Rivoluzione Italiana http://www.paologuzzanti.it Il blog di Paolo Guzzanti Wed, 16 May 2012 14:24:28 +0000 http://wordpress.org/?v=2.8.4 en hourly 1 Ho lasciato gli ex responsabili e cercherò di mettere insieme i liberali disponibili per sostenere il governo senza paraocchi, senza piaggerie, ma in modo veramente responsabile. Vi darò notizia non appena avrò messo insieme i primi tre deputati con cui formare una componente e avere diritto di voce in Parlamento (ma in Parlamento si può parlare davvero?) dove finora sono stato tenuto accuratamente imbavagliato http://www.paologuzzanti.it/?p=1845 http://www.paologuzzanti.it/?p=1845#comments Wed, 16 May 2012 14:22:46 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1845 CAMERA: GUZZANTI LASCIA POPOLO E TERRITORIO, TORNA NEL MISTO =

(AGI) – Roma, 16 mag. – Paolo Guzzanti annuncia di essersi

dimesso oggi dal gruppo Popolo e Territorio. Il deputato

comunica anche di essere tornato nel Misto e di “voler dare

vita a una componente di iniziativa liberale”. (AGI)

Red/Bal

161613 MAG 12

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Sto scrivendo una curiosa autobiografia istigato dal mio editore e amico Francesco Aliberti, dunque vi chiedo di fare a meno di me per un po’ (ci sarò comunque ogni giorno, non fraintendetemi) e di trasformare pian piano questo blog già diverso in un blog ancora più diverso. Vi suggerisco una scandagliata e una abbeverata del Mondo di Mario Pannunzio. Non che voglia e sia possibile fare qui un giornale di quel genere, ma non si dovrebbe mai dimenticare l’esempio di quel giornale e ispirarsi agli stessi principi, alla stessa sobrietà, allo stesso silenzioso e laico patriottismo. http://www.paologuzzanti.it/?p=1841 http://www.paologuzzanti.it/?p=1841#comments Sun, 13 May 2012 17:38:02 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1841 Cari amici, sto scrivendo un libro. Il mio editore Aliberti mi ha invitato a pranzo e mi ha detto: devi raccontare la tua vita.Ho risposto che non sono in punto di morte e neanche così importante da raccontare la mia vita. Ha risposto che ne aveva abbastanza di sentirmi raccontare storie a suo parere formidabili affidate alla sola tradizione orale, all’aneddoto, all’imitazione, alla piccola storia della cronaca. Insomma, ha insistito e io mi sono messo al lavoro. Sono, più o meno alla metà dell’opera. Dopo aver raccontato guerra e infanzia, adolescenza cupa ed esordi nelle tipografie romane, sono arrivato al periodo di Repubblica e anzi al momento in cui, fine luglio 1990, mi licenziai bussando alla porta di Scalfari. Da quell’episodio finale, come un lungo flash back voglio raccontare quei quindici anni a piazza Indipendenza e questo è affar mio. Chi di voi poi leggerà, se vorrà potrà dirmi cghe cosa ne pensa, ma adesso mi preme dire qualcos’altro.
Voi tutti siete bravissimi e io vi conosco, si può dire, ad uno ad uno. Il nostro blog inoltre ha una qualità e una sobrietà che a me sembra, per vostro merito e quale che sia la vostra posizione politica, superiore a quella delle decine, centinaia di altri blog. Come ha notato Aldoj io ho cercato di far valere delle regole di buona creanza e di rispetto reciproco, e in questo siete stati generalmente d’accordo con me.
Ma oggi, sempre per seguire il mio libro, la storia di una vita con cui raccontare la vita degli altri e il secolo lunghissimo (altro che breve!) mi sono messo a rievocare il Mondo di Mario Pannunzio, che cambiò il panorama italiano sia del giornalismo che della politica, una posizione minoritaria e di altissima qualità.
Certo, non vi proporrò di trasformare iun modesto blog nel nuovo Mondo di Guzzanti, anche perché non ne sarei all’altezza. Ma vi invito a spendere qualche minuto su questo link
http://www.criticasociale.net/index.php?&function=editoriale_page&id=0000274
in cui c’è un bel saggio sul Mondo.
Vi vorrei pregare di fare insieme, io per primo, un salto di qualità. Smetterla con tutte le picche e ripicche e portare ragionamenti, idee, temi e polemiche di profilo alto. Fra l’altro vi chiedo di smettere di ammollarci i link con le articolasse che poi uno dovrebbe leggere, esattamente come ho appena fatto io, contraddicendomi. Se un articolo vi è piaciuto, dite perché. Citate il brano, sintetizzate il punto e smettetela col copia e incolla.
Ma io sono convinto che stiamo vivendo una crisi epocale, millenarista come la crisi dei prezzi nel seicento quando il mercato del mondo nuovo americano fece saltare il centro mediterraneo. Oggi tutto cambia, tutto è terribile e diverso e noi dobbiamo capire, discutere, cercare e trovare soluzioni o discutere almeno i punti importanti.
Io ho molto da lavorare e i miei interventi sono e resteranno ancora sporadici, ma mi affido a voi: vi chiedo di inaugurare uno stile ancora più netto e diverso dalla paccottiglia on line e vi chiedo di fare qualche sforzo in più. Monti e il suo governo sono ottimi e doverosi temi, ma cerchiamo di essere un po’ meno banali. Non tutto quel che appare è come sembra, anzi mai.
Vi chiedo scaltrezza, disincanto, letture acute e sintesi di pensiero.
Non sarà facile, non sarà immediato, ma vi chiedo di provarci. E per trovare un po’ d’ispirazione andate come ho appena fatto io ancora una volta a pascolare nell’atmosfera del Mondo di Mario Pannunzio e della sua generazione di patrioti laici, di gente colta e limpida.
Un caro saluto a tutti.
Paolo Guzzanti

