Come Berlusconi cerca di manipolare la Costituzione usando i suoi “mantra” alla maniera dei guru indiani. Il più riuscito: “La sovranità appartiene al popolo, il popolo appartiene a Berlusconi, quindi la sovranità appartiene a Berlusconi”. E poi l’imbroglio dei sondaggi trionfali spacciati in barba alla legge sui sondaggi (art. 8 della legge n.28 del 2000). L’autore è il nostro amico Enzo Palumbo, dirigente del PLI

28 agosto 2010

I MANTRA DI BERLUSCONI di Enzo Palumbo

Il “mantra”, secondo la tradizione indiana, consiste in una formula (composta da sillabe, lettere o frasi) che viene ripetuta per un certo numero di volte per ottenere un determinato effetto; si tratta di uno strumento per mezzo del quale si persegue lo scopo di ottenere il controllo della mente (generalmente la propria, ma anche l’altrui) cristallizzandovi una convinzione monodirezionale, tanto profonda da essere capace di autorealizzarsi.

Gli psicologi sono soliti dire che anche la più plateale delle bugie, se ripetuta ossessivamente, diviene verità per chi la sostiene, e finisce per trasmigrare in chi sia predisposto ad assorbirla, e comunque anche in chi non vi opponga un sufficiente filtro critico.

Si tratta, in sostanza, di una formula verbale che possiede l’intima capacità di trasformare la coscienza, propria ed altrui.

Berlusconi, se non fosse stato in passato il più abile e fortunato degli imprenditori italiani., e se oggi non fosse il più importante dei protagonisti della politica italiana, potrebbe ben aspirare ad essere un grande “guru” indiano, autore di alcuni tra i più diffusi ed efficaci “mantra” che ossessivamente si aggirano nella discussione pubblica del nostro strano Paese.

Quello di maggiore attualità, in questi giorni di infuocato dibattito politico, è che il secondo comma dell’art. 1 della Costituzione afferma solo che “La sovranità appartiene al popolo”, punto e basta; in chi si accontenta di ascoltare senza verificare, si ingenera quindi la convinzione che sia già intervenuta l’abrogazione della seconda parte di quella frase, secondo cui il popolo esercita la sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Quello che si tenta così di fare passare nell’opinione pubblica è una sorta di “mantra” costituzionale, basata su una approssimativa ed inattendibile opinione, che può essere facilmente contraddetta con la completa lettura dell’art. 1 Cost. e delle norme correlate, senza tuttavia che sia agevole scalfirne gli effetti, che perdurano ad onta di ogni più approfondita confutazione.

Non mi ci soffermerò più di tanto, avendolo già fatto, con scarso esito, in una mia precedente nota.

Ma di “mantra” ce ne sono tanti altri, e su questi vorrei invece indugiare ancora un po’, perché non si tratta di opinioni, ma di numeri, che, almeno essi, dovrebbero avere una loro oggettiva capacità di penetrazione nella mente di chi non si autopreclude la possibilità di capire qualcosa di più.

Il primo a venirmi in mente è quello per cui il gradimento di Berlusconi e del suo Governo nell’opinione pubblica italiana si collocherebbe a livelli altissimi, mai raggiunti da un qualsiasi leader di un paese di democrazia occidentale, ed in termini che sarebbero addirittura costanti nel tempo, e ciò anche a dispetto dei sacrifici ai quali gli italiani sono stati chiamati dalla più recente manovra economica.

A ben vedere, si tratta di un “mantra” assolutamente funzionale al precedente, l’uno e l’altro finalizzati ad attivare il seguente elementare sillogismo: “la sovranità appartiene al popolo;, Berlusconi lo rappresenta a larghissima maggioranza; ergo: la sovranità appartiene a Berlusconi”.

Devo riconoscere che, come metodo di indottrinamento mentale, non c’è male!

In fondo, si tratta di trasporre sul terreno politico la tecnica che consente la creazione artificiale dei bisogni, esaltata sino al parossismo dalla pubblicità televisiva, di cui, non per niente, il nostro Presidente del Consiglio è espertissimo produttore.

Quanto alla percentuale, di volta in volta collocata tra il 63 ed il 65 per cento e forse anche oltre, si tratta di dati che vengono ossessivamente ribaditi ad ogni pubblica occasione, senza tuttavia essere accompagnati dalla pur minima rilevazione statistica che abbia una qualche pretesa di scientificità, a garanzia della verosimiglianza, se non della veridicità, di quanto viene affermato.

Meri formalismi, direbbe il nostro diffusore ed utilizzatore finale; l’importante è la ripetizione ossessiva di quel dato, al quale finiscono per credere tutti i destinatari, pure quelli che dovrebbero essere i più refrattari al messaggio, e cioè i suoi avversari politici.

C’è tuttavia un piccolo ma non secondario particolare, ancora una volta, si fa per dire, un “formalismo”.

Infatti, in materia ci sarebbe da osservare una specifica norma di legge (art. 8 della Legge 22 febbraio 2000, n. 28), secondo cui il risultato di un sondaggio può essere diffuso soltanto se accompagnato da un certo numero di indicazioni, delle quali è responsabile il soggetto che l’ha realizzato, e che devono essere rese disponibili su apposito sito informatico istituito e curato dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

E’ in particolare stabilito per legge che chi diffonde il sondaggio deve farsi carico di specificare: a) il soggetto che l’ha realizzato; b) il committente e l’acquirente; c) i criteri seguiti per la formazione del campione; d) il metodo di raccolta delle informazioni e di elaborazione dei dati; e) il numero delle persone interpellate; f) le domande rivolte; g) la percentuale delle persone che hanno risposto a ciascuna domanda; h) la data in cui è stato realizzato il sondaggio.

Sulla base di questo quadro normativo, sono quindi andato a consultare il sito ufficiale dei sondaggi politici ed elettorali (www.sondaggipoliticoelettorali.it), gestito a cura dell’apposito Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pensando che vi avrei trovato la conferma di quel dato statistico eccezionale che Berlusconi va continuamente propinando all’opinione pubblica.

Consultato il sito web, non ho trovato alcuna traccia del risultato di cui mena vanto Berlusconi, il che dovrebbe fare concludere che si tratti di un sondaggio commissionato ed eseguito al di fuori di qualsiasi livello di ufficialità, e la cui diffusione sembra configurare una chiara violazione di legge.

Per la verità, in materia qualcosa su quel sito c’è.

Ho infatti potuto leggere l’ultimo specifico sondaggio realizzato per Repubblica.it da IPR Marketing nel periodo tra il 17 ed il 19 dello scorso mese di luglio, da quale si desume che alla domanda: “Quanta fiducia ha in Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio?”, solo il 39% del campione interpellato ha risposto molta/abbastanza, mentre il 55% ha risposto poca/nessuna, ed il 6% si è detto senza opinione; nella stessa tabella si dà anche atto che, nel corso del 2010, le risposte favorevoli sono andate via via decrescendo dal 56% del 15 gennaio al 41% del 15 giugno, e sino all’ultimo dato noto che è per l’appunto quello del 39%.

Al correlato quesito:”In generale, quanta fiducia ha complessivamente nel Governo guidato da Berlusconi?”, solo il 33% ha risposto di averne molta o abbastanza, il 62% poca o nessuna, ed il 5% si è detto senza opinione.

Qui non si tratta di opinioni, ma di numeri, sia pure statistici, su cui non è lecito imbastire difese basate su mere valutazioni dottrinarie, come tali sempre opinabili.

Mi chiedo a questo punto se il Presidente del Consiglio, prima di continuare a recitare con tanta ostentata sicumera la sua verità statistica, non abbia il dovere primario di osservare la legge e quindi di trasmettere al suo stesso Ufficio, quello deputato alla pubblicazione dei sondaggi, i dati raccolti dai suoi personali sondaggisti, in modo da consentire all’opinione pubblica di valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, e quindi la scientificità e, in definitiva, l’indice di affidabilità.

Se no, ne risulterebbe la conferma che di null’altro si tratta che dell’ennesimo “mantra”, che Berlusconi va da tempo instillando nell’opinione pubblica, nella speranza di ingenerarvi comportamenti conformi.

