Fini piagnucolò qualche mese fa sotto il podio di Berlusconi: “Perché, sennò che fai? Mi cacci?”. E quello l’ha cacciato. Storia di un vicolo cieco e di un’occasione persa.

30 luglio 2010

Fini non mi ha mai convinto, come progetto. Perché non ne ha. E Berlusconi, come fece Hitler con le SA nella notte dei lunghi coltelli, lo ha fatto fuori. Berlusconi è putinizzato, affascinato da un modello autoritario russo e bruciato dalla precedente esperienza del quinquennio 2001-2006 quando Casini e  Fini gli frissero le palle per cinque anni.

Ammaestrato da quella esperienza, ha cominciato col far fuori Casini che ci rimase di merda: non poteva credere che il capo lo mettesse alla porta. Poi SB fissò con le viti le chiappe di Fini sulla sedia della Camera e pensò: “Anche questo me lo sono levato dalle palle: promoveatur ut amoveatur”.

Ma Fini ci pensò un po’ e disse: “Eccellente posizione per puntare diritto al Quirinale. Di qui nessuno mi schiavarda per cinque anni e io mi faccio la campagna bipartisan. Comincio a distinguermi in ogni occasione, a prendere le distanze, a punzecchiare, senza rompere e senza dare tregua. Lavoro ai fianchi per la mia campagna elettorale.”

Berlusconi rispose: “Carino, forse hai capito male. Al Colle ci vado io e ci vado con una riforma istituzionale per cui io sarò Sarkozy e  Frattini, o Alfano, starà al Matignon di Palazzo Chigi. Dunque tu non vai da nessuna parte e se rompi i coglioni io ti faccio fuori.”

Fini pensò allora di adottare una strategia sfiancante: mai rompere, mai dare tregua, sempre riaffermare sia la fedeltà che i distinguo e puntare sul logoramento.

SB rispose: ” E io ti frego il partito e me lo porto a casa, salvo briciole”. E offrì oro incenso e birra, molta birra, ai pavidi colonnelli. Sicché poi Fini mi disse personalmente: “I più fascisti dei miei ex camerati hanno scelto Berlusconi perché vedono in lui il vero duce e in me un pericoloso democratico”.

Intorno si creava attesa, come ai tempi di Mario Segni: che farà Fini? Che ha in mente? Qual è il suo piano?

Ma Fini, come Segni dei primi anni Novanta, non ha alcun piano: logoramento e gioventù sono la sua sola strategia. In altre parole: Silvio, prima o poi, ha da morì e allora vengo io.

Sai che piano.

Poi si arrivò al Consiglio nazionale del PdL e stavamo tutti lì che aspettavamo come l’annunciazione il discorso della rottura da parte di Fini. E invece, l’indomito fece quello della ricucitura che sembrava Alberto Sordi.

Così, spiace dirlo, SB gli pisciò in testa. Prese il microfono e disse: “Mi sembra di sognare. E’ questo lo stesso uomo che fino a ieri ha detto questo e questo e questo….?”.

Fu allora che Fini capì che l’uomo di Arcore aveva già decretato la sua morte e di fronte alla sua durezza si alzò dal posto in prima fina e pronunciò quelle terribili, temerarie, fortissime, sgargianti parole appena un po’ tremebonde: “Perché? Sennò che fai? Mi cacci?”.

E oggi quello l’ha cacciato. Gli ha fregato il partito e Fini annuncia oggi una rivelazione folgorante: Berlusconi non è liberale. Fantastico. L’ha capito. Noi possiamo assicurargli che è anche un pericolo per la democrazia, perché ha imparato a stare in politica e a colpire i nemici fino ad ucciderli.

E non dimentichiamo che Berlusconi ha già avuto una cena pacificante con Casini cui ha detto: “Pier, faresti la ruota di scorta se avessi bisogno di un rinforzino, in cambio di un congruo ministero? Potremmo cominciare mandando alla vicepresidenza del CSM un tuo uomo di fidicia, come aperitivo. Il resto seguirà”.

Tutti quelli che pensavano che SB fosse alle corde sono serviti. Nessuno di loro ha un disegno politico. Nessuno di loro ha in mente nulla da offrire in alternativa. Ed è così che se SB trovasse l’elisir di lunga vita, governerebbe, governerà, per altri cent’anni.

Venite con me nel Partito Liberale a creare una alternativa politica a SB, abbandonando le stronzate al loro destino

Anche il giudice Rosario Priore si dice convinto che la strage di Bologna non fu “fascista”, ma palestinese. Ormai sulla via del ravvedimento, si aspetta che ammetta che anche l’aereo di Ustica fu abbattuto da una bomba araba. La verità ignobile viene piano piano a galla, onore a quanti nella Commissione Mitrokhin si batterono per la giusta pista.

28 luglio 2010

Vi consigliamo la lettura anche dei commenti….
http://www.focusonisrael.org/2010/07/27/strage-bologna-terrorismo-palestinese/

Strage di Bologna: l’ex giudice Priore rilancia la pista palestinese
Di Emanuel Baroz, in Attentati, Terrorismo

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Strage di Bologna, ex giudice Priore rilancia la pista palestinese

“Possibile matrice internazionale anche per l’attentato di san Benedetto Val di Sambro”

ROMA, 26 lug – La strage di Bologna come reazione del terrorismo palestinese all’arresto di un responsabile di alto livello del Fronte popolare, che aveva la sua base operativa proprio nel capoluogo emiliano. A evocare un simile scenario è Rosario Priore, giudice istruttore di alcuni dei più importanti processi della storia giudiziaria italiana, dall’eversione nera e rossa al caso Moro fino alla strage di Ustica e l’attentato a Giovanni Paolo II.

