Archivio di maggio 2010

I liberali si riuniscono oggi e domani a Roma per il Consiglio Nazionale: lanceremo il referendum abrogativo proposto dal presidente Scognamiglio per mandare a casa la legge elettorale del “porcellum” mentre cominciamo a prepararci per i tre anni di traversata nel deserto prima delle politiche e poi…. E poi c’è il mio nuovo libro – “Guzzanti VS De Benedetti” che sta furoreggiando su tutti i giornali (salvo “la Repubblica” che tace e si capisce perché) in cui si lancia l’idea che il Partito Democratico purtroppo è una sega, un fantasma senza testa e senza leadership, con poca anima e quella che resta triste e depressa. La mia idea è quella che rozzamente, ma in fondo giustamente, mi rimprovera il dalemiano Latorre sul “Corriere della Sera”: la vera sinistra siamo noi liberali, che siamo quel che di onesto hanno sia la sinistra che destra perché siamo il nuovo e la ribellione, la libertà trasformata in politica.

giovedì 20 maggio 2010

Noi liberali siamo soffocati dal silenzio, ma già qualcosa si muove. Il mio ultimo libro provoca una discussione gigantesca sui giornali ed il solo Ezio Mauro comicamente la censura. Il merito non è tanto mio quanto dell’editore Carlo De Benedetti con cui ho stretto amicizia: una settimana fa ero nella sua casa di campagna a Dogliani e gli ho portato le prime copie. Il suo Barolo era da sogno, i vigneti sotto casa da romanzo, lui molto simpatico e con quella sfrontatezza che abbiamo noi settantenni, ancora giovanissimi per combattere come leoni, ma già molto ricchi di esperienza e con una visione sofferente e avara della fine delle nostre vite. Siamo, per dirla serenamente, strafichi. E sapete che cosa? L’editore di Repubblica non ne può più della sinistra italiana, vuole un’Italia liberale (anche lui!), chiede il taglio secco delle tasse, dice che Berlusconi è un mentitore professionista e un pericolo oggettivo perché ogni imprenditore lo è, ma che se c’è qulcuno che gli sta  veramente sul cazzo, quello è D’Alema che non ha mai combinato nulla nella vita, e compiange Bersani che è un bravissimo guaglione ma non è adatto a guidare un partito e non parliamo di quel che mi ha detto di altri che non sono nel libro.

Ciò mi convince ancora di più del fatto che il fututo è nostro: TOMORROW BELONGS TO US, noi siano il domani e dobbiamo entrare in politica – come peraltro sto facendo da un pezzo specialmente da questo blog che ha provocato centinaia di titoli di giornale e persino interventi del Presidente della Repubblica – a  gamba tesa, le dita negli occhi degli altri, calci nelle palle, sorriso sulle labbra, sciabola di Garibaldi nel fodero alla cintola insieme alle fide Colt di Anita.

Noi siamo un partito di combattimento e di rivoluzione, siamo la libertà, siamo l’anarchia ma dalla parte dei deboli, siamo la libertà di stampa e di opinione, siamo la speranza di un Paese che affonda nel santorismo milionario, nel berlusconismo delle mezze calzette, siamo la speranza di rinascita nel segno della libertà.

Chi volesse venire domani pomeriggio ad affollare la sala dell’Hotel Mantegna in via Mantegna (Cristoforo Colombo a Roma) e vedere che cos’è un partito col sangue nelle vene, con gli artigli e con le ali, con la coda persino, può venire e fare cagnara.

Viva la libertà, viva le donne e gli uomini liberi e liberali, viva il Partito Liberale Italiano, viva l’Italia, la nostra Italia e non quella fasulla che cercano di rifilarci gli altri.

A tutti i liberali: venerdì e sabato a Roma il Consiglio Nazionale del partito. Lanciamo un referendum per abrogare il “porcellum” e restituire agli italiani il diritto di scegliere i loro rappresentanti. Via enti inutili e provincie. Azzerare partecipazioni statali e locali. Basta coi consulenti. Colpo di falce su assessori e consiglieri. Via la politica dalla sanità. Ed altro ancora nella riflessione del segretario on. de Luca e del Presidente del CN sen. Enzo Palumbo.

martedì 18 maggio 2010

Stiamo attraversando una crisi economico e finanziaria di proporzioni epocali, proprio mentre l’Europa dimostra tutta la sua debolezza politica.