In fondo, secondo il noto aforisma di Ennio Flaiano, gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore, per cui un “mantra” del genere potrebbe anche finire per autorealizzarsi, com’è già avvenuto in passato, e Berlusconi, che gli italiani li conosce bene, sembra proprio che vi faccia grande affidamento.

Tocca invece a tutti gli altri, quale che sia la loro collocazione, di non cascarci ancora una volta.

Quel mascalzone di Lémery ci lancia dal suo aristocratico eremo un’altra temeraria provocazione: i leghisti hanno sostanzialmente ragione e le anime belle della cultura torto marcio. Lémery sa che noi liberali siamo liberali e pubblichiamo tutto. Anche questo ragionamento che è un buon pugno nello stomaco.

27 agosto 2010

Gentile onorevole,

e se, alla fine, saremo salvati dai barbari? Non sarebbe certo la prima volta. Ho letto del suo incontro con un fragile Umberto Bossi e l’ho trovato commovente, perché un leader politico si è permesso il lusso di abbracciare un uomo fastidioso come lei, che ha lasciato la maggioranza di governo sputando in faccia al leader. Detto questo, se vuole, pensiamo un momento ai leghisti. Sono certo bifolchi orrendi, basti pensare ai Borghezio o ai Gentilini (peraltro regolarmente votati dal popolo bue). Che dire di costoro, dalle nostre terrazze sul mare? Fanno schifo perché non hanno letto Wittgenstein? Grazie a Dio non hanno letto niente, perché l’intellettuale al potere è, da sempre, pura velleità. L’ignorante al governo è invece efficacissimo: Reagan; Thatcher eccetera (Craxi non era laureato). Volete il potere dei colti? La biblioteca di Hitler conteneva sedicimila volumi, in gran parte annotati personalmente dal Fuhrer. Stalin ascoltava Mozart in loop. Va bene così?

Jean Raspail scrisse nel 1973 (1973!) Le camp des saints, un libro in cui veniva descritta la morte della Francia dopo lo sbarco di un milione di immigrati indiani. E’ razzista dire che le razze esistono e che non vogliono mischiarsi? Che non ne vogliono sapere? Che forse succederà fra qualche secolo, e non è detto che sarà una bella cosa? Un esempio: gli Stati Uniti d’America, l’unico continente in cui convivono tutte le razze del mondo: neri, bianchi, latini, asiatici eccetera. Ebbene, i matrimoni misti lì sono pochissimi. Non ci si mischia. Perché? Non lo so. Cifre tratte da Niall Ferguson.

Gli anarco-liberisti alla Antonio Martino dicono che le porte vanno aperte perché se c’è offerta di braccia vuol dire che c’è una domanda, e che le due si stabilizzeranno (lo disse quando era ministro della Difesa). Non sono professore di economia come Martino, ma mi sembra una cazzata che può forse funzionare sui grafici ma non nella carne della società, vedi le guerre fra poveri al Sud o la xenofobia al Nord.

Per questo credo che forse i leghisti con le piume al culo siano più attrezzati dei filosofi da attico in centro per contenere il fenomeno più dirompente della nostra epoca: l’immissione di masse affamate nelle nostre società, che non sono predisposte ad accoglierle.

Onorevole, forse mi darà del razzista (lo sono), forse mi dirà che negli Usa la situazione non è poi tanto disastrosa (ci vediamo fra un secolo), forse mi spiegherà che siamo messi meglio di altri Paesi (vedi le banlieues francesi). Tutto bene, evviva, però ripeto: le razze non si mischiano perché non ci pensano proprio (e i discorsi sui bellissimi mulatti sono veri, certo, ma quanto quelli sui mulatti orrendi. Li ho visti: sono belli e brutti, come tutti). L’ottanta per cento delle risorse economiche – del Pil mondiale – sono in mano al venti per cento della popolazione. E se un giorno l’ottanta per cento rimanente s’incazzasse? Li accogliamo a braccia aperte o gli spariamo? Temo che li accoglieremo e che ci fotteranno, perché non hanno nulla da perdere, mentre noialtri siamo al capolinea. Aprite le porte, esausti occidentali, e buon divertimento.
Cordialità

Lémery

NUOVO VIDEO PER DONNE E UOMINI LIBERI – Qualsiasi verità passa attraverso tre fasi: nella prima è ridicolizzata, nella seconda è combattuta con violenza, nella terza è accettata come ovvia” (Arthur Schopenhauer). Il Mahatma Gandhi: “Prima ti ridicolizzano, poi cercano di ucciderti, poi vinci”. Paolo Guzzanti: “Ci hanno hanno ridicolizzato con la Mitrokhin, poi hanno tentato di linciarci da sinistra e da destra, e alla fine vinceremo noi perché avevamo ragione fin dal primo momento”. (Non è un articolo. E’ un fatto)

26 agosto 2010

Comunicazione di servizio: cerco volontari per indicizzare il blog, cerco giornalisti per ora volontari e senza paga per varare “il Dissidente” su piattaforma iPad, se troveremo chi ci garantisca il minimo della pubblicità necessaria per varare questo vascello corsaro e da battaglia, una nave liberale che porterà in mare aperto i cannoni di questo vostro blog che avete tutti insieme, amici e nemici, destri e sinistri, reso un pezzo unico e prezioso della vita giornalistica italiana e del Web. Cerco volontari, cerco voi. (Intanto Bossi ha capito l’antifona e ha fatto marcia indietro: niente elezioni anticipate, l’Udc resta in gioco).

25 agosto 2010

Questo vostro blog-giornale, “Rivoluzione Italiana”,  contiene grazie a molti di voi un tesoro gigantesco di informazioni e più che altrro di controinformazione. Marco generale Patton, tu che verifichi tutto, che controlli con micidiale precisione, mi aiuteresti? Amgelo, tu che sei così analitico, accurato, preciso; la mia Simona che si legge pochissimo ma che c’è dietro le quinte, gli amici di Cieli Limpidi che vivono in altri cieli ma contigui, tutti voi amici cari, vi spiego meglio che cosa serve.

Stiamo preparando la piattaforma di questo benedetto quotidiano on line su piattaforma iPad, dunque una cosa serissima. I costi saranno contenutissimi all’inizio e devo contare su tutti voi: chi vuole portare articoli, sappia che almeno all’inizio non sarò in grado di pagarli, a meno che “il Dissidente” non prenda piede, non abbia successo, e allora si parlerà di una struttura economica importante. Ma avrà il privilegio di esserci stato al momento del varo e del mare aperto.

Intanto servirebbe che tutto l’enorme materiale con i suoi link, notizie e contronotizie, fosse organizzato come la nostra Wikipedia, sotto molti aspetti migliore di Wikipedia. Arthur Leon che già sta lavorando egregiamente portando contenuti e video su youtube, Sigal per la parte mediorientale, i tutti e i tanti che non nomino perché ne dimenticherei sempre cinquanta: qui si tratta di andare a visitare il blog dalle sue origini ormai lontane (di soli quattro anni) e dividerlo in blocchi storici, in argomenti e controargomenti, in datari ragionati, in liste di link per materia, in notizie e fatti.

Chi ci sta, avrà il merito di dirsi socio fondatore dell’impresa Dissidente ed avrà come minimo l’abbonamento gratuito a vita, ma forse – io lo spero e anzi ne sono sicuro – qualcosa di più. Volete una voce libera? Volete sentire la vostra voce diventare giornale? Ecco il momento.Nel frattempo l’ultima notizia politica di oggi 25 agosto 2010, ore 15:30. Bossi parla con Berlusconi e si rimangia le elezioni anticipate. La legislatura per il momento è fragilmente salva. Il che ci dà tempo per organizzarci, per esserci, per diventare parte attiva della vita politica, per diventare Partito Liberale (chi lo desidera), e comunque un’altra voce libera e autonoma dopo Il FattoQ, testata che come ben sapete non pratica i miei stessi valori, ma che ha dimostrato eroicamente di poter infrangere il panorama imbalsamato e falsificato dell’informazione in Italia.