Presentando alla sala del Cenalcolo della Camera il libro-intervista scritto con Giovanni Fasanella (“Intrigo internazionale: perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire”), il magistrato ripercorre le possibili tappe che potrebbero aver portato alla strage del 2 agosto. “Nel novembre del ’79 avevamo arrestato a Ortona tre autonomi romani (Daniele Pifano, Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner, ndr) che stavano trasportando due missili terra-aria bulgari, destinate ai terroristi palestinesi – afferma Priore -. Quell’operazione portò anche all’arresto di Abu Anzeh Saleh, un dirigente del Fronte popolare che era il responsabile dell’organizzazione in Italia.

L’organizzazione pretendeva assolutamente la liberazione di questa persona, perché la ritenevano una violazione del ‘lodo Moro‘ (basi logistiche in Italia in cambio della non belligeranza, ndr)”. Nonostante un comunicato ufficiale del Comitato centrale del Fplp, Saleh invece condannato dal Tribunale di Chieti e la sentenza venne poi confermata dalla Corte di Appello dell’Aquila.

“I messaggi che si scambiavano le nostre polizie sono inequivocabili e fanno un riferimento diretto all’ipotesi di una grande strage nel nostro Paese – prosegue Priore -. Ricordo una comunicazione del direttore del Sisde, Grassini, che poco prima del 2 agosto diceva ‘siamo agli ultimi giorni, si sente parlare di una rappresaglia pesantissima’”. Per il magistrato, insomma, nessuna trama nera ma una matrice internazionale, la stessa che potrebbe essere dietro la strage di Natale a san Benedetto Val di Sambro. Una convinzione maturata leggendo “le relazioni dei servizi orientali”.

“Probabilmente anche quella strage – spiega Priore – fu dovuta all’arresto di un terrorista, fermato a Fiumicino con le valigie piene di esplosivo”. Il risultato della mancata liberazione fu un nuovo sanguinoso attentato, dovuto al peso di organizzazioni internazionali, come il Fronte popolare palestinese o il gruppo di Carlos, che avevano “una forza tale da imporre rappresaglie enormi”. Priore ha ricordato come anche la Francia abbia subito pressioni dal gruppo di Carlos a causa dell’arresto di due membri dell’organizzazione. “Per due anni ci fu una seria impressionante di attentati su treni veloci nelle stesse modalità con cui avvennero in Italia, che finirono solo quando i due vennero espulsi dal Paese”.

(Fonte: Il Velino, 26 luglio 2010)