I provvedimenti assunti dall’ECOFIN, dopo estenuanti trattative, sono risultati poco convincenti per i mercati mondiali, e sono stati comunque tardivi, essendo giunti solo dopo che era passata di mano un’enorme quantità di ricchezza, perduta dai risparmiatori e lucrata dagli speculatori.

Tuttavia, il vero punto debole della tardiva reazione dell’Europa sta nella mancanza di una reale capacità di direzione politica dell’ Unione, che, inseguendo l’ampliamento ad ogni costo, è regredita sulla via dell’unità politica senza acquistare una maggiore potenza economica, essendo ogni potestà decisionale riservata agli Stati Nazionali, che si regolano sulla base delle proprie convenienze piuttosto che nell’interesse generale.

In Italia si registra poi una crisi valoriale e di etica pubblica senza precedenti.

Gli scandali di cui ogni giorno leggiamo con indignazione, ma anche senza sorpresa, altro non sono che la conseguenza del degrado morale della società, che ben trova la sua emblematica rappresentazione in un ceto politico selezionato per cooptazione, solo sulla base della disponibilità all’obbedienza e della fedeltà verso il capo di turno.

Per affrontare con qualche possibilità di successo un’emergenza di tale gravità, sarebbe necessario una patto costituente tra tutti coloro che avvertono il dovere, morale prima che politico,  di rifondare l’unità della nostra società, praticando una Nuova ed Alta Politica, pronti a confrontarsi anche aspramente sul piano delle proposte, ma disposti a condividere la necessità di restare uniti nella doppia fedeltà all’Italia ed all’Europa, cioè alla Patria di oggi ed a quella di domani.

In tal senso, prioritaria appare la necessità di arrestare la marcia verso la disgregazione dell’Italia, che deve invece essere tanto più unita al suo interno proprio mentre è chiamata alla sfida della rifondazione dell’Europa dei Popoli.

Il PLI, nel corso del Consiglio Nazionale che si terrà a Roma il 21 e 22 maggio, discuterà della necessità di superare la linea emergenziale del rigore, inevitabile nell’immediato, per affrontare il tema più generale della moralità della politica, che comporta la fine degli sprechi di Stato a favore dei pochi privilegiati, politici o burocrati di ogni grado, i quali, nel sistema delle spoglie e nel favore del politico di turno, hanno trovato modo di ritagliarsi fette sempre più larghe di potere e di illeciti guadagni.

La demagogica proposta di ridurre del 5% le indennità di parlamentari e ministri può anche andar bene, ma non risolve nulla, se non si decide contemporaneamente di:

1) modificare l’attuale indecorosa legge elettorale per il Parlamento, ripristinando almeno la possibilità di scelta dei candidati attraverso i collegi;

2) eliminare tutti gli enti inutili (a cominciare dalle comunità montane e dalle province) ed accorpare i piccoli comuni;

3) ridurre drasticamente il numero di consiglieri ed assessori ed azzerare le partecipazioni statali e locali, che di pubblico hanno solo i soldi che le finanziano e non gli scopi che perseguono;

4) espellere la politica dalla sanità, la cui gestione deve basarsi sulla serietà e trasparenza degli accessi e sulla predeterminazione di costi standard per le fornitura e le prestazioni;

5) azzerare le consulenze milionarie, che rappresentano il nuovo modo di ricompensare i compagni di merenda dei governanti locali e nazionali;

6) bloccare la pratica perversa dello spoil system, che ha finito col moltiplicare il numero dei dirigenti pubblici senza accrescere di una virgola l’efficienza della Pubblica Amministrazione, alla quale va restituita la terzietà sancita dalla Costituzione.

E, per mettere una pietra sul passato e mai più ritornarvi, è venuto anche il momento di chiudere definitivamente, con un provvedimento generale ed astratto, la mortificante e costosa pratica del precariato e di dare una prospettiva di vita a tanti giovani, svincolandoli dalla riconoscenza verso il tutore del passato e dalla fedeltà verso quello dell’attualità.

Infine, occorre ridare fiato ai consumi e quindi alla ripresa dell’economia, garantendo libera concorrenza nel mercato, consapevole assunzione del rischio d’impresa e riconoscimento del merito.