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Quel che penso della Lega, che è poi quel che ho sempre pensato http://www.paologuzzanti.it/?p=1836 http://www.paologuzzanti.it/?p=1836#comments Sat, 07 Apr 2012 20:21:15 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1836 Vedo che qualcuno mi attacca per quel che scrissi su un incontro occasionale per strada fra me e Umberto Bossi. Ho letto molti insulti e parecchie sciocchezze e me ne rammarico per chi le ha scritte, ma sintetizzo la mia posizione permanente sulla Lega. Questo partito ha incarnato quel che già c’era nelle regioni del Nord: quella insofferenza, quella protesta, quel desiderio di Nord e non di Sud, di liberalismo senza burocrazia, di orgoglio valligiano. La Lega Nord è stata ed è un movimento venato di alcuni veri principi liberali e federalisti, ma pervaso da alcune cialtronerie come sempre accade.
Sulla secessione ho sempre scritto, qui sul blog e altrove, che ero e sono pronto a sparare e farmi ammazzare se qualcuno attenta all’unità d’Italia, non importa che cosa sia accaduto 150 anni fa. Prendo il fucile e sparo. Quanto al resto, che non sia secessione, vedo nella Lega un movimento di innovazioni rivoluzionarie ispirate al calvinismo e alle democrazie anglosassoni.
Poi gli scandali, il Trota, Belsito, le donne… tutto questo non mi attira, non mi diverte, non dimostra nulla. E’ un peccato, al massimo dimostra la permanenza del fattore umano anche nei grandi e piccoli ideali. Dunque considero Bossi un grande innovatore che ha dato molto all’Italia che lui non ama mentre io invece sì.

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Vogliamo davvero suicidare la democrazia e non pensarci più? Basta unirsi tutti nel nuovo consociativismo emergenziale. Fatto quest’ultimo passo, ho una proposta: chiudiamo il Parlamento e insediamo a Palazzo Chigi un consiglio d’amministrazione sobrio ed elegante. Poi, partiti e deputati a casa: tutti saranno contenti e lo spread scenderà come una lieve brezza per annunciare la fine delle brutte liti politiche, anzi la fine della politica, anzi della democrazia. Questa non è opera di Monti, non possiamo prendercela con lui. Ma dei partiti. http://www.paologuzzanti.it/?p=1832 http://www.paologuzzanti.it/?p=1832#comments Sat, 17 Mar 2012 19:29:58 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1832 Qual è il è il bello della democrazia, dividere o unirsi?
La maggior parte degli italiani è stata indotta a rispondere unirsi. Ma è sbagliato. Il carburante della democrazia è invece proprio la divisione: programmi, stili e leader contrapposti per stimolare l’offerta di diversi modelli di governo.
Se l’offerta permette delle scelte, il cittadino può esercitare la sua libertà. Ma se il mercato offre un unico prodotto, la scelta è nulla e la libertà inutile.
Perché parlare dei fondamenti della democrazia?
Perché se già tirava un’aria eccezionale a causa di un governo efficace ma figlio di uno stato di necessità, ora sembra di assistere all’inizio di una nuova fase in cui si gettano le basi del dopo. E quel che sembra emergere, sotto forma di atteggiamento virtuoso, è l’intenzione di arrivare a eliminare, o almeno limare, tutte le differenze fra i partiti avendo come obiettivo finale una politica non soltanto pacificata, ma omogeneizzata. Il più attivo in questa direzione ci sembra il leader dell’Udc Casini che, nell’anniversario del rapimento di Aldo Moro e del massacro della sua scorta, privilegia dell’antico leader l’invocazione per la «solidarietà nazionale» che 35 anni fa fu scelta per combattere le Brigate rosse, le stesse che poi rapirono e uccisero Aldo Moro.
La «solidarietà nazionale» era infatti una creatura tipica della prima repubblica generata dalla situazione internazionale: i partiti democratici governavano lasciando fuori il Partito comunista sia perché quel partito non vinse mai le elezioni, sia perché i Paesi della Nato avevano posto il veto.
E a causa di quel veto il Pci invocava ogni volta che poteva lo stato di emergenza nazionale per spingere affinché si formassero governi di «solidarietà» che gli permettevano di avvicinarsi all’area di governo aggirando il veto americano e alleato. Questa situazione mise l’Italia in una posizione di frizione molto grave che spinse Aldo Moro a farsi garante davanti agli alleati occidentali del cammino che avrebbe portato il Pci verso le democrazie occidentali, dopo aver finalmente rotto con Mosca, cosa che non avvenne mai finché l’Urss non collassò da sola. La sua uccisione però mise fine all’esperimento, che morì con la morte dello statista democristiano. Fare appello oggi alla memoria di Moro per usarla come sponsor di un’operazione di trasformismo, ci sembra una forzatura un bel po’ opportunistica,
Eppure vediamo rifiorire lo spirito emergenziale dei vecchi tempi, stavolta per consentire non a un solo partito, ma a tutti i maggiori partiti oggi in Parlamento, di formare un blocco, come una zattera di sopravvivenza sotto forma di imbarazzante alleanza: la foto che vede insieme tutti i leader da Alfano a Casini e Bersani, sembrerebbe indicare il desiderio di una coalizione sfrondata di ogni spigolo e spina. Il messaggio che dovrebbe suggerire questa operazione sarebbe: tutti uniti per il bene del Paese. Molto generoso, ma purtroppo letale per la rianimazione della democrazia in coma chimico.
Anche le celebrazioni per gli anniversari di Capaci e via D’Amelio sono diventate paramenti per la messa emergenziale benché nessuno sappia o voglia rispondere all’unica domanda che conta per quelle stragi: perché? Perché Falcone, che era ormai un dirigente ministeriale romano, fu assassinato in quel modo così spettacolare, più da corpi speciali, che da mammasantissima? E perché Borsellino morì quando disse di aver capito il motivo per cui Falcone era stato ucciso? Io so soltanto una cosa: Falcone stava dando un eccezionale aiuto – promosso da Cossiga – alla Procura di Mosca dopo che l’ambasciatore russo, Adamiscin, era andato al Quirinale a protestare perché il tesoro ex sovietico del Pcus e del Kgb era stato portato in Italia per essere riciclato. Quello fu l’ultimo lavoro pericoloso di Falcone. Ma quando morì fu subito lanciata un’assordante campagna di santificazione che sigillò ogni spazio per le inchieste meno banali, annichilendo qualsiasi ricerca del movente, che infatti ancora oggi nessuno sa indicare. Le due stragi divennero però strumenti per rilanciare l’emergenza, e oggi per suggerire l’opportunità di una politica senza politica, senza articolazioni, senza differenze. Ora comprendiamo bene perché il governo Monti sia stato e sia necessario e abbia richiesto per nascere una procedura, questa sì, eccezionale.
Ma l’autoriduzione della politica in poltiglia ci sembrerebbe a questo punto la ratifica di un suicidio. Non tanto quello dei partiti, ma della democrazia stessa.