4 Commenti Scritto da Emanuel Baroz

Termini legati all’articolo: Abu Anzeh Saleh, attentati , attentato di san Benedetto Val di Sambro, Daniele Pifano, FPLP, Giorgio Baumgartner, Giuseppe Nieri, lodo Moro (basi logistiche in Italia in cambio della non belligeranza), Rosario Priore, Stra di Bologna 2 Agosto 1980, strage di Bologna, Terrorismo, terrorismo palestinese.
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  1. Aron  Sperber Carlos aveva avuto strette relazioni con la PFLP negli anni  70, ma dopo la morte di Wadi Haddad le relazioni si erano raffredate e Carlos  dal 79 aveva iniziato a lavorare „per conto suo“ – e fu Gheddafi che in quel  periodo (79-83) dava lavoro all´impreditore privato dell terrorismo. Anche se c´era un accordo segreto chiamato “Lodo Moro“ che  permetteva ai palestinesi di usare il territorio italiano, un arresto per il  trasporto di un missile non significava una violazione dell accordo da parte  degli italiani (è chiaro che un accordo segreto non poteva garantire impunità  dopo atti criminali come il trasporto di un missile). È quasi impensabile che quell arresto poteva essere stato il motivo per  commettere una strage (che non aiutava per niente il loro uomo arrestato). E se Moro era veramente stato il „uomo dei palestinesi“ come Cossiga dice,  perchè i Brigadisti legati strettamente alla PFLP (Abu Anzeh Saleh era proprio  stato arrestato insieme a 3 brigadisti) avevano sequestrato e ucciso proprio  Moro? Il smascheramento del “Lodo Moro“ non averebbe significato un grande  scandalo per la politica italiana. Attivisti palestinesi potevano muoversi liberamente in quasi tutti paesi  occidentali. Che il SISMI di Andreotti abbia commesso depistaggi per coprire una strage  commessa dai palestinesi solo per proteggere un accordo come sicuramente  esisteva anche in altri paesi mi sembra assurdo. Che cosa poteva invece essere stato un motivo per ordinare a Santovito di  organizzare i depistaggi? Dopo il fallimento della Supertangente Eni-Petromin magari c´era la  possibilita di costruire un altra Supertangente – che poteva finanziere il  sistema Cossiga-Andreotti per altri 10 anni – con il petrolio del piu grande  terrorista prima di Osama bin Laden. 27  luglio 2010 alle 11:13 
  2. Gabriele  Paradisi Volevo segnalare il libro appena uscito: Dossier Strage di Bologna – La  pista segreta (Giraldi, Bologna 2010) Alle 10.25 del 2 agosto 1980 un ordigno esplosivo collocato  nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione centrale di Bologna  provoca il crollo dell’ala ovest causando 85 morti e oltre 200 feriti. È la  strage più grave dell’Italia repubblicana. Nonostante ventisette anni di  indagini e processi, di quella strage non sono mai stati individuati né il  movente né i mandanti. Tra il 1999 e il 2005, durante i lavori istruttori  della Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi (XIII legislatura)  poi con la Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin (XIV legislatura)  sono emersi elementi di straordinario interesse e del tutto inediti sui  collegamenti internazionali del terrorismo italiano e sulle reti operative dei  servizi segreti dell’Est nonché dei mukabarat dei principali Paesi arabi  durante la Guerra fredda, come Siria, Libano, Libia, Yemen del Sud e  Iraq. Grazie a queste informazioni è stato possibile riannodare i fili di  una trama tenuta segreta per 25 anni e scoprire le ragioni alla base  dell’accordo segreto con la resistenza palestinese, le minacce al governo  italiano per la vicenda dei missili di Ortona, i retroscena del traffico di  armi messo in piedi dall’Fplp (Fronte popolare per la liberazione della  Palestina) attraverso il territorio italiano e disarticolato nel novembre del  1979 così come le manovre segrete avviate dalla nostra intelligence per  evitare una grave azione ritorsiva contro il nostro Paese. Il lavoro di  ricerca ha permesso di recuperare dagli archivi non solo l’allarme lanciato  l’11 luglio 1980 (appena tre settimane prima della strage) dal direttore  dell’allora Ucigos sul pericolo di un’azione ritorsiva dell’Fplp per la  mancata liberazione del loro dirigente Abu Anzeh Saleh, arrestato e condannato  per il traffico dei lanciamissili Sam-7 Strela di Ortona, ma addirittura il  nome del terrorista tedesco presente a Bologna il giorno della strage, il  tedesco Thomas Kram, del quale mai nulla – dal giorno dell’attentato – era  trapelato all’esterno. Dal novembre 2005, proprio sulla base di questi  elementi, la Procura di Bologna ha aperto un nuovo fascicolo d’indagine su una  ipotesi investigativa mai approfondita prima di allora. Le investigazioni sono  ancora in corso. La prima parte di questo libro delinea questa pista segreta,  rimasta insabbiata per 25 anni: una feroce rappresaglia per la rottura  dell’accordo tra le autorità di governo italiane e la resistenza palestinese,  oggi noto come patto o «lodo Moro», che vedrebbe il coinvolgimento del gruppo  terroristico di Carlos, braccio operativo e militare del Fronte popolare per  la liberazione della Palestina. Scenario drammaticamente compendiato da un  documento, ritrovato dagli autori, rimasto sepolto per quasi un quarto di  secolo negli archivi del Tribunale di Venezia. Nella seconda parte del libro si racconta l’inchiesta che,  preso l’avvio da un’intervista al manifesto di Thomas Kram dell’agosto 2007,  portò a scoprire una manipolazione testuale nel Documento conclusivo di  centrosinistra della Mitrokhin di un documento di polizia, utilizzata poi dal  terrorista tedesco per spiegare la sua inquietante presenza a Bologna il  giorno della strage. Un saggio di chiusura di Gian Paolo Pelizzaro riepiloga  proprio i tanti misteri che avvolgono la figura del terrorista tedesco. La terza parte del volume raccoglie le voci degli stessi  protagonisti. Si passa così dai legami occulti del Kgb con il Fronte popolare  per la liberazione della Palestina di Wadi Haddad e George Habbash, alle  lettere di Francesco Cossiga sul «lodo Moro», agli avvertimenti di Bassam Abu  Sharif al governo italiano, ai depistaggi di Abu Ayad, alle numerose  interviste di Carlos, di Abu Anzeh Saleh, di Thomas Kram. Per chiudere, e  così conoscere, attraverso le interpellanze e le interrogazioni parlamentari,  le vivaci, ma poco note, discussioni avvenute nelle aule del Parlamento  italiano su una delle pagine più tragiche, misteriose e controverse della  storia italiana. 27  luglio 2010 alle 16:40
  3. bolognese vergognatevi a pubblicare questa robaccia che tutti sanno già falsa, ci  sono già state indagini in merito e non è che l’ennesimo tentativo di  depistaggio. E’ vergognoso che il titolare di questo sito echeggi questa  roba per buttare fango sui palestinesi che considera nemici, spero che questo  Emanuel Baroz si vergongi di tale bassezza e dei suoi insulti alle vittime  della strage e ai loro parenti, ma non mi stupirei se se ne fregasse  bellamente, mi pare un po’ troppo impegnato a non vedere altro che  Israele,anche acosto d’insultare gli italiani vittime di una strage che ancora  fa sanguinare il cuore dei loro parenti. Vergogna! 27  luglio 2010 alle 21:59
  4. Emanuel  Baroz @ bolognese: non capisco di cosa dovremmo vergognarci, visto  che sono parole del magistrato Rosario Priore..noi ci siamo limitati a  riportarle. Non abbiamo titoli per affermare che quanto detto da Priore sia  falso, ma sul fatto che sia esistito un accordo tra il Governo italiano  gestito dall’allora DC e il terrorismo palestinese internazionale credo sia  ormai un dato acclarato. Che poi si sia chiamato “lodo Moro”, “Accordo  Cossiga” (O Kossiga…), “patto Andreotti” o “Regola Craxi” sinceramente non ci  interessa…resta il fatto che il 9 Ottobre del 1982 la Sinagoga di roma fu  teatro di un sanguinoso e vile attentato effettuato da terroristi palestinesi. Infine: personalmente non considero i palestinesi dei nemici, a meno che  non siano terroristi. Se poi molte volte le due cose coincidono…beh, questa  non è certo colpa mia! 28  luglio 2010 alle 00:15

Guardate per favore il nuovo video: “Il dissidente” si farà. Putin sa tutto da decenni, chi parla del KGB è matto e provocatore, la Cia va bene e anche i francesi (alla peggio), guai a dubitare del missile di Ustica e della strage “fascista” di Bologna, e altro ancora. Purtroppo il filmato si tronca di botto e mancano i saluti, ma sarò sempre on line e passerò il blog dagli Usa come ho sempre fatto. Auguri di buone vacanze, ma restiamo uniti.