Solo così sarà possibile quella drastica riduzione della pressione fiscale, che è ormai divenuta insopportabile se non per gli evasori, che neppure se ne accorgono.

I liberali ritengono che una linea del genere, tanto necessaria ma altrettanto impopolare, almeno nella fase iniziale, sarà possibile soltanto con un’ampia coalizione di emergenza nazionale, che veda insieme, per il tempo necessario, tutti coloro che, senza rinunziare ai rispettivi orientamenti politici, siano tuttavia disponibili a fare convergere il loro impegno nell’attualità, adeguando i propri comportamenti in ragione della gravità della situazione economica e morale dell’Italia e della crisi dell’Europa.

Roma 18 maggio 2010

Stefano de Luca ed Enzo Palumbo in vista del Consiglio Nazionale del PLI

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POSTILLA ULTERIORE A CHIARIMENTO DI ENZO PALUMBO 19 MAGGIO

Enzo Palumbo 19.05.2010: ulteriori riflessioni

Qualcuno mi ha chiesto, sul sito del PLI, cosa significa quella frase riguardante i precari.

Non posso rispondere per il PLI di oggi, che credo non abbia mai affrontato l’argomento in competente sede, ma posso agevolmente farlo sia per la posizione “storica” del PLI di un tempo, sia per quelle che sono le mie personali convinzioni.
Comincio con la prima per dire che, in proposito, un po’ di storia forse non guasta, a beneficio di chi non ha mai conosciuto la stupenda vicenda politica del Partito Liberale di Malagodi, ed invece pensa che i liberali siano sempre stati quelli sedicenti degli ultimi sedici anni della c.d. seconda Repubblica.
Il c.d. Statuto dei Lavoratori (L. 20 maggio 1970 n. 300), vide la luce durante il terzo governo Rumor di centro-sinistra (ministro del Lavoro il democristiano Carlo Donat Cattin), su originario impulso del precedente ministro del lavoro, il socialista Brodolini, e poi con la regia sapiente del compianto prof. Gino Giugni, che aveva presieduto l’apposita commissione preparatoria che era stata voluta da Brodolini.
L’indomani, l’Avanti titolò, più o meno: La Costituzione entra in fabbrica.
E, sin qui, nulla di particolarmente nuovo o sorprendente.
Ma ciò che forse molti oggi non sanno è che quella legge, pur varata da un governo di centro-sinistra organico con il PLI duro oppositore, passò proprio col voto favorevole dei liberali ed invece con l’astensione dei comunisti.
Il che serve a ricordare che il liberismo selvaggio non è mai appartenuto al DNA dei liberali italiani, quelli veri per intenderci, mentre sembra oggi appartenere anche a tanti ex socialisti, convertiti tardivamente sulla strada di …Arcore.