Può essere la più grande avventura degli anni Dieci di questo secolo ancora cucciolo e traballante: facciamolo crescere insieme, diamogli voce, diamogli la voce di chi non si fa ingannare da alcun potere, da alcuna tradizione menzognera di sinistra e di destra, una voce sempre e comunque Dissidente. Conto su tutti voi, e in cambio vi prometto che farò il possibile perché questo sogno ormai maturo diventi realtà

Grazie a Bellerofonte arriviamo al punto nodale della guerra civile latente: in una democrazia il consenso popolare è altrettanto importante – 50 e 50 – del rispetto scrupoloso e anche maniacale delle regole scritte (Costituzione) e derivate dalla prassi di mezzo secolo. Berlusconi ha invece introdotto nella vena degli italiani un sottile veleno, una droga eccitante che induce a credere che il solo consenso popolare sia ciò che veramente importa e che tale consenso prevalga sulle regole le quali possono essere aggirate e anche beffate dal disegno di una scheda elettorale in cui si promette ciò che non può essere promesso, e cioè la scelta del “Presidente”. Questo è il modo di agire di Napoleone Terzo, di Chavez, di Putin e di… Berlusconi.

23 agosto 2010
«Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse».
Berlusconi – ha nel 2001 posto sulla scheda il proprio nome seguito abusivamente dalla parola Presidente
il Presidente con la P maiuscola può licenziare un Parlamento se e soltanto se ha verificato che esso non è in grado di esprimere alcuna maggioranza, essendo ogni singolo parlamentare eletto SENZA VINCOLO DI MANDATO e dunque in alcun modo e in alcun caso tenuto a una canina fedeltà verso il capo della coalizione
Vorrei riallacciarmi a questi tre passaggi per riflettere insieme a Voi su alcuni punti. Questa volta tenendo fermo il dettato della Carta Costituzionale.
Ordunque il Capo dello Stato può, sentiti i rispettivi presidenti, sciogliere le Camere. E’ questo un potere assai rilevante che difatti è limitato negli ultimi sei mesi di presidenza.
La cosa interessante per tutti gli appassionati della questione all’ordine del giorno è che la Costituzione non entra nel merito della motivazione da sottendere alla decisione dello scioglimento. No. Si limita a dire che il Presidente ha questo potere e che nel suo esercizio è sostanzialmente libero. E’ tramite esegesi e prassi che si dirà che il tale potere Egli lo esercita – a ragion veduta – nei casi in cui nel Parlamento non riesce a formarsi una chiara maggioranza. Questo non c’è nella Carta. Anzi, sembrerebbe che il Presidente della Repubblica possa legittimamente agire in tal senso con altre motivazioni. Questo ad onor del vero. Per esempio, potrebbe anche interpretare in senso dualistico i risultati delle elezioni, e dire che caduto in modo innaturale il Governo in carica, bisogna consultare di nuovo i cittadini. Non c’è nulla che vieti il tale ragionamento. Anzi, decisioni di questo genere sarebbero un ottimo deterrente per eliminare sospette manovre di Palazzo in quanto i Signori parlamentari avvertirebbero comunque su di se l’occhio vigile del cittadino ed ancor più il suo giudizio espresso nelle urne. Si realizzerebbe comunque una politica più coerente e responsabile; senza giri di valzer e di gabbane che vanificherebbero e attenterebbero al valore più importante in una democrazia: la VOLONTA’ POPOLARE.
Mi permetto di dissentire – sommessamente – con quanti vogliono credere che il cittadino, all’indomani delle elezioni diventa un semplice spettatore della politica. Può essere così per un fatto di costume data l’indole del popolo italico, però non vi sono limiti costituzionali all’esercizio dei diritti politici tantè che un congruo numero di cittadini può anche fare proposte di legge (art. 71) oltre che partecipare attivamente alle attività dei partiti ovvero far sentire la sua voce al Palazzo.
Ultima osservazione. SB potrà anche aver abusato del titolo di Presidente nella scheda elettorale, siamo daccordo, come pure discutibile fu a suo tempo il nome del movimento da lui fondato “Forza Italia” però una cosa è certa: Egli gode del consenso. E non possiamo denigrare i cittadini che glielo hanno dato asserendo che sono malfattori da un lato e minus habens dall’altro. Non possiamo altresì, in una democrazia – per quanto sgangherata ed arrangiata possa essere – emarginare chi gode del maggior consenso ancorchè abbia peccato in tanti aspetti. Rimangono invece fermi ed inviolabili tutti i sacrosanti diritti di critica affinchè i detentori del potere (tutti) si sentano controllati e stimolati ognora al rispetto delle Leggi e del Popolo e possano nascere generazioni di politici migliori di quelli che abbiamo.
Nel rilasciare tali riflessioni ringrazio doverosamente il Sen Guzzanti che, come politico illuminato, ha creato uno spazio di democrazia per tutti i cittadini che amano il confronto serio anche e soprattutto tra portatori di idee di segno contrario.
L’esercizio della Democrazia può anche essere una palestra di Civiltà.
<strong>GUZZ – GRAZIE DI  questo pacato e colto contributo.
Tuttavia, siamo sempre lì: divisi frontalmente fra coloro che considerano la “VOLONTA’ POPOLARE” prevalente sul rispetto delle regole e chi – come me – considera tale rispetto esattamente alla pari: 50 e 50, e non 90 a 10.
E’ lì che, fatte tutte le dotte speculazioni ci dividiamo in due fronti contrapposti.
Il consenso popolare, la voce del sovrano popolare, è una delle due facce della democrazia, ma costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente.
L’altra faccia, anch’essa necessaria ma non sufficiente se non è coniugata con la prima, è il rispetto sacrale, meticoloso, maniacale, formalistico, ossessivo per le regole date.
Una forma di governo fondata sul solo voto popolare chiamasi populismo.
E anche dittatura plebiscitaria: Napoleone terzo, per intendersi, ma anche Putin, Chavez e – per tendenza antropologica innata di cui sono stato per anni allarmato testimone oculare – Silvio Berlusconi.
Una democrazia priva di un insieme di regole scritte e derivate dalla prassi (che fa regola: vedi l’inesistente Costituzione inglese fatta solo di prassi e nulla di scritto) non esiste.
Una democrazia che non si fondi sul voto popolare libero e con diverse alternative di voto, non esiste come democrazia, anche se costituiva l’ossatura dei poteri comunisti.
Le condizioni necessarie e sufficienti sono voto popolare e regole,  SENZA ALCUNA PREVALENZA di una di queste due componenti sull’altra.
Dunque contesto che la VOLONTA’ POPOLARE sia PIU’ IMPORTANTE, perché invece è importante alla pari.
Il danno alla democrazia che sta portando Berlusconi è anche quello di far credere ad un Paese sostanzialmente analfabeta di democrazia e di Costituzione, che l’unico elemento da rispettare scrupolosamente sia la sola volontà popolare mentre le regole possono essere aggirate ricorrendo ad alcune furbizie come il disegno grafico di una scheda elettorale che promette ciò che non può promettere all’elettore e cioè la scelta del presidente incaricato.
L’attuale legge elettorale – “Porcellum” – ammette che venga indicato il “capo della coalizione”, ma non il presidente del Consiglio dei ministri.
La prassi costituzionale, che fa Costituzione come quella scritta, dice che il capo dello Stato esercita il suo potere di scioglimento delle Camere SOLTANTO quando queste si dimostrano incapaci di produrre una maggioranza di governo e un governo.
Un esercizio diverso di questo potere di scioglimento, data la prassi acquisita in oltre mezzo secolo, e che dunque fa Costituzione alla pari con la Carta scritta, costituirebbe oggi uno strappo costituzionale, benché non violi esplicitamente la Costituzione scritta ma soltanto quella materiale determinata dal comportamento in analoghe circostanze dai predecessori dell’attuale presidente della Repubblica.
Auspicare una rottura di tale prassi, benché rientri nell’esercizio della libertà d’opinione, a mio parere è veleno per la democrazia fatta di consenso popolare e rispetto scrupoloso delle regole scritte e derivate dalla prassi. Berlusconi sfida questo necessario equilibrio e minaccia il ricorso alla piazza plebiscitaria per sfondare il muro delle regole e affermare la prevalenza assoluta del consenso plebiscitario, ciò che porta a Napoleone terzo, Putin, Chavez e…. Berlusconi.
</strong>

«Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse»Berlusconi – ha nel 2001 posto sulla scheda il proprio nome seguito abusivamente dalla parola Presidente il Presidente con la P maiuscola può licenziare un Parlamento se e soltanto se ha verificato che esso non è in grado di esprimere alcuna maggioranza, essendo ogni singolo parlamentare eletto SENZA VINCOLO DI MANDATO e dunque in alcun modo e in alcun caso tenuto a una canina fedeltà verso il capo della coalizione Vorrei riallacciarmi a questi tre passaggi per riflettere insieme a Voi su alcuni punti. Questa volta tenendo fermo il dettato della Carta Costituzionale.  Ordunque il Capo dello Stato può, sentiti i rispettivi presidenti, sciogliere le Camere. E’ questo un potere assai rilevante che difatti è limitato negli ultimi sei mesi di presidenza.