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Il bipolarismo sta vincendo, Monti è un elegantissimo e stimatissimo realista, cioè un uomo di destra che segue la linea di Berlusconi. La sinistra comincia a capire che sta sostenendo un governo destinato ad essere detestato dalle masse, ma il Pd è costretto a trattare con il Pdl per mantenere in vita il porcellum con cui restare egemone anche a costo di ridurre al lumicino il centro di Casini, Fini, Rutelli. Entro un anno cambia tutto e per sempre. http://www.paologuzzanti.it/?p=1826 http://www.paologuzzanti.it/?p=1826#comments Tue, 07 Feb 2012 15:13:07 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1826 Mio articolo sul Giornale del 7 febbraio

Tutto è cambiato e, diversamente dal noto slogan del Gattopardo, tutto cambia affinché nulla sia più come prima, salvo la legge elettorale che resta il deprecato porcellum ancora in vigore e che la Corte costituzionale ha riconfermato e rilegittimato.

E a questo proposito vale la pena chiarire il motivo per cui la Corte ha bocciato il referendum: un referendum può soltanto abrogare una legge, ma non fare una nuova legge. E se un referendum avesse abrogato l’attuale porcellum, l’Italia sarebbe rimasta senza una legge elettorale perché quella precedente, il Mattarellum, non può essere resuscitata per magia. Dunque il bipartitismo è ancora vivo, mentre il Terzo polo è in un vicolo cieco e tutte le forze minori e minime sono già in posizione di fuori gioco. Restano al tavolo soltanto i due partiti maggiori: Pdl e Pd. Entrambi i partiti maggiori già praticano o annunciano di volere le primarie, per saziare la voglia di scelta degli elettori, senza concedere le preferenze, madri di tutte le corruzioni e compravendite.

Il partito di Bersani teoricamente dovrebbe stracciarsi le vesti e dire che vuole comunque una nuova legge elettorale per favorire i potenziali alleati Casini e Fini, ma sull’altro piatto della bilancia vede l’appetitosa prospettiva di una posizione di comando con cui riempire il Parlamento di deputati e senatori delle sue liste, senza dovere nulla a nessuno. Ed è quanto accade nel Pdl di cui appare soltanto il tranquillizzante Angelino Alfano, mentre Silvio Berlusconi fa il padre nobile dietro le quinte, concedendo interviste di alto profilo agli arcinemici come il Financial Times mentre guadagna tempo prezioso per far raffreddare e dimenticare la rovente animosità accumulata sulla sua persona. Dunque, anche se non si può parlare di inciucio fra i due maggiori partiti, si deve tuttavia parlare di logica. E la logica in politica è più fredda e più deterministica di quella che governa giochi complessi come gli scacchi o il bridge. Dunque la logica spinge verso l’accordo, anche se l’aspetto esterno, estetico, mediatico e teatrale fa venire a molti, di destra e di sinistra, la pelle d’oca o il prurito: chi glielo dice, adesso, agli elettori che stiamo trattando con il Pdl mettendo le corna al Terzo polo?

Naturalmente in questo panorama va calcolata l’incognita maggiore e cioè Mario Monti e il suo governo di destra morbido nelle parole ma affilato come un rasoio nei fatti. Si capisce ora perfettamente quel che era già chiaro fin dall’inizio: la sinistra italiana si è fatta ubriacare dal rabbioso piacere di liberarsi di Berlusconi inscenando orrende manifestazioni di strada e, così ubriaca, non ha calcolato il fatto che Monti è andato a fare the dirty job: lo sporco lavoro che il governo precedente non aveva la forza di fare per i veti incrociati, le divisioni interne, le incertezze e le risse. Inoltre il Cavaliere non poteva smentire se stesso caricando la gobba del contribuente noto di nuove tasse, mentre quello ignoto al fisco danza e balla infischiandosene. Monti poteva e doveva, e l’ha fatto.

A questa carenza, quella dell’evasione fiscale dei soliti ignoti, il governo Monti ha dato risposte mediaticamente sazianti con i blitz di Cortina, Milano, Roma, che soddisfano i palati di chi vuole vedere almeno le prove di scena della caccia all’evasore anche se finora nessuno ha ancora detto chiaramente che cosa il governo in carica intende fare dell’economia sommersa e malavitosa che non solo non paga le tasse ma produce una fetta gigantesca di reddito senza la quale un terzo dell’Italia creperebbe. In questo momento le apparenze sono fondamentali: Monti è un jolly outsider perfetto perché «appare» come il perfetto anti-Berlusconi quanto a look, atteggiamento: la famosa sobrietà, l’accoglienza fantastica che riceve meritatamente all’estero, le mitiche giornate di Londra, di Bruxelles, di Berlino. Ma nei fatti molti ormai sospettano che sia il super Berlusconi, e questo spiazza la sinistra perché la sua luna di miele con il primo ministro prima o poi finirà e potrebbe finire molto male per la forza dei fatti e dei sondaggi.