E passo al secondo punto, cioè alle mie convinzioni di oggi.
Ovviamente, sono ben consapevole che, nel frattempo, sono passati quaranta anni e sia la società sia il mondo del lavoro sono totalmente cambiati, quella di allora essendo una società che veleggiava felicemente verso la piena occupazione, mentre quella di oggi dibattendosi in una recessione crescente, aggravata dalla crisi di questi ultimi anni.
Per farla breve, ricordo soltanto che le certezze che avevano allora accompagnato la nascita dello Statuto si sono nel tempo vanificate, prima in ragione dello sviluppo tecnologico che ha contratto l’ampiezza dell’offerta, poi per la crisi del fordismo ed infine per la recessione crescente, fino alla crisi in atto.
E’ così accaduto che il mercato del lavoro privato, stretto tra la rigidità della garanzia reale fornita dallo Statuto e l’esigenza di mobilità nascente dalla rivoluzione dei metodi produttivi, ha trovato nelle nuove figure contrattuali (co. co. co, progetti, etc.) una sorta di valvola di sfogo per superare il blocco, cosa questa abbastanza comprensibile per la necessità di assecondare le spinte produttive con strumenti sufficientemente flessibili.
Qualcosa del genere, ma con motivazioni e conseguenze ben peggiori, è accaduto nel settore pubblico, in cui i potenti di turno, per aggirare la norma costituzionale (art. 97.3) che prescrive il metodo concorsuale per l’accesso ai pubblici impieghi, si sono via via inventati di tutto e di più (le cooperative e mille altri marchingegni) allo scopo di favorire amici e clienti, ma soprattutto per istituzionalizzare il voto di scambio nel presente e nel futuro, così mettendo sotto ricatto perenne tanti giovani costretti a barattare una parte della propria libertà sull’altare della sopravvivenza quotidiana, senza alcuna prospettiva che consentisse loro di formare una famiglia e di diventare parte responsabile della società nazionale.
Ovviamente, ad ogni scadenza elettorale la stabilizzazione dei precari di turno è divenuta merce di scambio per conseguire il consenso e così via all’infinito.
E’ in particolare questa la storia che deve finire; si tratta di una vera battaglia liberale, perché attiene alla libertà di tanti cittadini, a cui la morsa del bisogno sottrae il sacrosanto diritto di scegliere senza condizionamenti i propri rappresentanti, ed anche di programmare serenamente il proprio futuro.
Ecco perché mi sembra cosa buona e giusta quella di adottare un provvedimento “generale ed astratto” che risolva il problema senza lasciarlo ostaggio di chi, ai vari livelli, continuamente ne approfitta per i propri interessi di bottega politica.
Altra questione è infine quella dei rapporti di lavoro a regime, argomento non trattato nella riflessione iniziale e su cui aggiungo solo qualche parola, come spunto di ulteriore riflessione.
A me sembra che questo problema vada risolto, possibilmente nel concerto coi rappresentanti dei lavoratori, in modo da graduare le rigidità dello Statuto (in particolare dell’art. 18, in primo luogo, riducendo l’area della tutela reale ed incrementando quella della tutela obbligatoria, e poi, in via più generale, introducendo un rapporto di lavoro che sia molto flessibile nella fase iniziale, per poi man mano acquistare crescente stabilità nel corso degli anni; per un verso, si consentirà così all’azienda di verificare le capacità individuali ed al lavoratore di cercare soluzioni migliorative, e per altro verso si garantirà ai lavoratori meno giovani di non essere abbandonati alla loro disperazione nel momento in cui l’età sia divenuta un ostacolo ulteriore nella ricerca del lavoro.


Complimenti Sabina, con il demenziale spot di Sandro Bondi, Draquila avrà ancora più successo. Per motivi di pudore familiare avevo deciso di non parlarne, ma non posso tacere. Ho visto il film e posso dire in tutta onestà quel che penso. E mi chiedo: può ora Berlusconi dichiarare che la libertà è un Grande Evento, e dunque farla ricadere nelle nuove norme affidate alla Protezione Civile, affinché la stessa libertà sia sospesa perché ogni grande evento è un’emergenza? Questo è il punto. Il secondo è: avete mai letto una poesia del ministro della cultura? Può una poesia di Bondi essere considerata una emergenza tale da imporre la sospensione delle libertà civili? ULTIMORA: Sprezzante giudizio dei francesi:Per Jack Lang ex-ministro della cultura francese ed attuale “emissario speciale” del presidente Nicolas Sarkozy la decisione di Bondi di non andare a Cannes è sintomo di una «strana concezione della libertà».

sabato 8 maggio 2010

Scrive Arthur Leon

Sabina ha forse fatto un documentario con i crismi di Moore, di cui se non sbaglio è anche amica. I documentari “alla Moore” sono dei passatempi, dove qualche verità è mescolata a tanta ipocrisia faziosa, ma chi è vaccinato li affronta con spirito critico e forse riesce anche a distinguere. Se dopo aver visto il film di Sabina avrò cambiato idea, lo griderò ai 4 venti, ma dubito.

Data la faziosità del documentario, Bondi che personalmente non apprezzo, è più che giustificato ad esserlo egli stesso; ci vada Fini a Cannes, tanto Annibale non lo trova, ha una s in meno e sta combattendo in Puglia…
Giagina, lei fa la gigiona.