La cosa interessante per tutti gli appassionati della questione all’ordine del giorno è che la Costituzione non entra nel merito della motivazione da sottendere alla decisione dello scioglimento. No. Si limita a dire che il Presidente ha questo potere e che nel suo esercizio è sostanzialmente libero. E’ tramite esegesi e prassi che si dirà che il tale potere Egli lo esercita – a ragion veduta – nei casi in cui nel Parlamento non riesce a formarsi una chiara maggioranza. Questo non c’è nella Carta. Anzi, sembrerebbe che il Presidente della Repubblica possa legittimamente agire in tal senso con altre motivazioni. Questo ad onor del vero. Per esempio, potrebbe anche interpretare in senso dualistico i risultati delle elezioni, e dire che caduto in modo innaturale il Governo in carica, bisogna consultare di nuovo i cittadini. Non c’è nulla che vieti il tale ragionamento. Anzi, decisioni di questo genere sarebbero un ottimo deterrente per eliminare sospette manovre di Palazzo in quanto i Signori parlamentari avvertirebbero comunque su di se l’occhio vigile del cittadino ed ancor più il suo giudizio espresso nelle urne. Si realizzerebbe comunque una politica più coerente e responsabile; senza giri di valzer e di gabbane che vanificherebbero e attenterebbero al valore più importante in una democrazia: la VOLONTA’ POPOLARE.

Mi permetto di dissentire – sommessamente – con quanti vogliono credere che il cittadino, all’indomani delle elezioni diventa un semplice spettatore della politica. Può essere così per un fatto di costume data l’indole del popolo italico, però non vi sono limiti costituzionali all’esercizio dei diritti politici tantè che un congruo numero di cittadini può anche fare proposte di legge (art. 71) oltre che partecipare attivamente alle attività dei partiti ovvero far sentire la sua voce al Palazzo.

Ultima osservazione. SB potrà anche aver abusato del titolo di Presidente nella scheda elettorale, siamo daccordo, come pure discutibile fu a suo tempo il nome del movimento da lui fondato “Forza Italia” però una cosa è certa: Egli gode del consenso. E non possiamo denigrare i cittadini che glielo hanno dato asserendo che sono malfattori da un lato e minus habens dall’altro. Non possiamo altresì, in una democrazia – per quanto sgangherata ed arrangiata possa essere – emarginare chi gode del maggior consenso ancorchè abbia peccato in tanti aspetti. Rimangono invece fermi ed inviolabili tutti i sacrosanti diritti di critica affinchè i detentori del potere (tutti) si sentano controllati e stimolati ognora al rispetto delle Leggi e del Popolo e possano nascere generazioni di politici migliori di quelli che abbiamo.

Nel rilasciare tali riflessioni ringrazio doverosamente il Sen Guzzanti che, come politico illuminato, ha creato uno spazio di democrazia per tutti i cittadini che amano il confronto serio anche e soprattutto tra portatori di idee di segno contrario.

L’esercizio della Democrazia può anche essere una palestra di Civiltà.

<strong>GUZZ – GRAZIE DI  questo pacato e colto contributo.

Tuttavia, siamo sempre lì: divisi frontalmente fra coloro che considerano la “VOLONTA’ POPOLARE” prevalente sul rispetto delle regole e chi – come me – considera tale rispetto esattamente alla pari: 50 e 50, e non 90 a 10.

E’ lì che, fatte tutte le dotte speculazioni ci dividiamo in due fronti contrapposti.

Il consenso popolare, la voce del sovrano popolare, è una delle due facce della democrazia, ma costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente.

L’altra faccia, anch’essa necessaria ma non sufficiente se non è coniugata con la prima, è il rispetto sacrale, meticoloso, maniacale, formalistico, ossessivo per le regole date.

Una forma di governo fondata sul solo voto popolare chiamasi populismo.

E anche dittatura plebiscitaria: Napoleone terzo, per intendersi, ma anche Putin, Chavez e – per tendenza antropologica innata di cui sono stato per anni allarmato testimone oculare – Silvio Berlusconi.

Una democrazia priva di un insieme di regole scritte e derivate dalla prassi (che fa regola: vedi l’inesistente Costituzione inglese fatta solo di prassi e nulla di scritto) non esiste.

Una democrazia che non si fondi sul voto popolare libero e con diverse alternative di voto, non esiste come democrazia, anche se costituiva l’ossatura dei poteri comunisti.

Le condizioni necessarie e sufficienti sono voto popolare e regole,  SENZA ALCUNA PREVALENZA di una di queste due componenti sull’altra.

Dunque contesto che la VOLONTA’ POPOLARE sia PIU’ IMPORTANTE, perché invece è importante alla pari.

Il danno alla democrazia che sta portando Berlusconi è anche quello di far credere ad un Paese sostanzialmente analfabeta di democrazia e di Costituzione, che l’unico elemento da rispettare scrupolosamente sia la sola volontà popolare mentre le regole possono essere aggirate ricorrendo ad alcune furbizie come il disegno grafico di una scheda elettorale che promette ciò che non può promettere all’elettore e cioè la scelta del presidente incaricato.

L’attuale legge elettorale – “Porcellum” – ammette che venga indicato il “capo della coalizione”, ma non il presidente del Consiglio dei ministri.

La prassi costituzionale, che fa Costituzione come quella scritta, dice che il capo dello Stato esercita il suo potere di scioglimento delle Camere SOLTANTO quando queste si dimostrano incapaci di produrre una maggioranza di governo e un governo.

Un esercizio diverso di questo potere di scioglimento, data la prassi acquisita in oltre mezzo secolo, e che dunque fa Costituzione alla pari con la Carta scritta, costituirebbe oggi uno strappo costituzionale, benché non violi esplicitamente la Costituzione scritta ma soltanto quella materiale determinata dal comportamento in analoghe circostanze dai predecessori dell’attuale presidente della Repubblica.

Auspicare una rottura di tale prassi, benché rientri nell’esercizio della libertà d’opinione, a mio parere è veleno per la democrazia fatta di consenso popolare e rispetto scrupoloso delle regole scritte e derivate dalla prassi. Berlusconi sfida questo necessario equilibrio e minaccia il ricorso alla piazza plebiscitaria per sfondare il muro delle regole e affermare la prevalenza assoluta del consenso plebiscitario, ciò che porta a Napoleone terzo, Putin, Chavez e…. Berlusconi.

</strong>«Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse».


Berlusconi – ha nel 2001 posto sulla scheda il proprio nome seguito abusivamente dalla parola Presidente

il Presidente con la P maiuscola può licenziare un Parlamento se e soltanto se ha verificato che esso non è in grado di esprimere alcuna maggioranza, essendo ogni singolo parlamentare eletto SENZA VINCOLO DI MANDATO e dunque in alcun modo e in alcun caso tenuto a una canina fedeltà verso il capo della coalizione

Vorrei riallacciarmi a questi tre passaggi per riflettere insieme a Voi su alcuni punti. Questa volta tenendo fermo il dettato della Carta Costituzionale.

Ordunque il Capo dello Stato può, sentiti i rispettivi presidenti, sciogliere le Camere. E’ questo un potere assai rilevante che difatti è limitato negli ultimi sei mesi di presidenza.

