Stiamo attraversando una crisi economico e finanziaria di proporzioni epocali, proprio mentre l’Europa dimostra tutta la sua debolezza politica.
I provvedimenti assunti dall’ECOFIN, dopo estenuanti trattative, sono risultati poco convincenti per i mercati mondiali, e sono stati comunque tardivi, essendo giunti solo dopo che era passata di mano un’enorme quantità di ricchezza, perduta dai risparmiatori e lucrata dagli speculatori.
Tuttavia, il vero punto debole della tardiva reazione dell’Europa sta nella mancanza di una reale capacità di direzione politica dell’ Unione, che, inseguendo l’ampliamento ad ogni costo, è regredita sulla via dell’unità politica senza acquistare una maggiore potenza economica, essendo ogni potestà decisionale riservata agli Stati Nazionali, che si regolano sulla base delle proprie convenienze piuttosto che nell’interesse generale.
In Italia si registra poi una crisi valoriale e di etica pubblica senza precedenti.
Gli scandali di cui ogni giorno leggiamo con indignazione, ma anche senza sorpresa, altro non sono che la conseguenza del degrado morale della società, che ben trova la sua emblematica rappresentazione in un ceto politico selezionato per cooptazione, solo sulla base della disponibilità all’obbedienza e della fedeltà verso il capo di turno.
Per affrontare con qualche possibilità di successo un’emergenza di tale gravità, sarebbe necessario una patto costituente tra tutti coloro che avvertono il dovere, morale prima che politico, di rifondare l’unità della nostra società, praticando una Nuova ed Alta Politica, pronti a confrontarsi anche aspramente sul piano delle proposte, ma disposti a condividere la necessità di restare uniti nella doppia fedeltà all’Italia ed all’Europa, cioè alla Patria di oggi ed a quella di domani.
In tal senso, prioritaria appare la necessità di arrestare la marcia verso la disgregazione dell’Italia, che deve invece essere tanto più unita al suo interno proprio mentre è chiamata alla sfida della rifondazione dell’Europa dei Popoli.
Il PLI, nel corso del Consiglio Nazionale che si terrà a Roma il 21 e 22 maggio, discuterà della necessità di superare la linea emergenziale del rigore, inevitabile nell’immediato, per affrontare il tema più generale della moralità della politica, che comporta la fine degli sprechi di Stato a favore dei pochi privilegiati, politici o burocrati di ogni grado, i quali, nel sistema delle spoglie e nel favore del politico di turno, hanno trovato modo di ritagliarsi fette sempre più larghe di potere e di illeciti guadagni.
La demagogica proposta di ridurre del 5% le indennità di parlamentari e ministri può anche andar bene, ma non risolve nulla, se non si decide contemporaneamente di:
1) modificare l’attuale indecorosa legge elettorale per il Parlamento, ripristinando almeno la possibilità di scelta dei candidati attraverso i collegi;
2) eliminare tutti gli enti inutili (a cominciare dalle comunità montane e dalle province) ed accorpare i piccoli comuni;
3) ridurre drasticamente il numero di consiglieri ed assessori ed azzerare le partecipazioni statali e locali, che di pubblico hanno solo i soldi che le finanziano e non gli scopi che perseguono;
4) espellere la politica dalla sanità, la cui gestione deve basarsi sulla serietà e trasparenza degli accessi e sulla predeterminazione di costi standard per le fornitura e le prestazioni;
5) azzerare le consulenze milionarie, che rappresentano il nuovo modo di ricompensare i compagni di merenda dei governanti locali e nazionali;
6) bloccare la pratica perversa dello spoil system, che ha finito col moltiplicare il numero dei dirigenti pubblici senza accrescere di una virgola l’efficienza della Pubblica Amministrazione, alla quale va restituita la terzietà sancita dalla Costituzione.
E, per mettere una pietra sul passato e mai più ritornarvi, è venuto anche il momento di chiudere definitivamente, con un provvedimento generale ed astratto, la mortificante e costosa pratica del precariato e di dare una prospettiva di vita a tanti giovani, svincolandoli dalla riconoscenza verso il tutore del passato e dalla fedeltà verso quello dell’attualità.
Infine, occorre ridare fiato ai consumi e quindi alla ripresa dell’economia, garantendo libera concorrenza nel mercato, consapevole assunzione del rischio d’impresa e riconoscimento del merito.
Solo così sarà possibile quella drastica riduzione della pressione fiscale, che è ormai divenuta insopportabile se non per gli evasori, che neppure se ne accorgono.
I liberali ritengono che una linea del genere, tanto necessaria ma altrettanto impopolare, almeno nella fase iniziale, sarà possibile soltanto con un’ampia coalizione di emergenza nazionale, che veda insieme, per il tempo necessario, tutti coloro che, senza rinunziare ai rispettivi orientamenti politici, siano tuttavia disponibili a fare convergere il loro impegno nell’attualità, adeguando i propri comportamenti in ragione della gravità della situazione economica e morale dell’Italia e della crisi dell’Europa.
Roma 18 maggio 2010
Stefano de Luca ed Enzo Palumbo in vista del Consiglio Nazionale del PLI
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POSTILLA ULTERIORE A CHIARIMENTO DI ENZO PALUMBO 19 MAGGIO
Enzo Palumbo 19.05.2010: ulteriori riflessioni
Qualcuno mi ha chiesto, sul sito del PLI, cosa significa quella frase riguardante i precari.