GUZZ – CARO AMICO, avendo visto in anteprima il film di Sabina, con pudore immaginabile avrei a questo punto qualcosa da dire.
Il film è un documentario e molto poco “alla Moore” (il quale è effettivamente amico di Sabina) ed è un film che trovo molto calmo e molto onesto. Io ho detto tante volte che mi fidavo ciecamente di Bertolaso ma dopo aver visto e udito fotogrammi e colonna sonora sono molto perplesso.
Sabina è moderata, pacata, ragionevole e dà moltissimo la parola ai fan di Berlusconi.
Sono testimone personale del fatto che Sabina ha per mesi chiesto a Bertolaso una intervista che Guido (che conosco bene) le ha promesso mille volte e senza poi mai onorare la parola data.
Sabina gli ha detto: Sto facendo un documentario che la riguarda e se vuol dire la sua può farlo liberamente rispondendo alle critiche.
Le ha dato buca costantemente, senza avere l’onestà di dirle: no, grazie, non desidero dare un’intervista a lei perché sennò Berlusconi s’incazza.
Francamente se Bertolaso, filmato dal vero, fa una figura meschina non può dire che non sia colpa soltanto sua.
Per dirne una, Sabina ospita a lungo nel film i berlusconiani sfegatati con cui lei discute in sottotono e senza enfasi, e dà molto spazio ai terremotati pieni di gratitudine e di amore per Berlusconi, in maniera molto serena e onesta.
Quel che emerge dal film è che le nuove regole di fatto sospendono non solo nell’immediato, ma per sempre nei luoghi dell’emergenza, le libertà civili: vietato fare qualsiasi cosa diversa dall’applaudire, o ti ritrovi carabinieri e polizia che ti vietano di fare quel che vuoi fare.
E poiché l’emergenza è stata equiparata ai grandi eventi, e poiché un campionato di nuoto è un grande evento che implica l’emergenza, ecco che anche un campionato di nuoto può condurre alla sospensione delle libertà civili (riunione, dissenso, domande scomode, conferenze stampa ostili, assemblee comunali).
Ciò che il film mostra e dimostra, carte bollate e decreti alla mano, è che se il capo del governo vuole dichiarare che la pioggia è un grande evento, può sospendere di conseguenza le libertà civili di chi si trova sotto l’acqua, e non scherzo.
Neanche il film scherza.
E’ ancora lecito discutere ed essere critici con il governo, o sono già passate le leggi speciali che limitano la libertà sotto la forma di grande evento?
Potremmo per paradosso, definire la libertà un grande evento e in suo nome negarla?
Bondi è, politicamente palando, un pezzo di merda.
Nessun ministro della Cultura, di cui lui non sa nulla, cosa che ho sperimentato molto prima che lui diventasse ministro (avete mai letto le sue “poesie”?) di un Paese normale avrebbe disertato Cannes perché vi è ospitato fuori concorso fra i contributi esterni un film antigovernativo.
Chi dà ragione a Bondi vuole un’Italia amica di Chavez, Putin e Amadinhajad, tre noti campioni delle libertà vicivili, e tiè ci metto anche il sor Gheddafi, tutti cari al nostro cavaliere senza cavallo, malgrado qualche precauzione scenica per l’iraniano.
Io credo che Bondi non ha visto il film, ma ha soltanto eseguito un ordine del capoccia.
Io spero che vediate Draquila, perchè certamente è un film antiberlusconiano, ma soltanto nel senso che Berlusconi appare e viene filmato per quel che dice e fa. Dopdiché chi vuole vomitare, vomita.
E chi vuole sorridere sorride.
Chi vuole applaudire il capocomico, può farlo senza temere altro che il suo specchio.
C’è quel pezzetto delizioso in cui il nostro capo del governo all’Aquila chiede ai terremotati: “Non avete portato le donne? Che facciamo senza le donne? Se me lo dicevate, le portavo io. La prossima volta porto io le veline”.
Uno statista.
E poi la telefonata col cellulare davanti alla Merkel, un must della vergogna internazionale. E l’umiliazione del famoso pezzo in inglese in cui dice a Bush parole grottesche per arroganza ignoranza pronuncia e grammatica sentendosi poi prendere pure per il culo dall’ospita che ghigna con disprezzo: “His English is very good”.
Bondi non va a Cannes? Una vergogna di meno per l’Italia, una in più per il governo che degnamente rappresenta.

UN VIDEO DA MOSCA: CARI ITALIANI, VI PORTIAMO LA LIBERTA’, STIAMO ARRIVANDO

sabato 1 maggio 2010