La cosa interessante per tutti gli appassionati della questione all’ordine del giorno è che la Costituzione non entra nel merito della motivazione da sottendere alla decisione dello scioglimento. No. Si limita a dire che il Presidente ha questo potere e che nel suo esercizio è sostanzialmente libero. E’ tramite esegesi e prassi che si dirà che il tale potere Egli lo esercita – a ragion veduta – nei casi in cui nel Parlamento non riesce a formarsi una chiara maggioranza. Questo non c’è nella Carta. Anzi, sembrerebbe che il Presidente della Repubblica possa legittimamente agire in tal senso con altre motivazioni. Questo ad onor del vero. Per esempio, potrebbe anche interpretare in senso dualistico i risultati delle elezioni, e dire che caduto in modo innaturale il Governo in carica, bisogna consultare di nuovo i cittadini. Non c’è nulla che vieti il tale ragionamento. Anzi, decisioni di questo genere sarebbero un ottimo deterrente per eliminare sospette manovre di Palazzo in quanto i Signori parlamentari avvertirebbero comunque su di se l’occhio vigile del cittadino ed ancor più il suo giudizio espresso nelle urne. Si realizzerebbe comunque una politica più coerente e responsabile; senza giri di valzer e di gabbane che vanificherebbero e attenterebbero al valore più importante in una democrazia: la VOLONTA’ POPOLARE.

Mi permetto di dissentire – sommessamente – con quanti vogliono credere che il cittadino, all’indomani delle elezioni diventa un semplice spettatore della politica. Può essere così per un fatto di costume data l’indole del popolo italico, però non vi sono limiti costituzionali all’esercizio dei diritti politici tantè che un congruo numero di cittadini può anche fare proposte di legge (art. 71) oltre che partecipare attivamente alle attività dei partiti ovvero far sentire la sua voce al Palazzo.

Ultima osservazione. SB potrà anche aver abusato del titolo di Presidente nella scheda elettorale, siamo daccordo, come pure discutibile fu a suo tempo il nome del movimento da lui fondato “Forza Italia” però una cosa è certa: Egli gode del consenso. E non possiamo denigrare i cittadini che glielo hanno dato asserendo che sono malfattori da un lato e minus habens dall’altro. Non possiamo altresì, in una democrazia – per quanto sgangherata ed arrangiata possa essere – emarginare chi gode del maggior consenso ancorchè abbia peccato in tanti aspetti. Rimangono invece fermi ed inviolabili tutti i sacrosanti diritti di critica affinchè i detentori del potere (tutti) si sentano controllati e stimolati ognora al rispetto delle Leggi e del Popolo e possano nascere generazioni di politici migliori di quelli che abbiamo.

Nel rilasciare tali riflessioni ringrazio doverosamente il Sen Guzzanti che, come politico illuminato, ha creato uno spazio di democrazia per tutti i cittadini che amano il confronto serio anche e soprattutto tra portatori di idee di segno contrario.

L’esercizio della Democrazia può anche essere una palestra di Civiltà.


<strong>GUZZ – GRAZIE DI  questo pacato e colto contributo.

Tuttavia, siamo sempre lì: divisi frontalmente fra coloro che considerano la “VOLONTA’ POPOLARE” prevalente sul rispetto delle regole e chi – come me – considera tale rispetto esattamente alla pari: 50 e 50, e non 90 a 10.

E’ lì che, fatte tutte le dotte speculazioni ci dividiamo in due fronti contrapposti.

Il consenso popolare, la voce del sovrano popolare, è una delle due facce della democrazia, ma costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente.

L’altra faccia, anch’essa necessaria ma non sufficiente se non è coniugata con la prima, è il rispetto sacrale, meticoloso, maniacale, formalistico, ossessivo per le regole date.

Una forma di governo fondata sul solo voto popolare chiamasi populismo.

E anche dittatura plebiscitaria: Napoleone terzo, per intendersi, ma anche Putin, Chavez e – per tendenza antropologica innata di cui sono stato per anni allarmato testimone oculare – Silvio Berlusconi.

Una democrazia priva di un insieme di regole scritte e derivate dalla prassi (che fa regola: vedi l’inesistente Costituzione inglese fatta solo di prassi e nulla di scritto) non esiste.

Una democrazia che non si fondi sul voto popolare libero e con diverse alternative di voto, non esiste come democrazia, anche se costituiva l’ossatura dei poteri comunisti.

Le condizioni necessarie e sufficienti sono voto popolare e regole,  SENZA ALCUNA PREVALENZA di una di queste due componenti sull’altra.

Dunque contesto che la VOLONTA’ POPOLARE sia PIU’ IMPORTANTE, perché invece è importante alla pari.

Il danno alla democrazia che sta portando Berlusconi è anche quello di far credere ad un Paese sostanzialmente analfabeta di democrazia e di Costituzione, che l’unico elemento da rispettare scrupolosamente sia la sola volontà popolare mentre le regole possono essere aggirate ricorrendo ad alcune furbizie come il disegno grafico di una scheda elettorale che promette ciò che non può promettere all’elettore e cioè la scelta del presidente incaricato.

L’attuale legge elettorale – “Porcellum” – ammette che venga indicato il “capo della coalizione”, ma non il presidente del Consiglio dei ministri.

La prassi costituzionale, che fa Costituzione come quella scritta, dice che il capo dello Stato esercita il suo potere di scioglimento delle Camere SOLTANTO quando queste si dimostrano incapaci di produrre una maggioranza di governo e un governo.

Un esercizio diverso di questo potere di scioglimento, data la prassi acquisita in oltre mezzo secolo, e che dunque fa Costituzione alla pari con la Carta scritta, costituirebbe oggi uno strappo costituzionale, benché non violi esplicitamente la Costituzione scritta ma soltanto quella materiale determinata dal comportamento in analoghe circostanze dai predecessori dell’attuale presidente della Repubblica.

Auspicare una rottura di tale prassi, benché rientri nell’esercizio della libertà d’opinione, a mio parere è veleno per la democrazia fatta di consenso popolare e rispetto scrupoloso delle regole scritte e derivate dalla prassi. Berlusconi sfida questo necessario equilibrio e minaccia il ricorso alla piazza plebiscitaria per sfondare il muro delle regole e affermare la prevalenza assoluta del consenso plebiscitario, ciò che porta a Napoleone terzo, Putin, Chavez e…. Berlusconi.

</strong>

Dibattito con le dita negli occhi: ecco come i berlusconiani pretendono di aver rifatto una Costituzione segreta alla quale dovremmo inchinarci, facendo finta che quella esistente non esiste più. Napolitano non può sciogliere le Camere se c’è una nuova maggioranza, punto e fine della storia.