25 luglio 2010

Vi spiego perché hanno ammazzato Falcone e Borsellino, e perché nessuno fiata di fronte alla messa funebre solenne approntata alla svelta dal vecchio PCI per imbalsamarli e santificarli a furor di popolo inquadrato per processioni, prima che qualcuno avesse la malsana idea di indagare sulle vere ragioni della loro inspiegabile morte: “Chi ha ammazzato il povero Ivan?” Ecco la vera storia che nessuno ha il coraggio di raccontare perché ancora oggi si rischia la pelle.

10 luglio 2010

Giulio di Siena scrive: Patton
La tesi è affascinante, gli ingredienti ci sono tutti, gli interessi concomitanti pure, ma personalmente ritengo che la morte di Falcone non sia stata decisa a seguito delle investigazioni in materia di riciclaggio delle ingenti somme provenienti dall’impero crollato o al narcotraffico con quell’origine. Falcone, costretto ad abbandonare Palermo per i micidiali attacchi dei suoi colleghi e della stampa giacobina, tecnicamente poteva fare poco. Era stato messo fuori gioco ed additato addirittura come reprobo per essere passato con i socialisti (che una certa vulgata voleva sensibili alle istanze mafiose). Analizzando quanto accaduto prima della sentenza della Cassazione (omicidio del giudice Antonino Scopelliti) e dopo con l’eliminazione dei politici rivelatisi inutili, Ignazio Salvo, Salvo Lima, ma anche con Andreotti processato con raffiche di pentiti, mi sono radicato nella convinzione che il motivo scatenante sia stato il maxiprocesso e gli sfavorevoli esiti in Cassazione, dopo iniziali successi che sono stati all’origine dei sospetti “sull’ammazzasentenze” Corrado Carnevale.

GUZZ- L’AMBASCIATORE SOVIETICO, E POI RUSSO, ADAMISHIN ANDO’ da Cossiga e disse: Fermate questa rapina, i soldi russi del KGB e del PCUS stanno transitando in Italia per essere riciclati. Fate qualcosa.
Cossiga chiamò D’Alema e gli chiese: State per caso riciclando per conto del KGB su conti gestiti da Cosa nostra?
Ohibò, disse D’Alema, assolutamente non io, ma posso dire che un grandissimo finanziere – che se ti dicessi il nome cadresti dalla sedia – mi ha offerto l’affare del riciclaggio e io ho detto di no. Dunque il fatto esiste, ma non sono io.
Allora Cossiga disse ad Andreotti, primo ministro: Volete fermare questa porcheria che sta dissanguando la Russia?
E Andreotti rispose: NO, perché un gesto del genere sarebbe vissuto dal PCI come aggressivo nei loro confronti e io devo preservare l’equilibrio nel governo. Ma ho un’idea: chiama Falcone e digli di fare qualche passo informale che soddisfi i russi.
Cossiga chiamò Falcone e gli spiegò la situazione. Falcone disse: ma io sono ormai soltanto un direttore generale del ministero della giustizia, che cosa posso fare?
E Cossiga: incontra questi russi, tranquillizzali, fai vedere che stiamo facendo qualcosa.
Falcone incontrò i giudici russi e organizzò meeting riservati, coperto dalla Farnesina che gestì l’affare.
Poi chiamò Paolo Borsellino e gli spiegò il problema che si era creato.
Borsellino, vecchio militante del MSI e anticomunista intransigente disse: tu sei un impiegato al ministero, ma io no. Io posso indagare. Aprirò una mia Agenda Rossa su questa faccenda e discretamente cercherò di capire di più.
Bum !! Capaci.
Borsellino qualche settimana dopo si dette una manata sulla fronte e disse: cazzo, ho capito chi e perché ha ammazzato Giovanni:
BUM! Via D’Amelio.
Il PCI che sapeva perfettamente la storia, si avventò come un branco di jene sui due morti santificandoli alla svelta con un rito abbreviato e intenso di processioni popolari mummificandoli nella sua glassa mediatica affinché NESSUNO MAI potesse rivangare la verità. E’ come il “missile” inesistente di Ustica. E’ come la strage “fascista” di Bologna. Quando il partito copre la merda, tutti devono dire: che profumo di violette.
Giancarlo Lehner voleva scrivere questa storia avendo una moglie russa che aveva parlato con Stepankov, il procuratore di tutte le Russie che aveva trattato con Falcone e che si era subito dimesso per paura: “Io ho famiglia, ho visto quel che hanno fatto a Giovanni”. Giovanni in russo si dice Ivan, e i giornali russi alla morte di Falcone avevano scherzato su “Chi ha fatto fuori il povero Ivan”, sulla falsariga di una filastrocca popolare. Tutti a Mosca sapevano chi e perché aveva fatto fuori il povero Ivan. In Italia nessuno sapeva spiegare perché fosse stato ucciso il povero Ivan. Non era un pericolo attuale per la mafia. E la mafia non uccide “alla memoria” o per vendetta a posteriori. E allora: perché e chi ha ucciso il povero Ivan.
Lehner disse a un settimanale del suo progetto di libro sulla morte di Falcone. Andreotti lo mandò a chiamare nel suo studio di piazza in Lucina e gli disse: Voglio aiutarla, spero di recuperare i fonogrammi riservati con cui la Farnesina ha preparato gli incontri segreti con i giudici russi. Quella è la prova del fatto che Falcone indagava, senza averne un mandato, ma era andato molto più avanti del semplice contatto diplomatico con i russi, tanto per far vedere che in Italia il riciclaggio del tesoro sovietico era tenuto sotto osservazione. Poi Andreotti chiamò il giornalista e gli disse: Caro Lehner, butti nel cestino il suo progetto di libro, se non vuole lasciarci la pelle.
Come sarebbe a dire?, fece quello. Sarebbe a dire, disse Andreotti, che dalla Farnesina mi hanno risposto che i dispacci si sono persi e che non si trovano più. Questo vuol dire che l’operazione è stata cancellata e le sue tracce distrutte. Dunque ci troviamo di fronte a un nemico più grande di noi due. Lasci perdere la morte di Falcone, dia retta.
Alla Camera, in un giorno di votazioni a Camere congiunte, io Lehner e Andreotti abbiamo rivangato il fatto. Giancarlo parlava, Giulio annuiva con un sorriso tirato.
Nessuno avrebbe potuto attivare il pulsante di Capaci con la certezza di fare il botto al momento giusto, se non ci fosse stato un emettitore di impulsi sulla macchina. Le due operazioni Capaci e D’Amelio sono operazioni di guerra condotte con tecniche di guerra, del tutto ignote alla mafia siciliana.
Il resto sono chiacchiere da bar dello sport.