Non c’è voluto molto perché la sinistra misurasse il guaio in cui s’è cacciata: per soddisfare le plebi antiberlusconiane più fondamentaliste ha accettato, esaltato, promosso e tenuto in piedi l’uomo che di fatto sviluppa e accentua la politica che Berlusconi non ha avuto la forza di fare. Quando mai il Cavaliere si sarebbe potuto permettere di pronunciare, semplicemente pronunciare, le parole «articolo diciotto»? Monti invece lo fa, e poi lo rifà, e lo ripete ancora sul sito di Repubblica e accentua e ribadisce col sorriso sulle labbra e le battute in inglese e all’inglese, che la messa è finita, che il posto fisso è finito, che le imprese per venire a investire in Italia hanno bisogno di libertà di assumere e di licenziare e che la giustizia funzioni assicurando tempi civili ed europei e non giurassici e metafisici.

Ma che farà Monti? Davvero come Cincinnato tornerà a zappare l’orto universitario? Forse è nei suoi desideri, ma non è nella logica. E poi, perché dovrebbe se la sua missione non è finita, se può ancora dare al Paese ciò di cui ha bisogno? Dunque le previsioni si complicano: la quadra da trovare prevede, come abbiamo detto, una scelta del Partito democratico fra un accordo con il Pdl sulla legge elettorale e la difesa del bipolarismo contro il terzopolismo di Fini e Casini.

Quale possa essere questa quadra è per ora impossibile dire, ma le opzioni ci sono: c’è da riempire la casella del Quirinale, la casella di Palazzo Chigi e nessuno può ancora dire oggi quale Parlamento uscirà dalle elezioni di qui a un anno. Ma ci sembra ovvio che Berlusconi rivendichi di essere la condizione vivente per l’esistenza del governo Monti («Mi sono ritirato io e anche con una certa eleganza mentre avevo ancora la maggioranza nelle due Camere», ripete) e che lo sostenga con convinzione. Il tempo lavora per il logoramento della sinistra e l’avanzata di concetti liberali, l’avanzata di simboli e parole che avevano perso forza negli ultimi anni e che minacciano di diventare politica, mettendo a frutto l’opportunità di una crisi che non ammette tentennamenti.

Dunque, secondo il vecchio detto di Mao Zedong, c’è molto disordine sotto il cielo e questa è una cosa buona. Ormai si può solo andare avanti, come è evidente, e non si torna indietro. La partita è aperta e le varianti sono numerose. Verificarle è il nuovo compito della politica, dopo la lunga stagnazione.

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Sono esausto e chi me lo fa fare. Come el Quichote, caracollo da solo (e come un imbecille) contro il mulino a vento del comune sentire, inalberando i principi dell’orgoglio parlamentare che per sua identità e definizione resiste e si oppone fin dai tempi di Cromwell alle invasioni di giudici e del re (la cosa pubblica) sul sacro territorio della rappresentanza sovrana del popolo sovrano. Ma di che parlo? Parole al vento, chiacchiere in libertà – e solitarie – di un vecchio patriota della democrazia quale sono. Mi rispondete quasi tutti con le supposte, magari vere ma non provate da un processo, malefatte di Cosentino. Tutti scambiano “i privilegi” del parlamentarismo, che esistono per tutelare i diritti sovrani del sovrano elettore, per una difesa di privilegi. Che noiosissima rottura di coglioni. Ma sapete che c’è di bello? La democrazia è in fondo un lusso, anzi un vizio; meglio un consiglio d’amministrazione della Bocconi. Diciamolo una buona volta: il Parlamento stesso è un turpe vizio che un tale probo Paese non si può più permettere, e inoltre è una sentina di ladri e di privilegiati che tartassano la povera nazione che, di suo, è innocente, trasparente e laboriosa. Ma se è così, di che cosa stiamo ancora discutendo? E’ gennaio, ci sono zero gradi, orsù, siamo conseguenti: tutti al mare a farci il bagno! Ecco a voi il breve scambio con l’amico Jovenal, un uomo che stimo molto. Ma… tu quoque Juvenali? Alzo la toga e attendo le ventitré coltellate d’ordinanza. http://www.paologuzzanti.it/?p=1820 http://www.paologuzzanti.it/?p=1820#comments Fri, 13 Jan 2012 11:14:13 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1820 JOVENAL SCRIVE No, dovete cambiare questa prassi di difendere il parlamentare dalla legge comune; poi, ma soltanto dopo, dovete cambiare la legge e l’ordinamento giuridico, ad esempio introducendo la responsabilità [civile=sanzione] del giudice per l’errore commesso. Se po’ ffà.
Finché nei partiti non verrà esposto questo criterio consequenziale delle 2 cose e non lo adoperate, potete scordarvi il rispetto del cittadino, e siete correttamente definiti una casta, statica, che non si riforma, che pur volendo si chiederebbe come, per mano di chi, dunque una casta.
Tu pensa se io potrei mai decidermi a dare un contributo al paese facendo il parlamentare se quel posto è così paralizzato.

GUZZ – GIRA LA TUA mail agli altri parlamenti, a cominciare da quello europeo, per proporre di abrogare le difese dei rappresentanti.
Mi spiace che un uomo della tua speciale intelligenza non colga il punto.
Ma, sai che ti dico? in fondo sono cazzi vostri. Dei cittadini, intendo. Questo è il comune sentire? Siete tutti in coda sul comune sentire? Non percepite l’odore della questione di principio? E allora che parliamo a fare se la democrazia è soprattutto una questione di principi e una gerarchia di principi?
Stiamo perdendo tempo, no? Suvvia, andiamo al mare e facciamoci il meritato bagno a zero gradi.