20 agosto 2010

Onorevole Guzzanti, Angelo Miele che ha visitato il Suo blog nella parte relativa alla discussione sui poteri del Capo dello Stato, intende mio tramite farLe pervenire un suo contributo al riguardo.
Distinti saluti. Gianluigi Ciamarra
“Molti s’impancano a fini conoscitori della Costituzione mentre non sono che orecchianti della stessa, quand’anche l’abbiano letta, il che in molti casi è improbabile. Ne è un esempio la vulgata per la quale l’attuale magistratura è autonoma ed indipendente da ogni altro potere: niente di più falso perché questa magistratura è quella fascista, comprensiva di giudici e pubblici ministeri (art. 4 dell’ordinamento giudiziario del 1941), laddove la Costituzione ha istituito l’ordine della magistratura che è comprensivo dei soli soggetti cui è affidata la funzione giurisdizionale, cioè dei giudici (artt. 102 e 104 ).
Venendo ora a Paolo Guzzanti, che si dichiara liberale e che, però, plaude alla recente esternazione del presidente della Repubblica (che ha rivendicato per sé il potere assoluto di scioglimento del Parlamento), può ritorcersi contro di lui l’accusa – che egli lancia a manca – di conoscere poco la Costituzione. Egli afferma perentoriamente che “Le Camere si sciolgono se e quando il capo dello Stato, e soltanto lui, ritiene che questa sia la migliore risposta da dare nell’interesse del Paese e della democrazia parlamentare”. Ecco un altro azzeccagarbugli (parlo di Guzzanti). Onorevole, considerare prerogativa esclusiva del capo dello Stato lo scioglimento delle Camere significa non conoscere bene la Costituzione perché si sottovaluta il significato dell’art. 89 della stessa, secondo cui “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti che ne assumono la responsabilità. Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri atti indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei ministri”. All’Assemblea costituente vi fu chi (on. Dominedò) propose di stabilire che il potere presidenziale di scioglimento di una o di entrambe le Camere dovesse essere esercitato in via di prerogativa, fosse cioè un potere svincolato, per la sua validità, dalla controfirma del Governo. Gli rispose, da par suo, l’on. V.E. Orlando, che affermò di non comprendere come un potere così grande e per di più personale, “per il quale un atto di volontà di un individuo avrebbe facoltà di soverchiare e dissolvere la rappresentanza della Nazione”, si potesse contemperare con la figura del capo dello Stato, delineata dalla Carta costituzionale come privo di poteri effettivi (rinvio Guzzanti alla lettura degli atti della Costituente).
Perciò il capo dello Stato – mi spiace deludere il presidente Napolitano – non è un “Re sole”.
Tralascio di considerare la ridicola tesi di Paolo Guzzanti, secondo cui l’attuale situazione di difficoltà della maggioranza è conseguenza degli errati calcoli del presidente del Consiglio: ammessi gli errori di calcolo: Guzzanti non vede che la maggioranza è in difficoltà perché una parte assolutamente minoritaria di essa ha ingaggiato, per non chiari motivi, una lotta contro il Governo e contro il programma che ha avuto il consenso popolare (ogni riferimento alla riforma della giustizia non è casuale). Perciò se, in conseguenza di tale conflitto fratricida, la maggioranza perde pezzi per modo di non essere più maggioranza, non è conseguenza di errati calcoli ma di un conflitto politico all’interno della maggioranza. Bisogna prendere atto di questa irreversibile situazione e Napolitano deve ridare la parola al popolo. Questa è la democrazia secondo la Costituzione formale del 1947.
La democrazia parlamentare, di cui parla Guzzanti, è espressione della Costituzione materiale, della Repubblica dei partiti, che nel Parlamento facevano il bello ed il cattivo tempo, alle spalle dei cittadini. Allora gli italiani davano carta bianca ai singoli partiti, i quali facevano e disfacevano i Governi che in media duravano meno di un anno. Difficilmente veniva dato la parola agli elettori. La “democrazia parlamentare! riecheggia la nota ed abusata tesi del “Parlamento sovrano”, anch’essa espressione della Costituzione materiale, perché in quella formale la sovranità del Parlamento non è originaria ma è delegata dal popolo per legiferare e nei limiti del programma che ha avuto il consenso maggioritario. E, ciò che più rileva, è il popolo che designa, nei modi canonici del voto, chi è maggioranza che governa e chi è minoranza che fa l’opposizione. E’ questione questa di pertinenza del popolo sovrano, non del presidente della Repubblica che, per altro, sovrano non è, tanto meno di Gianfranco Fini, che si è ribellato al popolo che lo aveva eletto.
P.S. Guzzanti abbia pazienza ed aspetti il responso del popolo sulla legge elettorale non auspichi che si metta da parte il Governo decretato dal popolo: tutta l’operazione che si sta tentando a questo scopo ruota attorno all’interesse dei partiti in declino, compreso il Pd, a non scomparire. Angelo Miele”

GUZZ – NON MI HA MAI suggestionato il linguaggio untuoso e leguleio, ma di fatto insultante di coloro che pensano di essere i soli a capire, ad aver letto, a ben conoscere. Io ho avuto nella materia un grande maestro: Francesco Cossiga, e naturalmente la lettura sia della Costituzione che degli atti della Costituente, nonché – ben più importanti – gli atti materiali che hanno nel tempo riempito i vuoti della Costituzione scritta attraverso i comportamenti dei presidenti della Repubblica.
E tanto poco sono analfabeta in materia da aver anche scritto un saggio per Laterza, “I presidenti della Repubblica”, dove per l’appunto io esamino la materia della prassi che fa Costituzione.
E la questione sta in questi termini: oggi esiste un evento illegale e passato sotto silenzio che ha turbato la vita democratica in fase elettorale a causa dell’abuso, per il quale Cossiga protestò ma il presidente in carica Ciampi colpevolmente tacque, per cui un politico singolo – Berlusconi – ha nel 2001 posto sulla scheda il proprio nome seguito abusivamente dalla parola Presidente (figura che in Italia esiste soltanto nella forma assai ridotta e riduttiva di presidente del Consiglio dei ministri), simulando in maniera truffaldina l’offerta di un voto diretto per l’elezione del capo dell’esecutivo.
Questo è stato un abuso – benché impunito per colpa di chi doveva vigilare e non ha vigilato – e il fatto che non sia stato sanato nulla toglie al fatto che resti un abuso per il quale io non voglio il condono, ma la demolizione.
Non è vero, come si cantava alla fine della guerra che “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato”. Qui non ci scordiamo nulla e rivendichiamo la piena legalità.
I presidenti della Repubblica, per la Costituzione materiale fornita dalla prassi, che fa norma, sempre e in ogni caso hanno verificato la presenza nel Parlamento di una possibile maggioranza.
L’abuso edilizio compiuto da SB non vanifica ma esalta questo dovere che risponde alla prassi costituzionale.
Dunque il Presidente con la P maiuscola può licenziare un Parlamento se e soltanto se ha verificato che esso non è in grado di esprimere alcuna maggioranza, essendo ogni singolo parlamentare eletto SENZA VINCOLO DI MANDATO e dunque in alcun modo e in alcun caso tenuto a una canina fedeltà verso il capo della coalizione il quale, in base al Porcellum è e resta soltanto il “capo di una coalizione” e mai e poi mai il presidente del Consiglio dei ministri indicato dal “popolo”.
Il “popolo” può soltanto eleggere i propri rappresentanti, ciascuno dei quali rappresenta NON gli elettori che l’hanno eletto, ma tutto intero il popolo stesso, punto e basta.
Se fosse vero quel che lei rozzamente e con poca competenza costituzionale afferma, sarebbe allora vero non soltanto che la scheda “Berlusconi Presidente” avrebbe modificato in senso presidenzialista la Costituzione repubblicana, ma avrebbe anche abrogato l’articolo che tutela il fatto che il rappresentante del popolo non abbia vincolo di mandato.

Le liti interne ad una maggioranza dei partiti sono poi fatti politici interni alla vita dei partiti e non influenzano il Parlamento se non in presenza di un voto di sfiducia, avendo il dovere un governo di chiedere la fiducia se ritiene che eventuali voti negativi in aula segnalino la venuta meno della stessa.
Le liti interne ai partiti sono vicende interne ad associazioni private di nessun profilo costituzionale finché non diventano atti parlamentari.
E finora ci troviamo di fronte ad un unico atto politico e non parlamentare e tanto meno costituzionale: quello di un “capo di coalizione” che si suicida liquidando una parte numericamente determinante della propria coalizione, non ancora seguito da alcun effetto parlamentare. Che poi sostenga di aver dovuto agire come ha agito a causa del comportamento politico di un suo alleato, questi sono fatti (politicamente) suoi.
Dunque, se per caso – cosa di cui peraltro dubito malgrado la tempesta in corso – si arriverà alle dimissioni del governo a causa di uno o più voti negativi, sarà dovere del Capo dello Stato vedere se la NUOVA MAGGIORANZA NUMERICA (se una maggioranza cessa di essere tale, inevitabilmente un’altra maggioranza numerica e non ancora politica è presente nelle aule) è o non è in grado di esprimere una coalizione in grado di esprimere un governo e un presidente del Consiglio dei ministri.
Quanto alla risibile obiezione circa le firme necessarie per il decreto di scioglimento, essa è appunto risibile: tanto sono indispensabili le firme del governo quanto quella del capo dello Stato, e se e quando c’è quella del Capo dello Stato non si è mai visto che possano mancare, per rifiuto, quelle del governo.
Per concludere sintetizzando: la democrazia parlamentare è formata dai rappresentanti del popolo che mantengono il proprio mandato popolare senza vincolo di mandato, e dunque di coalizione e di fedeltà canina a chicchessia, e il Parlamento – e non più il “popolo” una volta che si è votato e si è nei tempi di una legislatura – è l’unica voce parlante di cui il Capo dello Stato è il registratore e il notaio. E se per caso – per caso – il Parlamento dice al capo dello Stato: la nuova maggioranza numerica determinata da un gesto inconsulto del capo della coalizione di governo è in grado di produrre un esecutivo con adeguato sostegno parlamentare, il capo dello Stato non ha alcuna alternativa e deve agire come i presidenti della Repubblica italiana hanno sempre agito. E cioè affidare l’incarico di formare il governo a chi dimostra di essere in grado di farlo, punto e fine della storia.