Un abbraccio con Umberto Bossi, per strada

25 giugno 2010

Ieri l’altro 23 giugno, uscivo dalla sede del Partito Liberale in via degli Uffici del Vicario accanto alla gelateria Giolitti (più importante per i turisti del Colosseo) quando ho sentito una voce profonda e roca, a me ben nota, che mi chiamava: “Guzzanti…. Guzzanti”. Mi giro ed era Umberto Bossi seduto a un tavolino. Non lo vedevo di persona da prima del suo devastante infarto, quando aveva un aspetto giovanile e scattante. L’uomo che mi trovavo di fronte era quello che conosciamo dalle cronache: un po’ incanutito, invecchiato. Pensai: ora Bossi mi fa una scenata, mi mi rimprovererà per aver mollato Berlusconi e tutta la sua ganga. Invece Bossi mi guarda e dice: “Grande, Guzzanti”. A quel punto, vedendo quest’uomo che avevo conosciuto nel fiore delle forze che mi sorride, provo nel cuore qualcosa di non meditato, non razionale, non politico nel senso di politicante: provo rispetto, provo un vecchio affetto.

I miei amici liberali del Sud, specialmente siciliani, considerano un punto d’onore arrivare in ritardo, ridere degli appuntamenti ad un’ora precisa, considerare una fatalità che la linea più breve fra due punti sia l’arabesco, arrendersi con un mesto sorriso davanti agli umori meno nobili ma eterni della natura umana: troppi (e millantati) millenni di storia, millenni di geografia, pochi millenni di educazione fisica, meno ancora di educazione civica. Io, diversamente da loro, ho sempre guardato con enorme rispetto alla Lega, anche se sono pronto alla guerra civile per salvare l’unità della mia patria, per rovinosa che sia.

Contro il secessionismo, che non ci sarà, sono pronto a staccare il fucile (che non ho) dal muro e farmi fare la pelle con un colpo in fronte gridando viva l’Italia se fosse necessario, per quanto orrore e pena e sentimenti di miseria mi ispiri my country.

Ciò non sposta di un millimetro non soltanto il rispetto, ma la gratitudine che io personalmente nel profondo del cuore provo per la Lega di Umberto Bossi e per i leghisti, proprio per quanto hanno di anti-italiano nel senso meridionale. Io sono uno che arriva in orario agli appuntamenti e che se ritarda di dieci minuti telefona per scusarsi, sono uno che considera gli impegni come punti di onore, i tempi come punti di onore, il lavoro un punto d’onore, il parassitismo e il piagnisteo pura merda.

Ho guardato Umberto e lui si è alzato dalla sedia, con un po’ di fatica e mi è venuto incontro a braccia aperte e senza giacca.

Ci siamo abbracciati fortemente, con una stretta potente piena di affetto e di memoria. Quale affetto e quale memoria? L’affetto per fare, aver fatto e voler fare tutto il possibile per cambiare il DNA di questo Paese fatalista, mafioso, camorrista, ndranghetista, avvocaticchio, laureato in scienze inutili, l’Italia di Pomigliano, l’Italia di tutti i diritti e nessun dovere, delle “processioni antimafia”, dei preti antimafia, dei mafiosi antimafia, il Paese in cui si arrestano più galantuomini che criminali ma in cui si lasciano a piede libero più criminali che galantuomini.

Il Paese in cui il giornalismo è morto e sepolto ben prima della legge bavaglio anche perché molti magistrati e molti giornalisti, in un rapporto fra pusher e consumatori l’hanno già ammazzato. Un Paese di indagati promossi ministri per sottrarli alla giustizia, un Paese guidato da una jena ridens di cui tutti ridono nel mondo, un Paese in cui l’operosità del NordEst è stata fatta fuori dai cinesi, senza che una politica della ricerca scientifica rilanciasse l’economia della ricerca. Un Paese di tagli demenziali, probabilmente anche quello dei cojones: in Usa la Casa Bianca ha risposto alla crisi aumentando i fondi per la ricerca e i ricercatori; da noi la fisica, la chimica, la tecnica sono trattate come enti inutili, insieme alle compagnie di giro e al giro delle mignotte che invece stanno benissimo e si spostano su torpedoni di lusso che le recapitano nei palazzi con il loro compenso di tartarughe e farfalle. E buste piene di mazzette di banconote.