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Chi usa la parola “comunismo” e – peggio – l’aggettivo “comunista” è volgare, è cheap, è berlusconiano. Ecco dunque che se muore il patriota boemo Havel che è stato un anticomunista disarmato e combattente, Napolitano lo imbalsama come “grande europeo” e se muore il boia nordoreano, e comunista, diventa un semplice “dittatore”, al massimo “stalinista”. Novità storica: i comunisti e gli ex comunisti se li chiami con questo aggettivo, si offendono. E tutto il mondo grigio, sobrio, perbenista, asfalta le parole e copre la fossa comune della verità storica, anch’essa archiviata come volgare, inopportuna, provocatoria, roba insomma da mascalzoni. Quali siamo. http://www.paologuzzanti.it/?p=1818 http://www.paologuzzanti.it/?p=1818#comments Fri, 23 Dec 2011 22:07:35 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1818 Non ci volevo credere, ma su Internet è facile verificare. E dunque a meno che io non sia diventato cieco e sordo, è vero: sia nel caso della morte del dittatore comunista nordcoreano Kim Jong-il, sia nel caso della morte del campione dell’anticomunismo europeo dell’Est Václav Havel (per due volte presidente della Repubblica) il Tg3 ha mai pronunciato o fatto pronunciare le parole, peraltro foneticamente semplici e note, di «comunista» e «comunismo».
Si dovrebbe commentare con aggettivi enfatici: incredibile! pazzesco! indecente!
Ma l’ironia col punto esclamativo non è più in voga da quando un manto asfaltato di sobrietà ha sepolto ogni movimento scomposto, ogni capello fuori posto, ogni sillaba enfatica.
Ed è meglio così: perché la cosa purtroppo non può destare alcuna meraviglia.
Una scuola di pensiero, proprio quella che Havel temeva e prevedeva, ha preso i comandi dell’etica e dell’estetica e ha decretato che parlare di «comunismo» è da pezzenti: si può parlare di dittatura, al limite di stalinismo (Stalin, chi era costui? Un caso patologico nato come fenomeno imprevedibile in un mondo normale o un professionista del genocidio pianificato insieme ai piani settennali del partito comunista sovietico?) ma mai di comunismo. Questa parola, peraltro decente e frequente in ogni dizionario di filosofia e manuale di storia, è stata bandita perché può urtare le sensibilità dei vecchi e meno vecchi comunisti.
Controprova, a meno che non ci sia sfuggito qualcosa, il signor presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha tessuto un nobile elogio di Havel descrivendolo come un grande intellettuale e un europeo di alto lignaggio. Tutto vero, per carità. Ma dove viene ricordato che Havel fu prima di tutto un oppositore fermo e disarmato, etico e politico, del comunismo? Eppure il presidente Napolitano viene dal Partito comunista, in cui militava – anzi guidava – l’ala migliorista filoccidentale che fece di lui «il mio unico amico comunista» nelle parole dell’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, anticomunista armato.
E infine – sempre che gli occhi e gli occhiali non ci abbiano fatto brutti scherzi – anche l’articolo del direttore di Repubblica Ezio Mauro evita come la peste l’aggettivo e il sostantivo, che devono essere considerati a Largo Fochetti estremamente cheap, volgari, inappropriati.
Dunque, impariamo ogni giorno di più dai maestri della e dalla sinistra che il comunismo non è esistito, sono esistite le sue utopie (invariabilmente nobili e generose), sono esistite le sue distorsioni staliniste, maoiste, polpottiste, castriste, africane e nordcoreane, ma le distorsioni non erano la «cosa», l’oggetto che merita il nome che ha scelto di portare e di cui non si deve parlare perché non ne siamo degni o non vogliamo rogne.

Si spiega così anche meglio come mai quando Silvio Berlusconi, a cui piace anche essere provocatorio e persino dispettoso, accusa «i comunisti» e parla di loro come di qualcosa di esistente e di attuale, si rovesci su di lui tutto il rabbrividito sdegno del mondo che una volta si chiamava radical chic, o gauche caviar. Dare del comunista a un comunista è volgare. Dire che qualcuno ha sofferto in galera per il comunismo è inopportuno. Che qualcun altro è morto dopo aver seviziato il suo popolo in nome del comunismo (e non perché è una persona stravagante) è miserevole, volgare, inopportuno. Turba gli equilibri, «riapre il dibattito» (che non si è in realtà mai fatto, mai concluso) sul più vasto e duraturo crimine politico contro l’umanità, se sono appena verosimili le cifre fornite dagli storici russi dopo la caduta del regime comunista, secondo cui le vittime civili e innocenti del comunismo di matrice russa ed europea – guerre a parte – sono state fra i 15 e i 40 milioni, inclusi vecchi, donne e bambini. E non soltanto per mano di Stalin, ma anche di Lenin e poi anche di Krusciov che si lasciò convincere proprio dai dirigenti comunisti italiani, Togliatti in prima linea, a schiacciare nel sangue e nelle lacrime la rivolta anticomunista ungherese degli operai e degli studenti di Budapest nel triste novembre del 1956.

Che brivido: scrivendo queste poche vecchie e scontate noticine storiche, già mi sento un bieco anticomunista assetato di assurde vendette fuori tempo, mentre in realtà vorrei, vorremmo tutti soltanto che la decenza e la sobrietà fossero lodate non soltanto per il loden e la compostezza linguistica, ma anche di fronte alla storia che non chiede di essere manomessa.