E’ morto un grande e controverso patriota: il mio amico Francesco Cossiga con cui ho condiviso il linciaggio, quando la gente cominciò a cambiare marciapiede, vedendomi, perché ero il giornalista di cui si fidava. Ma Cossiga si porta anche nella tomba il grande segreto su che cosa realmente accadde col caso Moro.

17 agosto 2010

Io ho sempre pensato che Cossiga abbia trattato con i veri rapitori di Moro per far loro avere ciò che cercavano, che non era soltanto Moro, ma segreti militari  pesantissimi e che poi sia stato beffato dai rapitori veri (che non erano quei quattro straccioni invasati delle sedicenti brigate rosse) i quali si presero i documenti e anche la vita di Aldo Moro che Cossiga (credo non da solo) tentò di salvare andando molto oltre il lecito.

Come faccio a sostenere una tale tesi? Grazie a tre elementi.

Il primo: durante il rapimento Moro sparirono dalla cassaforte del ministro della Difesa tutti i documenti militari più segreti, compresa la famosa Gladio, ovvero l’Operazione Stay Behind. Quei documenti riapparvero poi come per miracolo qualche tempo dopo la mmorte di Moro.

Secondo: la rogatoria internazionale che nel dicembre 2005 la Commissione Mitrokhin, di cui ero presidente, compì a Budapest su invito della locale Procura Generale portò alla nostra conoscenza il fatto che una parte dei cosiddetti brigatisti rossi era certamente al servizio del KGB attraverso una catena di comando che partiva dall’Organizzazione Separat del terrorista Carlos, che viveva a Budapest ai tempi del caso Moro, la quale organizzazione era diretta e monitorata dalla Stasi della DDR che rispondeva all’ufficio di collegamento con il KGB a Dresda, nella Germania Orientale. Uno dei nomi di brigatisti-KGB è quello di Antonio Savasta il quale, che io sappia, è svanito nel nulla. Il referente della Stasi era l’ufficiale del KGB Vladimir Vladimirovic Putin.

Terzo: Cossiga quando seppe dell’uccisione di Moro ebbe una reazione da shock del tutto ingiustificata: chiunque abbia una persona cara in mano ai terroristi, o una persona amatissima che sta per morire, soffrirà le pene del dolore quando il fatto si verifica, ma non avrà un trauma da sopresa, come l’improvviso incanutimento e la comparsa di una malattia somatica della pelle che si chiama vitiligine, che coprì gran parte del corpo di Cossiga e lì rimase fino alla fne. Poi Cossiga andò in peregrinazione in tutte le carceri a parlare con i brigatisti arrestati, vietò con alte grida che si parlasse di collegamenti internazionali, impose che si dicesse che le BR erano sole e formate da sanguinari bo scouts della rivoluzione, e infatti tutta quella masnada fu poi liberata in fretta e oggi siede su varie cattedre e ricopre uffici dettando le memorie e facendo persino lezioni all’università.

Questi fatti mi hanno sempre ritenere che Cossiga sapesse quel che aveva combinato e che avesse coperto le sue proprie tracce, esponendosi però a ritorsioni e ricatti interni ed esterni di cui il caso Gladio fu una prima avvisaglia. Quel grave fatto fu la madre di tutti i misteri e di tutte le coperture.

Quanto al resto, ecco l’intervista che ho rlasciato all’Espresso e che è reperibile sul sito del settimanale.

Francesco Cossiga e Paolo GuzzantiFrancesco Cossiga e Paolo Guzzanti“Cossiga, un uomo solo” è il titolo del libro che Paolo Guzzanti, giornalista e parlamentare (oggi nel Pli ma eletto con il Pdl) ha dedicato nel 1991 all’ex presidente della Repubblica. Guzzanti di Cossiga era amico e studioso. A lui abbiamo quindi chiesto un ricordo-ritratto dello statista appena deceduto.

In che rapporti era con Cossiga?
«Provavo grande affetto e amicizia per lui. Vivemmo una stagione drammatica. Io lo so perché ero il giornalista di cui più si fidava. Diceva tutto prima a me e io lo dicevo alle televisioni. Gli volevo bene. Ne abbiamo passate tante. L’ultima volta che l’ho sentito è stato perché Sabina voleva intervistarlo per il suo ultimo film. ‘Ma certo venite vi aspetto’, ci disse. Poi però abbiamo avuto dei ritardi e l’intervista non è più andata in porto. Peccato, l’avrei rivisto».

Cossiga è stato un uomo dai mille volti. Come e per cosa sarà ricordato?
«Ognuno ne ricorderà un aspetto. Il mio ricordo è di un uomo onesto, fantasioso, un cavaliere errante pieno di visioni fantastiche che ha unito letteratura e poesia. Io non ho mai creduto fosse matto. Quando “La Stampa” per cui lavoravo e “L’espresso” hanno tirato in ballo l’idea che fosse malato e andasse sostituito da un comitato di garanti io non ero d’accordo. Cossiga non è mai stato matto. Lui lo sapeva e anzi si è fatto furbo, ha usato questo suo ’stile’ bizzarro come strumento di comunicazione e come mezzo per giustificare molte sue azioni stravaganti e discutibili. Come quando decise che avrebbe picconato il sistema politico. Non era follia, quella. Ma un’intuizione. Sapeva che il sistema era malato ed i partiti pure. Era convinto che il sistema politico di allora fosse legato alla guerra fredda e che, una volta finita, i partiti politici italiani sarebbero crollati. Disse qualcosa che non piaceva ai suoi nemici e nemmeno agli amici. Si sbagliava? L’attualità politica dice di no».

Nel suo libro lei lo disegna come un “uomo solo”. Cosa vuole dire?
«L’ho sempre visto come un solitario, un don Chisciotte visionario e in questo mi sento simile a lui. Messi insieme eravamo due matti da legare. L’hanno lasciato solo perché diceva qualcosa che faceva paura. La sua era una solitudine politica, ma anche morale, intellettuale. Solo pochi hanno capito che dietro le sue ‘picconature’ c’era una visione del mondo politico italiano e hanno avuto il fegato di sostenere le sue idee. Cossiga era un uomo solo e ?€˜forte’ della sua solitudine».

Ma oltre che ’solo’, quali aggettivi userebbe oggi per ricordarlo?
«Intuitivo fino alla genialità: aveva capito che il regime italiano si muoveva verso il presidenzialismo e gridava che bisognava guidare quel processo in senso democratico e parlamentare. Ma i partiti stavano ffondando e non vollero sentire: oggi abbiamo un presidenzialismo di fatto che calpesta la Costituzione proprio perché Cossiga non è stato ascoltato. Il secondo aggettivo è Incorruttibile (ma non so se non fosse ricattabile per la vicenda Moo) e il terzo: un gran pasticcione. Cossiga era un casinaro quando si metteva in testa di sapere cose di cui invece sapeva poco e male. Dopo la strage del 2 agosto 1980 a Bologna, come nel caso di Ustica, sostenne tutto e il contrario di tutto rincorrendo ipotesi e voci che raccoglieva. A me chiese disperato se io potevo dargli la dritta giusta e gli dissi quel che pensavo di Ustica: bomba araba, nessun missile. Ma lui tirò in ballo francesi, americani, complotti bizzarri e sempre così, a cavolo, senza uno straccio di pezza d’appoggio. L’amara verità è che lo “spione Cossiga” di servizi segreti non ha mai capito niente. Era un ‘orecchiante’. A lui piaceva parlare con i cellulari di ultima generazione. Forse qualche volta, davanti allo specchio, si sarà anche anche atteggiato a barba finta, a 007. Ma era in materia di intelligence era un amateur dalle molte conoscenze».