Si dirà: ma Bossi è con loro, Bossi fa parte del sistema. Non lo so, può darsi. So che Bossi e la Lega hanno scelto la via della rivoluzione federale che non mi convince del tutto, ma che ha un valore aggiunto di onestà che gli altri partiti neanche si sognano. Io ho fatto una lunga e appassionante campagna elettorale con la Lega a Brescia nel 2001 e ho trovato nelle sue file una massa di galantuomini, giovani per lo più, molti medici, molta gente comune e perbene, eccellenti amministratori, persone veramente legate alla loro terra anziché – come orrendamente si dice – al “territorio”, cioè ai piccoli padrinati locali.

Certo, i miei avi Guzzanti vengono dalla provincia di Catania, ma io sono e resto un uomo del Nord protestante (benché non sia credente) perché ammiro il Calvino che trasformò Ginevra da città mafiosa e mignottocratica in una comunità operosa e onesta, facendo un uso anche largo del rogo e della frusta. Certo, la mia origine è vicina a Cromwell, a Washington, a Lafayette, e non a Crispi o ad Andreotti. Conosco il Sud, di là vengono i miei avi: non tutti, vantando anche una bisnonna lombarda e un nonno materno romagnolo, oltre a una ascendenza romana un po’ giudìa e un po’ papalina.

Sentivo fra le mie braccia le spalle ossute di Bossi e gli ho detto quel che pensavo: Umberto, sei un grande, ti voglio bene. Non la penso come te, ma questo Paese ti deve tantissimo. Lui mi ha abbracciato a sua volta e ha ripetuto “Grande Guzzanti…”. E’ stato un incontro scattato sull’affetto, sul riconoscimento reciproco. Mi ha anche detto: “Eh, io ogni tanto faccio dei grandi errori, lo so”: Credo che si riferisse alla polemica sulla Nazionale di calcio, che poche ore dopo finiva come è finita.

Vi racconto questa minuzia perché sono convinto che al di là del suo carattere fortuito ed episodico, significhi qualcosa. Credo che io e Bossi, fatte le debite proporzioni, ci riconosciamo reciprocamente come persone perbene, come galantuomini, come – è il caso di dirlo – patrioti. Io penso che Bossi sia un grande italiano e che il suo secessionismo sia il carburante di una rivoluzione positiva, ammirevole di cui l’Italia ha bisogno.

Io spero che il Sud la smetta di pensare in termini anti-leghisti, la smetta di credere e dire a se stessa che la Lega (e non la propria natura) è la sua nemica; e che capisca che se vuole un futuro deve saper esprimere dal suo seno una nuova probità alla maniera leghista, un calvinismo meridionale alla maniera leghista, un orgoglio di buona e saggia amministrazione locale alla maniera leghista.

Io auguro al Sud italiano di saper trarre dal suo interno le forze per copiare la Lega, per ammirare la Lega, per fare della Lega un modello di riscossa. L’Italia, piaccia o non piaccia, è fatta e da quella non si torna indietro. La fusione fra i due popoli del regno di Napoli e del Lombardo-Veneto è già avvenuta con Rocco e i Suoi Fratelli, con le case di ringhiera, con il Lingotto. Nessuno potrà più separare questi popoli. Ma fra i due popoli, è quello del Sud che deve trovare la forza per promuovere la propria riscossa non contro la Lega ma contro se stesso, i suoi vizi, il suo compiacimento per i ritardi con la storia e con gli appuntamenti. Quando il Sud smetterà di credersi irresistibile e magnifico per i suoi vizi, come certi sciancati che riscuotono l’elemosina ai semafori, e non crederà finalmente nelle proprie virtù (quelle che tira fuori quando lavora lontano dalla sua terra), allora sarà sconfitta la sua sua povertà anche intellettuale, il servilismo furbastro e congenito, la mafiosità popolare e diffusa, l’arrendevolezza, la complicità,  la sua incestuosa relazione con la morte.

Bossi ed io ci siamo liberati del nostro breve abbraccio con una pacca sulle spalle e lui è tornato a sedersi. Io ho salutato le persone che sedevano con lui e me ne sono andato. Camminando con un amico siciliano cui voglio molto bene, in silenzio, riflettevo sulla mia natura ibrida e meticcia, sulla mia vorace impurità, sulla mia fortuna ad aver incontrato tante occasioni nella vita che mi hanno permesso di capire molto, non tutto, ma moltissimo. E questa è del resto anche la mia dannazione, di cui sono grato alla sorte.

Appello a tutti i liberali a simpatizzanti liberali: sto gestendo il sito del “www.partitoliberale.it” come faccio sul nostro blog. Ho assoluto bisogno di tutti voi: ecco perché.

17 giugno 2010

Lo so, non tutti sono liberali e non pretendo certo che lo siano. Ma molti di voi lo sono, alcuni si sono anche iscritti (a proposito: è ora di rinnovare la tessera) al PLI e io faccio un appello comunque a tutti per portare una ventata d’aria fresca, di dibattito, di discussione all’interno del sito del PLI che io cerco di rilanciare col vostro aiuto. Lì non si possono usare nicknames: nome e cognome sono obbligatori come la cravatta scura alle prime teatrali, noblesse oblige.

Vi pregherei di stare ai temi del sito, o di introdurne di nuovi con articoli che io pubblicherò là. Vorrei che quel luogo arido e negletto prendesse vita, grazie alla vostra personalità e generosità. Non è un obbligo, non è neanche un favore che chiedo: è un appello a chi ne ha voglia. E comunque ringrazio tutti della pazienza che devono mettere alla prova avendo un ospite come me che ha in testa troppi cappelli: parlamentare, giornalista, vicesegretario… e che palle!

Grazie.

