone e Borsellino, e perché nessuno fiata di fronte alla messa funebre solenne approntata alla svelta dal vecchio PCI per imbalsamarli e santificarli a furor di popolo inquadrato per processioni, prima che qualcuno avesse la malsana idea di indagare sulle vere ragioni della loro inspiegabile morte: “Chi ha ammazzato il povero Ivan?” Ecco la vera storia che nessuno ha il coraggio di raccontare perché ancora oggi si rischia la pelle.

sabato 10 luglio 2010

Giulio di Siena scrive: Patton
La tesi è affascinante, gli ingredienti ci sono tutti, gli interessi concomitanti pure, ma personalmente ritengo che la morte di Falcone non sia stata decisa a seguito delle investigazioni in materia di riciclaggio delle ingenti somme provenienti dall’impero crollato o al narcotraffico con quell’origine. Falcone, costretto ad abbandonare Palermo per i micidiali attacchi dei suoi colleghi e della stampa giacobina, tecnicamente poteva fare poco. Era stato messo fuori gioco ed additato addirittura come reprobo per essere passato con i socialisti (che una certa vulgata voleva sensibili alle istanze mafiose). Analizzando quanto accaduto prima della sentenza della Cassazione (omicidio del giudice Antonino Scopelliti) e dopo con l’eliminazione dei politici rivelatisi inutili, Ignazio Salvo, Salvo Lima, ma anche con Andreotti processato con raffiche di pentiti, mi sono radicato nella convinzione che il motivo scatenante sia stato il maxiprocesso e gli sfavorevoli esiti in Cassazione, dopo iniziali successi che sono stati all’origine dei sospetti “sull’ammazzasentenze” Corrado Carnevale.

GUZZ- L’AMBASCIATORE SOVIETICO, E POI RUSSO, ADAMISHIN ANDO’ da Cossiga e disse: Fermate questa rapina, i soldi russi del KGB e del PCUS stanno transitando in Italia per essere riciclati. Fate qualcosa.
Cossiga chiamò D’Alema e gli chiese: State per caso riciclando per conto del KGB su conti gestiti da Cosa nostra?
Ohibò, disse D’Alema, assolutamente non io, ma posso dire che un grandissimo finanziere – che se ti dicessi il nome cadresti dalla sedia – mi ha offerto l’affare del riciclaggio e io ho detto di no. Dunque il fatto esiste, ma non sono io.
Allora Cossiga disse ad Andreotti, primo ministro: Volete fermare questa porcheria che sta dissanguando la Russia?
E Andreotti rispose: NO, perché un gesto del genere sarebbe vissuto dal PCI come aggressivo nei loro confronti e io devo preservare l’equilibrio nel governo. Ma ho un’idea: chiama Falcone e digli di fare qualche passo informale che soddisfi i russi.
Cossiga chiamò Falcone e gli spiegò la situazione. Falcone disse: ma io sono ormai soltanto un direttore generale del ministero della giustizia, che cosa posso fare?
E Cossiga: incontra questi russi, tranquillizzali, fai vedere che stiamo facendo qualcosa.
Falcone incontrò i giudici russi e organizzò meeting riservati, coperto dalla Farnesina che gestì l’affare.
Poi chiamò Paolo Borsellino e gli spiegò il problema che si era creato.
Borsellino, vecchio militante del MSI e anticomunista intransigente disse: tu sei un impiegato al ministero, ma io no. Io posso indagare. Aprirò una mia Agenda Rossa su questa faccenda e discretamente cercherò di capire di più.
Bum !! Capaci.
Borsellino qualche settimana dopo si dette una manata sulla fronte e disse: cazzo, ho capito chi e perché ha ammazzato Giovanni:
BUM! Via D’Amelio.
Il PCI che sapeva perfettamente la storia, si avventò come un branco di jene sui due morti santificandoli alla svelta con un rito abbreviato e intenso di processioni popolari mummificandoli nella sua glassa mediatica affinché NESSUNO MAI potesse rivangare la verità. E’ come il “missile” inesistente di Ustica. E’ come la strage “fascista” di Bologna. Quando il partito copre la merda, tutti devono dire: che profumo di violette.
Giancarlo Lehner voleva scrivere questa storia avendo una moglie russa che aveva parlato con Stepankov, il procuratore di tutte le Russie che aveva trattato con Falcone e che si era subito dimesso per paura: “Io ho famiglia, ho visto quel che hanno fatto a Giovanni”. Giovanni in russo si dice Ivan, e i giornali russi alla morte di Falcone avevano scherzato su “Chi ha fatto fuori il povero Ivan”, sulla falsariga di una filastrocca popolare. Tutti a Mosca sapevano chi e perché aveva fatto fuori il povero Ivan. In Italia nessuno sapeva spiegare perché fosse stato ucciso il povero Ivan. Non era un pericolo attuale per la mafia. E la mafia non uccide “alla memoria” o per vendetta a posteriori. E allora: perché e chi ha ucciso il povero Ivan.
Lehner disse a un settimanale del suo progetto di libro sulla morte di Falcone. Andreotti lo mandò a chiamare nel suo studio di piazza in Lucina e gli disse: Voglio aiutarla, spero di recuperare i fonogrammi riservati con cui la Farnesina ha preparato gli incontri segreti con i giudici russi. Quella è la prova del fatto che Falcone indagava, senza averne un mandato, ma era andato molto più avanti del semplice contatto diplomatico con i russi, tanto per far vedere che in Italia il riciclaggio del tesoro sovietico era tenuto sotto osservazione. Poi Andreotti chiamò il giornalista e gli disse: Caro Lehner, butti nel cestino il suo progetto di libro, se non vuole lasciarci la pelle.
Come sarebbe a dire?, fece quello. Sarebbe a dire, disse Andreotti, che dalla Farnesina mi hanno risposto che i dispacci si sono persi e che non si trovano più. Questo vuol dire che l’operazione è stata cancellata e le sue tracce distrutte. Dunque ci troviamo di fronte a un nemico più grande di noi due. Lasci perdere la morte di Falcone, dia retta.
Alla Camera, in un giorno di votazioni a Camere congiunte, io Lehner e Andreotti abbiamo rivangato il fatto. Giancarlo parlava, Giulio annuiva con un sorriso tirato.
Nessuno avrebbe potuto attivare il pulsante di Capaci con la certezza di fare il botto al momento giusto, se non ci fosse stato un emettitore di impulsi sulla macchina. Le due operazioni Capaci e D’Amelio sono operazioni di guerra condotte con tecniche di guerra, del tutto ignote alla mafia siciliana.
Il resto sono chiacchiere da bar dello sport.