Ora e riporto delle frasi tratte da “Fotti il Potere – manuale sul potere politico”, scritto dallo stesso Cossiga e lei mi risponde che cosa ne pensa. Pronto? Cominciamo; ‘La bomba di piazza Fontana fu opera degli americani’.


«Balla sesquipedale, ma di gran moda da decenni».

‘La politica è una droga che non prevede disintossicazioni’.
«Una frase stupida. Anche Omero sonnecchia, figurati Cossiga».

‘Governare è far credere’.
«Dipende da chi governa. Obama e Sarkozy, per fare due esempi politicamente opposti, si sono presentati agli elettori con un grande appeal sia politico che personale: dietro al fascino c’era anche un programma di governo».

‘I politici sono marionette nelle mani dei banchieri’.
«Credo di no. Ma se lui ne ha fatto esperienza nel suo partito allora vuol dire che è vero. Ma insomma, ognuno parli per sé». 

‘Non c’è leader politico che non possa essere arrestato per tangenti’.
«Dipende da in quale epoca ci troviamo. Berlusconi di certo non le ha mai prese. Semmai le paga».

‘La mafia ci appartiene, tanto vale accettarla’.
«Orrendo. Ecco, vedete, Cossiga ha questi lati oscuri. Come quando diceva di accettare l’integralismo islamico e di essere d’accordo sul fatto che le donne islamiche in Italia devono andare in giro col burka solo perché lo dice la loro religione»

‘Oltre all’Fbi, fu il mondo economico a mettere in piedi Mani Pulite’.
«Ah bé, se lo dice lui. Avrebbero fatto comodo, anche qui, le pezze d’appoggio. Pasticcione.

‘Esistono tradimenti doverosi e persino morali’.
«Questa è una frase tipicamente cossighiana. Forse si riferiva al caso Moro».

A proposito di Moro: perché si dimise dopo l’uccisione del presidente della Dc?
«Perché fece carte false e penso assai poco onorevoli pur di salvarlo. Per questo quando Moro venne ammazzato ebbe un trauma. Dolore, certo ma forse anche vergogna perché quel che fece, non da solo, non servì a salvare Moro: fu beffato e per questo ebbe il trauma che lo fece incanutire in un attimo e coprire di vitiligine, la malattia psicosomatica della pelle. Purtroppo si porterà con sé questa e altre verità nella tomba: io avevo sperato fino all’ultimo che prima di morire le raccontasse al Paese la verità vera, a lui piaceva giocare a fare il Talleyrand, a mentire in nome dello Stato. Ancora oggi, a distanza di più di vent’anni, rievocare il caso Moro vuol dire entrare in un tunnel di segreti e vergogne, benché la verità sia accessibile, come ho potuto dimostrare nella Commissione Mitrokhin, cosa che ha scatenato anche contro di me l’inferno».

Torniamo agli anni ‘70. Sui muri di certe città si leggono ancora oggi scritte contro Cossiga, provocatoriamente scritto con la K. Ma a lui piaceva essere ricordato così. Perché?
«Per civetteria. Negli anni settanta, a causa di un film intitolato “L’AmeriKano”, venne la moda di mettere il kappa per alludere alla Cia. A lui questo piaceva, era il suo giocattolo. Ma gli americani sfruttarono questa sua passione americana, che condivido anch’io, come dimostra il fatto che quando gli americani gli chiesero di portare D’Alema alla presidenza del Consiglio, lui lo fece organizzando lo sgambetto del 9 ottobre 1998 a Prodi. Così Clinton poté fare la guerra contro la Serbia usando le basi italiane senza timore di blocchi organizzati dall’ex Pci contro le basi e la guerra. Missione compiuta, ma non ne andrei così fiero. Però, avendo sponsorizzato D’Alema a Palazzo Chigi, batté Scalfari e si riqualificò a sinistra. Anche questo era Cossiga».

Se potesse, cosa direbbe Cossiga della transizione in atto, di Fini contro Berlusconi?
«Non lo so, ma posso raccontarle una cena dell’aprile del 1993 al Grand Hotel di Roma. Cossiga spinse personalmente Berlusconi alla politica partecipando a quella cena a cui partecipava anche Agnelli, Rossignolo, il segretario del Pli Altissimo, il professor Scognamiglio, e naturalmente Berlusconi. Lo scopo era sbarrare la strada ad Occhetto, e alla sua pretesa ?€˜gioiosa macchina da guerra’. Cossiga sosteneva Berlusconi ma era incazzato nero perché poi Berlusconi rifiutava di farsi guidare da lui. A quei tempi sosteneva anche Fini e anzi fu proprio lui a sdoganarlo, prima di Berlusconi. Mentre per la sinistra italiana Fini, antagonista di Rutelli al Comune di Roma, era sempre solo un fascista, mica come oggi che è l’eroe della resistenza al nuovo duce. Quelle di oggi sono le conseguenze delle azioni di 10-15 anni fa. Cossiga sapeva che in Italia sarebbe andata a finire così. E lo sapeva perché era intuitivo e incorruttibile, ma sempre un gran casinaro, un pasticcione, l’anima del pastore sardo nel corpo di uno statista bizzarro».

MIO NUOVO VIDEO – Enzo Palumbo, leggi e Costituzione alla mano, spiega come e perché i berlusconiani stanno barando e mentendo sul presunto obbligo che avrebbe Napolitano di fare elezioni anticipate in caso di crisi.

16 agosto 2010

Ai non pochi commentatori che, sulla scia delle avventate dichiarazioni di Berlusconi e compagni (ultime quelle di ieri di Alfano), vanno sostenendo che lo scioglimento delle Camere, di fatto, sarebbe ormai transitato nella disponibilità del Presidente del Consiglio o del Governo, sulla considerazione che sarebbe stata introdotta con legge ordinaria (sic!) una surrettizia modifica costituzionale, suggerisco di andarsi a rileggere, se mai l’hanno fatto, l’art. 14-bis del DPR n. 361-1957, che detta le norme per l’elezione della Camera, per come modificato dall’art. 1 comma 5 della L. 270-2005 (per intenderci, il c.d. porcellum), applicabile anche all’elezione del Senato, in virtù del richiamo fatto dall’art. 8 DLgs 533-1993, per come sostituito dall’art. 4, c. 2, del porcellum.
La norma in questione testualmente recita: “…….I partiti o gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione, che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale, nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro, indicata come unico capo della coalizione. Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della repubblica previste dall’art. 92, secondo comma, della Costituzione”.
E’ quindi legislativamente prescritto (e non poteva essere diversamente) che i partiti collegati in coalizione indicano solo il nome del c.d. capo della coalizione, e non già il candidato Presidente del Consiglio, che potrebbe anche essere diverso, e la cui nomina non può che spettare al Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 92, II° comma, Cost., che a sua volta testualmente recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, i Ministri”
Quanto alla singolare tesi svolta ieri in televisione dal Ministro Alfano, secondo cui il mancato scioglimento delle Camere a seguito della crisi di governo costituirebbe una violazione dell’art. 1 della Costituzione, sarebbe bene che qualcuno gli ricordasse che il secondo comma dell’art. 1 Cost. va letto per intero, laddove esso testualmente recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercità nelle forme e nei limiti della Costituzione”; e questa, oltre a quanto detto in tema di nomina del P. d. C., stabilisce anche, all’art. 88, I° c., che “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”.
Ovviamente, non esiste nessuna norma, né costituzionale né tampoco ordinaria che attribuisca al P.d.C. o al Governo la benché minima competenza in materia, posto che gli unici a potere interloquire in merito col P.d.R. sono esclusivamente i Presidenti delle due Camere, il cui parere, per altro, è obbligatorio ma non vincolante.
Se il Ministro Alfano avesse sostenuto in una qualsiasi sede universitaria o concorsuale la tesi sostenuta ieri in TV non avrebbe passato l’esame di diritto costituzionale.
Ma, tant’è, ormai Berlusconi ha fatto scuola, e quindi chiunque può dire in TV qualsasi sciocchezza senza neppure arrossire; l’importante è ripetere all’infinito una tesi, anche la più cervellotica;a furia di ripeterla all’infinito, verrà ritenuta come verità incontrovertibile!