Non posso rispondere per il PLI di oggi, che credo non abbia mai affrontato l’argomento in competente sede, ma posso agevolmente farlo sia per la posizione “storica” del PLI di un tempo, sia per quelle che sono le mie personali convinzioni.
Comincio con la prima per dire che, in proposito, un po’ di storia forse non guasta, a beneficio di chi non ha mai conosciuto la stupenda vicenda politica del Partito Liberale di Malagodi, ed invece pensa che i liberali siano sempre stati quelli sedicenti degli ultimi sedici anni della c.d. seconda Repubblica.
Il c.d. Statuto dei Lavoratori (L. 20 maggio 1970 n. 300), vide la luce durante il terzo governo Rumor di centro-sinistra (ministro del Lavoro il democristiano Carlo Donat Cattin), su originario impulso del precedente ministro del lavoro, il socialista Brodolini, e poi con la regia sapiente del compianto prof. Gino Giugni, che aveva presieduto l’apposita commissione preparatoria che era stata voluta da Brodolini.
L’indomani, l’Avanti titolò, più o meno: La Costituzione entra in fabbrica.
E, sin qui, nulla di particolarmente nuovo o sorprendente.
Ma ciò che forse molti oggi non sanno è che quella legge, pur varata da un governo di centro-sinistra organico con il PLI duro oppositore, passò proprio col voto favorevole dei liberali ed invece con l’astensione dei comunisti.
Il che serve a ricordare che il liberismo selvaggio non è mai appartenuto al DNA dei liberali italiani, quelli veri per intenderci, mentre sembra oggi appartenere anche a tanti ex socialisti, convertiti tardivamente sulla strada di …Arcore.
E passo al secondo punto, cioè alle mie convinzioni di oggi.
Ovviamente, sono ben consapevole che, nel frattempo, sono passati quaranta anni e sia la società sia il mondo del lavoro sono totalmente cambiati, quella di allora essendo una società che veleggiava felicemente verso la piena occupazione, mentre quella di oggi dibattendosi in una recessione crescente, aggravata dalla crisi di questi ultimi anni.
Per farla breve, ricordo soltanto che le certezze che avevano allora accompagnato la nascita dello Statuto si sono nel tempo vanificate, prima in ragione dello sviluppo tecnologico che ha contratto l’ampiezza dell’offerta, poi per la crisi del fordismo ed infine per la recessione crescente, fino alla crisi in atto.
E’ così accaduto che il mercato del lavoro privato, stretto tra la rigidità della garanzia reale fornita dallo Statuto e l’esigenza di mobilità nascente dalla rivoluzione dei metodi produttivi, ha trovato nelle nuove figure contrattuali (co. co. co, progetti, etc.) una sorta di valvola di sfogo per superare il blocco, cosa questa abbastanza comprensibile per la necessità di assecondare le spinte produttive con strumenti sufficientemente flessibili.
Qualcosa del genere, ma con motivazioni e conseguenze ben peggiori, è accaduto nel settore pubblico, in cui i potenti di turno, per aggirare la norma costituzionale (art. 97.3) che prescrive il metodo concorsuale per l’accesso ai pubblici impieghi, si sono via via inventati di tutto e di più (le cooperative e mille altri marchingegni) allo scopo di favorire amici e clienti, ma soprattutto per istituzionalizzare il voto di scambio nel presente e nel futuro, così mettendo sotto ricatto perenne tanti giovani costretti a barattare una parte della propria libertà sull’altare della sopravvivenza quotidiana, senza alcuna prospettiva che consentisse loro di formare una famiglia e di diventare parte responsabile della società nazionale.
Ovviamente, ad ogni scadenza elettorale la stabilizzazione dei precari di turno è divenuta merce di scambio per conseguire il consenso e così via all’infinito.
E’ in particolare questa la storia che deve finire; si tratta di una vera battaglia liberale, perché attiene alla libertà di tanti cittadini, a cui la morsa del bisogno sottrae il sacrosanto diritto di scegliere senza condizionamenti i propri rappresentanti, ed anche di programmare serenamente il proprio futuro.
Ecco perché mi sembra cosa buona e giusta quella di adottare un provvedimento “generale ed astratto” che risolva il problema senza lasciarlo ostaggio di chi, ai vari livelli, continuamente ne approfitta per i propri interessi di bottega politica.
Altra questione è infine quella dei rapporti di lavoro a regime, argomento non trattato nella riflessione iniziale e su cui aggiungo solo qualche parola, come spunto di ulteriore riflessione.
A me sembra che questo problema vada risolto, possibilmente nel concerto coi rappresentanti dei lavoratori, in modo da graduare le rigidità dello Statuto (in particolare dell’art. 18, in primo luogo, riducendo l’area della tutela reale ed incrementando quella della tutela obbligatoria, e poi, in via più generale, introducendo un rapporto di lavoro che sia molto flessibile nella fase iniziale, per poi man mano acquistare crescente stabilità nel corso degli anni; per un verso, si consentirà così all’azienda di verificare le capacità individuali ed al lavoratore di cercare soluzioni migliorative, e per altro verso si garantirà ai lavoratori meno giovani di non essere abbandonati alla loro disperazione nel momento in cui l’età sia divenuta un ostacolo ulteriore nella ricerca del lavoro.