Articolo di Augusta Lucilla: il fatto è che nessuno, o pochissimi, ha capito che cos’è l’Islam, la sua incolmabile alterità, le sue conseguenze orrende. Seguitiamo a trattarli come se avessero le nostre categorie morali e politiche e insultiamo Israele perché non sa fare “l’interlocutore”. Non esiste “interlocutore” per l’Islam, che è una mentalità e non una religione, fatta di totalitarismo assoluto, senza tempo e senza luogo, prima e indipendentemente dalla storia e dalla morale. Raccomando la lettura completa di questa raffinata e drammatica riflessione.

8 giugno 2010

Una cosa che mi fa molto pensare è come sia possibile che una gran quantità di occidentali sia così, come dice Paolo, pesce in barile, oppure così apertamente schierata contro Israele. Certamente l’ignoranza gioca la sua parte, e tuttavia non si capisce perché l’ignoranza debba comunque far propendere per una parte piuttosto che per l’altra, e soprattutto perché non ci sia il desiderio di documentarsi, e continuino perciò a fioccare affermazioni mitologiche (che altri qui nel blog non si stancano di sottolineare, srotolandole, dispiegandole per mostrarne la totale inconsistenza oggettiva). Allora certamente può trattarsi di nazisti rossi che, come dicono gli amici della Flottiglia, sono eccitati dal terrore islamico. Però vedo coinvolti in questo fare i pesci in barile o simpatizzare per i palestinesi anche persone, come alcuni qui nel blog, che nemmeno sanno cosa sia l’eccitamento per il terrore islamico, persone intelligenti (a parte qualche caso di QI un po’ so so), diciamo per bene. Allora ci deve essere una spiegazione alternativa, e la chiave di lettura ce la fornisce Paolo quando dice che il “due popoli due Stati” è una fregnaccia europea, e che Israele e gli americani sono dei coglioni per essere stati tanto generosi coi palestinesi. Mi sembra quindi che ci sia un problema di categorie che gli occidentali (quelli per bene diciamo) adottano nel giudicare l’Islam. Ci sono delle volte che uno riceve una batosta dal proprio interlocutore (questioni anche del tutto personali) perché non è riuscito a prevederne le possibili mosse, e non è riuscito a prevederne le mosse perché gli mancano le categorie dell’interlocutore, le ignora completamente. Mi pare cioè che ci sia questo malinteso di fondo, e cioè che tutti, occidentali e islamici, stiamo adottando le stesse categorie di giudizio della realtà. D’altra parte queste categorie sono per noi occidentali talmente basilari da essere date completamente per scontate: essere d’accordo, confrontarsi, pensare che l’altro sia un interlocutore, assegnarli questo status paritario, legittimarlo nel dialogo ecc. I discorsi delle persone per bene del forum sono infarciti di questo sottinteso: che Israele sia considerato un interlocutore dall’Islam, e che l’islam possa essere soggetto attivo di confronto. Ecco, io ho capito che questa cosa ce la dobbiamo togliere dalla testa. Le persone per bene debbono iniziare a fare i conti con l’esplorazione di qualcosa, la mentalità islamica diciamo, che è fondamentalmente “altro”. Questo “altro” è, per le nostre categorie per bene, orrendo, tanto che chi non ha problemi a riconoscerlo, come Sigal, ammette che non sarebbe male se si aprisse una voragine e li ingoiasse tutti, o non sarebbe male farne tonnellate di hamburger, come disse un mio amico ebreo (di sinistra by the way). Nominare, arrivare a concepire questo orrendo “altro” ci fa perdere la speranza (in un mondo giusto, migliore ecc. ecc. ecc.). Diciamo che siamo vittime di una sindrome di Stoccolma su scala occidentale: per lasciare intatte le nostre speranze prendiamo le parti del persecutore, gli attribuiamo ragioni, gli attribuiamo i nostri modi di vedere le cose, lo legittimiamo, lo giustifichiamo, e diamo la colpa a noi stessi per non aver saputo fare di più (vigliaccamente la diamo, quando se ne offre l’occasione, a Israele, il nostro simile) in quanto l’illusione è che se la colpa è di chi la ragione la possiede si può sempre rimediare, e per questo siamo noi che dobbiamo fare l’ennesimo primo passo (come coattivamente Israele ha peraltro sempre fatto). In realtà dall’altra parte questi sforzi democraticamente definiti dalle nostre categorie non trovano l’interlocutore che le nostre categorie si aspettano. Penso perciò che sia il caso, per chi ne ha le palle, al fine di trovare una soluzione più praticabile, di cominciare a fare i conti con la verità dal lato brutto, a cui non si rimedia.

Ecco perché, di default, sto con Israele. Non si può stare come pesci di default in barile. Risposta a RiccardoP

5 giugno 2010

SCRIVE RiccardoP

Vuole che un medico faccia il giornalista?

La follia di tirare sassi a un reparto armato è una cosa folle ed orribile quando questi di contro usano, gli imi uzi, sicuramente giustificati come dirà lei, magari perchè feriti e in risposta difensiva, ma sempre di sassi contro mitra si parla.
L’eccesso di “difesa” di moltissimi coloni con i fucili a pompa con l’uso di pallini aperti, spesso non mortali ma dalle ferite larghe e inconfondibili per me sono orribili, la follia di sparasi tra di loro in guerre di frammentazione è orribile, Hamas che spara ai suoi, israele che spara agli altri che poi sono gli stessi è orribile, vede Guzzanti è proprio orribile la situazione, e non mi sono mai messo a registrare personalmente, cioè per mio ricordo personale, nome cognome data ed ora,come non alloggiavo in alberghi 5 stelle, se invece Lei, nonostante sia di casa da quelle parti, non ha mai visto nulla di orribile, il difetto evidentemente non è mio, o quantomeno il suo orribile non coincide con il mio e pensare che abbiamo già fatto questa discussione circa un anno fa capendoci.
Io mi occupo di bassa macelleria, e le ripeto senza parteggiare per nessuno mai,questo mai fa parte della mia mission, pertanto quando dovevo lavorare, significava che l’orribile era già compiuto.
E’ comunque singolare che Lei mi chieda proprio questo e niente altro su quanto ho scritto, poichè questa in fondo è la cosa più banale, ci sono dei popoli in “guerra”, ed in guerra non si tirano uova marcie, ma si spara, questo è orribile di default, soprattutto per un laico come me, che sa che di vita c’è questa e poi nulla, che modo orribile di usarla concorda o no?