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http://www.paologuzzanti.it/?feed=rss2&p=1818 340
Il mio saluto a Vaclav Havel, eroe civile e borghese, e uomo di teatro, insorto senza armi contro il comunismo che considerava serenamente un unico delitto contro l’umanità. Vaclav temeva quel che poi è venuto dopo il comunismo: conformismo isterico, estetismo da quattro soldi, tutto politicamente corretto, banale, perentorio, ortodosso, senza guizzi. Come dire: sobrio, col loden, impassibile, egualitario e come sport equestre l’equità cavalcata a pelo http://www.paologuzzanti.it/?p=1816 http://www.paologuzzanti.it/?p=1816#comments Mon, 19 Dec 2011 11:46:23 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1816 Quando vissi a Praga per un paio di mesi a cavallo della caduta del comunismo nel 1990, conobbi Vaclav Havel e poi ci ripromettemmo sempre di fare un libro-intervista che per motivi vari e contingenti non si fece più anche perché lui diventò prima presidente della Cecoslovacchia e poi della Repubblica Ceca dopo la scissione dalla Slovacchia: il cosiddetto «divorzio di velluto» dopo la sua «rivoluzione di velluto» che inaugurò l’era delle rivolte civili senza armi, festose, pressanti.
Mi ripeteva allora, quando ci vedevamo nella mia modesta casa nella via Franzuskaia (dalla grafia più complicata che non so riprodurre) quale era il suo timore più grande e, aggiungo io, profetico.
Il suo timore era che, dopo la caduta del comunismo sovietico e dunque della ingombrante impalcatura della guerra fredda, sarebbe poi venuta l’era della menzogna globale, del politicamente corretto, della finta etica e della finta estetica dei giornali manipolatori ed egemoni, dell’anestesia diffusa e perbenista in una forma di ipocrisia suscettibile e irascibile che infatti sta diventando la cifra del secondo millennio: quella della rinuncia alla verità e della banalità travestita da moralità.
Vaclav non voleva più truppe straniere sul suolo ceco, ma gradiva comunque qualche batteria di missili americani perché era sicuro che soltanto gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza contro la Russia comunque ribattezzata e travestita. Aveva assaggiato, lui uomo di teatro messo al bando, le gioie del regime sovietico insieme a Milan Kundera che nel 1968 scriveva la prima stesura de «L’insostenibile leggerezza dell’essere» mentre il mondo occidentale fingeva di scandalizzarsi per la repressione dei carri armati in Boemia. In realtà l’Occidente aveva chiuso entrambi gli occhi ed era sollevato dalla fine del rischio che il germe cecoslovacco attecchisse e che la «Primavera di Praga» dilagasse. Pochi si accorsero della grande oscenità: truppe tedesche erano tornate in armi sulla terra che avevano insanguinato durante la seconda guerra mondiale.
Havel mi rivelò ciò che poi ho potuto verificare documenti alla mano quando, come presidente della Commissione Mitrokhin, ho potuto leggere i verbali segreti delle riunioni del Patto di Varsavia (La «Nato dell’Est») che documentavano un fatto di enorme portata e infatti dimenticato: il Patto di Varsavia, sotto gli ordini del Cremlino, cercò sempre la soluzione militare contro l’Occidente ed era sempre sul punto di scatenare la terza guerra mondiale per catturare l’Europa Occidentale, cose resa impossibile dall’incolmabile gap tecnologico negli armamenti. E questo era accaduto in particolare a causa della resa occidentale di fronte all’invasione del 1968.
Havel disse infatti che quando le armate del Patto di Varsavia entrarono a Praga nell’agosto del 1968, trovando soltanto la resistenza di studenti e operai che brandivano libri, erano guidate da ufficiali sicuri di incontrare le truppe occidentali della Nato. A Mosca erano sicuri che a Washington, come a Parigi, a Londra e a Bonn, i leader occidentali non avrebbero consentito che Praga subisse lo stesso destino che l’Armata Rossa aveva inflitto a Budapest nel 1956. I generali del Patto di Varsavia, disse Havel, avevano avuto l’ordine di non ingaggiare ad alcun costo un combattimento e di ritirarsi, considerando quell’operazione come un test: avrebbe l’Occidente girato la testa dall’altra parte, o avrebbe reagito?
La riposta fu chiara: l’Occidente abbandonava i patrioti boemi. E anche i partiti comunisti occidentali, che inizialmente furono critici nei confronti dell’intervento, voltarono le spalle e dimenticarono, comunisti italiani in testa, proprio loro che nel 1956, con una azione intimidatoria di Togliatti e del gruppo dirigente di Botteghe Oscure, avevano preteso da Krusciov la repressione nel sangue e nella vergogna della rivoluzione ungherese.
Molti anni dopo mi rivolsi personalmente a Havel, come Presidente della Commissione Mitrokhin, per avere notizie del famoso «dossier cecoslovacco» con l’elenco non soltanto delle spie che facevano il doppio gioco, ma dei campi d’addestramento, a partire da Karlovy Vary, di cui si erano serviti i nostri brigatisti rossi e numerosi rivoluzionari e guerriglieri che avevano trovato protezione in Cecoslovacchia.
Si trattava di un insieme di attività su cui Havel ordinò molte inchieste e che risalivano ai tempi in cui «Radio Praga» trasmetteva propaganda moscovita in italiano, per la voce di molti latitanti condannati in Italia in via definitiva per delitti commessi dopo la liberazione e non riconducibili alla naturale durezza della guerra partigiana.
Come tutti gli uomini che hanno combattuto il comunismo a viso aperto e pagando di persona, Havel fu poi considerato un uomo «di destra», sia pure moderata, secondo lo schema tolemaico che misura la natura di destra o di sinistra di un essere umano in politica dai centimetri che lo separano o lo avvicinano alle posizioni comuniste. Come tutti coloro che hanno vissuto quella storia, considerava il comunismo un unico crimine contro l’umanità e dunque Vaclav Havel era eticamente anticomunista e per questo marchiato come uomo di destra. In realtà non temeva più il comunismo, ma la menzogna e il conformismo come residuo tossico del post comunismo: facile profeta di questa infelicità che oggi ha fatto dell’ipocrisia e dell’amnesia le caratteristiche morali del nuovo millennio.

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Un’altra schifosa provocazione di Guzz: dopo aver sostenuto il diritto di bagno nello champagne, adesso (quel porco) difende il principio del vitalizio contro i forconi. Possibile che non capisca mai da che parte tira il vento e si metta sempre di traverso? Eh, sì. E’ possibile. E infatti, leggete… http://www.paologuzzanti.it/?p=1813 http://www.paologuzzanti.it/?p=1813#comments Sat, 26 Nov 2011 19:51:11 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1813 Ricordate quando feci incazzare mezza Italia per aver semplicemente spiegato, Max Weber alla mano, la differenza di atteggiamento dei protestanti calvinisti rispetto ai cattolici?
Una ecatombe dell’intelligenza:avevo sostenuto lo stravagante principio secondo cui un cittadino, una volta pagate tutte le sue tasse e imposte, saldati tutti i debiti e compiuti tutti i suoi doveri, compiute – se lo ritiene- azioni di volontariato e di solidarietà, alla fine, ma proprio alla fine, dovrebbe restare con del denaro che è totalmente suo, non gravato da alcun dovere, e – sostenevo – con quel denaro al netto di tutti i suoi debiti, può finalmente fare quel che vuole.

