Archivio del 15 settembre 2009

Interviene Lémery sull’ “impero riluttante” americano e il mito dell’antiamericansimo, così salvifico e liberatorio in Italia, patria del cinema e delle fantasie piccolo-borghesi grazie alle quali la colpa è sempre di un grande cattivo nascosto nell’ombra.

martedì 15 settembre 2009

Gentile onorevole,
il suo articolo sull’America e sulla sua percezione in Italia è, a mio modesto avviso, perfetto. I “quattro paraculi arroganti, ignoranti e paranoici” che sarebbero gli italiani illumina anche la recente – e interessante – diatriba sul declino del cinema italiano che ho letto sul suo blog. Non essendo un esperto (mi piacciono Stanley Kubrick e Tomas Milian), aggiungo solo che già nella seconda metà degli anni Novanta certa stampa tedesca definì il cinema italiano come “il trionfo dell’estetica piccolo-borghese”. In pratica, guardarsi l’ombelico in due stanze-cucina lacrimando sulla rivoluzione mancata (e qui hanno ragione Nietszche – nick assai impegnativo – , Kintpuash e soprattutto Zulawsky).
Se l’Italia si crogiola nei clichés antiamericani (vedi il compianto Jean-François Revel: “L’Obsession Antiaméricaine”) è forse a causa dell’impotenza dell’Europa, vecchia assassina di professione che vede con livore una più giovane bellezza occupare il ruolo che fu suo, con meno sangue e massacri però. La vecchiaia implica saggezza, certo, ma anche malinconia per la fine delle notti passate a uccidere, scopare e distruggere filosofie. La fine dell’adolescenza, insomma.
Per quanto riguarda le sue righe sugli Usa imperiali loro malgrado, mi permetto di segnalarle un libro dello storico scozzese Niall Ferguson: Colossus. Ferguson è stato “scoperto” in Italia da Repubblica e pubblicato da Corbaccio nella collana diretta da Sergio Romano. Ha anche scritto un interessante volume, “Virtual History”, in cui, fra l’altro, discute della pochezza della dinastia Kennedy. In tempi di omaggio supino a Ted Kennedy – “Everybody loves you when you’re dead” cantavano gli Stranglers – sarebbe rinfrescante rileggere quali mentecatti furono i componenti della famigliola che ha ammorbato l’America per decenni.
Niall Ferguson concorda con lei sugli Stati Uniti incapaci di assumere la loro missione imperiale e conia il termine di “impero riluttante”. Le statistiche sulla meglio gioventù americana che vuole solo entrare in banche d’affari mentre un secolo fa i rampolli dell’aristocrazia britannica aspiravano a servire la corona in India, Aden, Rhodesia, Egitto eccetera sono chiarissime. Gli Usa hanno mezzi mai visti, ma sembrano non avere la volontà di ordinare il mondo. Non gli va. Peccato, secondo Ferguson, perché gli imperi sono fonti di stabilità. Aggiungo che la fine dei grandi imperi multinazionali centroeuropei – tedesco, austro-ungarico, russo e ottomano – ci ha regalato le delizie del 1917-1991. Milioni di cadaveri, intere culture annientate, dolore infinito e così sia.
Gli americani sono noiosi, non c’è dubbio, così come i colombiani e i lussemburghesi, ma ho letto che la maggiore biblioteca di studi medievali (quindi europei) al mondo si trova a Boston. Vorrà dire qualcosa? Che cosa abbiamo da insegnare agli yankees? Come comportarsi a tavola? Quale cravatta scegliere?
Credo che gli Usa, secondo i parametri a cui siamo abituati, siano fin troppo buoni. Napoleone diceva che se i fulmini potessero essere impiegati come armi da guerra sarebbe stato giusto usarli. Se Napo fosse stato al posto di Bush avremmo visto atomiche lanciate a casaccio, così, tanto per non sbagliare. E forse sarebbe stato giusto. In fondo, il fungo è maestoso. Altissimo, enorme, colorato, devasta continenti. Molto meglio dei film italiani, che non colpiscono che le formiche. C’è da rivalutare i grandi massacri di massa, che sono stati l’hobby preferito dell’umanità sin dai tempi antichi, che giustamente veneriamo. E’ comprensibile, mica erano più scemi di noi. O no?

Cordialità

Lémery