Può spenderlo saggiamente o follemente, può comperare buoni del tesoro o, sostenevo, può fare il bagno nello champagne. Nel senso di: deve esserci una linea di confine fra l’individuo e i suoi debiti con la società, all’interno del quale può disporre in piena libertà del suo, senza doverne rispondere fiscalmente, moralmente (purché non commetta reati) e neanche esteticamente.

E dunque sostenni che questa è la differenza fra il calvinismo, secondo cui il denaro onestamente guadagnato mostra la benevolenza di dio che ha già scelto i suoi e li identifica attraverso il benessere; e il cattolicesimo per il quale i ricchi sono sempre e comunque cattivi e sospetti, mentre i poveri sono sempre buoni e vittime quali che possano essere le loro eventuali cattive azioni.

Non ho inventato il cattolicesimo, non ho inventato il calvinismo, ho a cuore la difesa a filo spinato del margine territoriale all’interno del quale ognuno di noi è una piccola e indifesa minoranza etnica e ha diritto di difendere la propria libertà di agire come ritiene, senza avere alcun censore, alcun giudice, alcun tribunale virtuale o rituale che possa condannare le sue scelte.

Ricordate? Ebbene, di tutto questo ragionamento rimase soltanto una sintesi.
Questa: Quel porco di Guzzanti difende i ricchi e sostiene che, alla faccia dei poveri e degli affamati, dei disoccupati e dei sofferenti, degli indigenti e degli sfortunati, i ricchi hanno tutto il diritto di farsi il bagno nello champagne.

Il massacro dell’idiozia è andato avanti su face book sul web e in ogni sito e blog, senza alcuna relazione con quel che avevo realmente detto parafrasando il celebre saggio di Weber “Etica protestante ed etica del capitalismo”.

Che dire? Che spiegare?
Che io non cono Calvino? Che io non sono Max Weber?
Che sto sostenendo il principio secondo cui deve esistere un’area, un minuscolo pezzo di terra sul quale ogni io è sovrano?
Tempo perso.

Ed ecco allora che quel porco di Guzzanti, mai soddisfatto delle sue porcate, oggi ne combina un’altra.
Col pretesto di difendere un principio intendo non difendere, ma almeno spiegare perché il vitalizio dei parlamentari NON è una pensione, tant’è vero che NON si chiama pensione MA vitalizio.

Che cosa nasconderà questa volta il mascalzone? ma è evidente: il porco intende soltanto difendere con i suoi artigli i sudici soldi rubati al popolo.

E allora facciamoci dell’altro male e diciamo le cose come stanno.

Il vitalizio non si chiama pensione.
E come mai? Risposta: un vitalizio si chiama vitalizio e non pensione, perché l’attività del rappresentante del popolo è un servizio alla comunità e non un posto di lavoro.

I famosi “padri costituenti” di cui a proposito e sproposito si parla, terrorizzati dall’idea che il fascismo avesse distrutto qualsiasi interesse e amore popolare per la democrazia, decisero di offrire una serie di riconoscimenti ai cittadini che accettavano di interrompere le loro vite familiari, le loro vite lavorative e le normali relazioni per andare quattro giorni alla settimana a Roma a rappresentare la collettività nelle aule del Parlamento.

Si considerava cioè che i cittadini delegati (deputati) compiono sacrifici per rendere un servizio e che quel servizio non è un lavoro ma appunto un servizio.
E per di più un servizio che rende difficile se non impossibile la vita normale (chi ha moglie, chi marito, un lavoro, amici e figli) mettendo a rischio l’unità familiare – il numero delle separazioni, divorzi e doppie vite è altissimo – e l’equilibrio fisico e mentale.

Questo pensavano i padri costituenti.

E dissero: la Patria democratica, in segno di gratitudine e riconoscimento per il sacrificio subito nel rendere un servizio pubblico che non è un posto di lavoro, decide di assegnare ai delegati (deputati e senatori) un riconoscimento tangibile sotto forma di vitalizio, per risarcirli e rendere meno difficile il loro reinserimento nella vecchia vita e attività di lavoro, alla fine del loro mandato.

Questo pensavano i padri costituenti, con un senso di vigile attenzione e protezione della fragile democrazia rinata.

Poi c’era il paraculismo del PCI, Partito comunista italiano, che era il maggior beneficiario di questa saggezza dei padri costituenti perché il PCI sequestrava, finché è esistito sotto questo nome, una cospicua parte del mensile dei suoi deputati e senatori, scelti tutti fra i funzionari di partito, salvo l’élite della crema del Comitato Centrale e della Direzione del partito. Altro che Porcellum: le liste erano bloccatissime come oggi e le preferenze agivano soltanto nella parte bassa della lista, dove i candidati di terza fila si accapigliavano facendo muti con le banche per la pubblicità.

Il Pci in particolare, poi, fatte fare due legislature ai suoi quadri più fedeli. li sostituiva e metteva gli ex parlamentari nei ruoli direttivi periferici, senza più sborsare una lira perché a questo provvedeva lo Stato attraverso il vitalizio.

DC e PSI non usavano proprio lo stesso metodo, ma molto vicino e comunque ai tempi di moro, Berlinguer, Paietta, Pertini, Cossiga, Napolitano, Martinazzoli, Nenni, Lombardi eccetera, nessuno fiatava e nessuno aveva nulla da ridire, perché tale era il potere di interdizione che i partiti e il Parlamento usavano contro chiunque si permettesse di offendere il meccanismo democratico, da rendere impossibile o quasi la critica.

Poi, la catastrofe. Prima Mani Pulite, venti anni fa, e poi oggi la campagna contro la “casta”, hanno ridotto l’immagine del Parlamento a quella della banda Bassotti, con tutti i corifei della ghigliottina sotto il palco ad agitare forchette e forconi.

Si è detto che il servizio di rappresentanza è un posto di lavoro, che il deputato è un impiegato cui si deve misurare il rendimento e la presenza come se fosse alla catena di montaggio, e si è cominciato a far finta che il vitalizio sia sinonimo di pensione e a dire: “Perché questi vanno in pensione con soli cinque anni, e anche meno di lavoro, se invece i lavoratori devono lavorare per trent’anni e più?”.

Il resto è noto.
Adesso, seguendo la cretina linea del forcone, si pretende persino di introdurre lo straordinario principio delle leggi retroattive, che regolano il passato e non soltanto il presente il futuro.

Nessuno sembra rendersi conto dei rischi democratici di una tale follia e tutti stanno sotto il palco a vociare contro gli attuali membri del parlamento, come se fossero loro gli autori di un delitto.

I più cretini del blog diranno certamente che sto difendendo i privilegi che non ho mai avuto (salvo quello di essere stato praticamente agli arresti per quattro anni sotto scorta, ciò che ho pagato carissimo sul piano personale) e che di nuovo Guzzanti difende il bagno nello champagne.

Poiché la prevalenza del cretino, come scrivevano Fruttero e Lucentini, è inevitabile e ineliminabile, non mi dilungherò oltre.
Ma vi dico: state attenti.
Non al mio vitalizio, ma alla vostra vita e a quella dei vostri figli.
La vita democratica parlamentare in Italia è praticamente finita e voi (la maggior parte di voi) accompagnate le esequie con balli sull’aia e bevute campestri.
God bless you all, and your children: che Dio vi benedica insieme con i vostri figli perché ne avete bisogno.

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Ho votato la fiducia a Monti, che ho incontrato e con cui ci siamo scambiati un saluto cordiale: “Auguri prof e presidente”.”Anche a lei, ben noto Guzzanti…” Epilogo di una nuova partenza. La politica si è suicidata per codardia: i partiti sono tutti colpevoli, mentono tutti. In fondo Napolitano ha tirato Monti fuori dal cappello e quello giura di essere un bravo ragazzo e di non volersi approfittare della mensa imbandita e abbandonata vigliaccamente da tutti, che scappano facendo la riverenza e meditando inciuci. A questo punto (on s’engage et après on voit) non resta che fare due cose: tallonare da vicino il governo e scatenare la rivolta politica nei partiti politici. Vogliamo fare tutti insieme il gioco di piantarla di ripetere banalità come se ci pagassero? Perché quelli di destra non accusano la destra di aver fallito e quelli di sinistra non accusano la sinistra di non esistere e di essere codarda? Fare bunga bunga con la coscienza è più osceno che farla con le escort. http://www.paologuzzanti.it/?p=1809 http://www.paologuzzanti.it/?p=1809#comments Fri, 18 Nov 2011 14:14:27 +0000 Paolo Guzzanti http://www.paologuzzanti.it/?p=1809 Sì, la democrazia è sospesa, ma non per colpa di Monti. La democrazia l’hanno sospesa i partiti di governo e di opposizione. Berlusconi non ha potuto cancellare le provincie e metter mano alle pensioni, perché Bossi ululava. E SB si paralizzava. Inoltre SB si è cucinato a fuoco lento da solo con i suoi comportamenti che hanno permesso all’orchestra di suonare la sinfonia della sua messa al bando con successo crescente. L’Italia è punita all’estero per i suoi vizietti: evasione fiscale di massa, una economia sommersa e para-criminale pari al 30 per cento del Pil inconfessato, forze politiche prive di forza politica per metter mano al da farsi. Il peggior colpevole per me resta il PD ch aveva il dovere politico e morale di assumersi le sue responsabilità, chiedere le elezioni, vincerle, governare facendo spremere ai suoi elettori le lacrime e sangue. Nessuno vuole spreere lacrime e sangue ai propri elettori, e quando è arrivato il momento in cui si doveva pur far qualcosa, Napolitano ha messo Monti e da quel momento è stato tutto un “prego, passi prima lei”, “ma cui mancherebbe, faccia lei le riforme che noi non abbiamo voluto fare”, “ma no prego, noi non vogliamo neanche sapere, votiamo a scatola chiusa”.
Vigliacchi. In una democrazia con un paio di palle e una spina dorsale, si chiami Spagna o Regno Unito, si chiamano le elezioni e governalo Zapatero in carica fino alle urne. Quesya balla dell’impossibilità di votare perché sennò i mercati fanno “bù” è una stronzata. Il governo in carica doveva governare per settanta giorni per decreti legge attuando la lettera europea e intanto si faceva la campagna elettorale. Ai mercati non importa nulla della turbolenza elettorale, importa soltanto della solvibilità del Paese da cui compri una macchina usata (i suoi bond). Ai mercati non importa un fico secco di SB o di MM o di chiunque altro: i mercati (speculatori, investitori, creditori) vogliono i fatti e sono stufi di chiacchiere.
Dalle forze politiche italiane hanno avuto soltanto chiacchiere come “macelleria sociale” per dire che non vogliono toccare i privilegi degli italiani: le loro caste di pensionati giovani, di gente scivolata da leggi amiche, di gente che non fa un cazzo in ufficio e vuole lo stipendio anche dopo morti, lobby, confraternite, corporazioni.
E così i partiti tutti – tutti – pur di non prendersi le loro responsabilità (vaffanculo alla lega su provincie e pensioni, o assumersi la responsabilità di vincere le elezioni e far un governo per governare la crisi) hanno preferito fare l’inchino alla squadra dei pulitori, dei pompieri, dell’ambulanza che oggi è il governo della Repubblica, che è come il governo di Platone: democrazia sospesa, comandano quelli del mestiere.
Monti è furbo, è spiritoso, è fintamente grigio, è un gran paraculo. La sinistra fa finta che sia suo figlio, ma lui rifiuta la genetica.
Adesso basta con la manfrina di quanto è bravo bello grigio lungo occhialuto colto benvestito il Tremonti e basta di starnazzare alla democrazia sospesa_ la democrazia si è momentaneamente suicidata – tutta – e ricorre agli alibi, ai tempi supplementari, fa vedere che era monticiana da sempre, o si rifugia nelle vette montanare della camera in camicia verde simulando un’altra rottura di palle di queste finte Resistenze al nemico immaginario

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