Riccardo.

RISPONDO

GUZZ – A LEI PIACE DIRE “di default”. Prima ha scritto che gli ebrei vogliono stare lì di default. Il fatto è che gli ebrei stanno lì da 5000 anni default e non se ne sono mai andati, malgrado la grande diaspora. La Gerusalemme delle crociate era piena di ebrei che difendevano le sacre mura contro i cristiani INSIEME ai musulmani.
Quando Mark Twain e Edmondo De Amicis, che neanche si conoscevano, visitarono la “terrasanta” nell’Ottocento la descrissero entrambi come una landa desolata e desertica, con pochi pastori di capre, alcuni sceicchi che venivano di tanto in tanto e alcuni funzionari turchi dell’amministrazione in genere residenti a Damasco.
Di default non esisteva alcun “popolo” palestinese, non una lingua palestinese, non una tradizione, cucina, letteratura, dialetto, musica, architettura, poesia, narrativa palestinese perché i palestinesi non sono mai esistiti, come “popolo” se non da quando il laborioso foyer ebraico cominciò a de-desertificare il default desertico della pretesa Palestina, ovvero di Giudea e Samaria che furono marchiate a fuoco come “Palestina” da Adriano, allo scopo di negare per sempre il default ebraico e soltanto ebraico di queste terre.
Lei dice che di default due “popoli” si sparano, mica si tirano uova marce.
Ebbene io non ho visto MAI il popolo ebraico (tranne UN caso che finì con un ergastolo e un enorme clamore sui giornali) sparare sul popolo palestinese, che non era di default ma che finsero di essere di default attraverso l’opera propagandistica dell’egiziano Yassir Arafat e degli altri egiziani “palestinesi” inventati a Mosca (Abu Mazen compreso): così si formò il falso default, come melting pot egiziano giordano (la Giordania, di default, E’ uno Stato Palestinese), siriano iracheno libanese.
Questo inesistente “popolo” diverso per default da quello ebraico che sta lì da 5000 anni, vive di Israele, consuma l’energia elettrica di Israele, lavora in Israele, partorisce negli ospedali israeliani, prende la pensione israeliana, l’assicurazione sociale israeliana, i mutui israeliani, mangia frutta israeliana che gli israeliani di default fanno sgorgare dal deserto.
Non esiste e non è mai esistita una economia palestinese, benché l’inesistente – di default – popolo palestinese sia straricco e stramiliardario per gli aiuti e finanziamenti dell’Onu e dei Paesi arabi, il cui denaro finisce tutto in armamenti e – di default – non si trasforma in condizioni di vita accettabili per i palestinesi.
Io penso che non si possa – di default – non parteggiare per nessuno, stare in mezzo come pesci di default in barile.
Io penso che chi si chiude nel finto default, pecchi di presunzione e di ambiguità morale. Se uno ha la morale di default – distingue cioè il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto – non può cavarsela dicendo che di default “due popoli in guerra non si tirano le uova marce”, come dire che di default tutti i gatti sono bigi, tutte le mucche sono uguali di notte e in fondo tutto è equivalente e indistinguibile purché non si esageri, perché quando si esagera le brave persone tranquille di default si agitano e agitarsi non è un buon default.
No, i coloni ebrei NON sparano ai palestinesi i quali invece sparano ai coloni ebrei, e li sgozzano, e fanno saltare i pullmini scolastici e scannano le loro donne che tornano dal mercato con la spesa.
Questo di default.
Il default contrario non si è mai visto e per questo le ho chiesto non di fare “il giornalista” ma di dare testimonianza specifica, circostanziata – data luogo persone fatto – di quel che dice di aver visto.
Questo per il mio default che forse è diverso da suo.

RICCARDOP REPLICA:

Mai scritto che gli ebrei vogliono stare lì di default, me lo trovi, Lei si confonde e non poco.
L’unica cosa veramente di default che leggo nella sua risposta è l’assoluta convizione dell’aver ragione,
Il problema è suo non mio, non ho finti default e Lei lo sa benissimo, poichè ci leggiamo da anni, mi spiace che non abbia capito il senso di quanto ho scritto, mi spiace che non rieco a dividere, come è usanza fare, i popoli tra uomini con le ali ed altri con zoccoli e forconi, mi spiace che non mi interessi nemmeno discutere sulle prove che Lei vorrebbe che io esigessi, poichè, questo ipso fatto, metterebbe in discussione la mia onestà e la mia esperienza, se permette questo non lo permetto neanche a Lei, mi attacchi dicendo che non ho visto bene o che sono stato imbrogliato, ma distrugga anche quel qualche migliaio di fatti e prove riportate ed accertate, ben fuori dal mio personale, che dimostrano la vericità di quanto ho scritto, ma per lei sono solo sciocchezze, del resto anche mia moglie è convita che le mie figlie siano ancora illibate, lo sosterrà anche sotto tortura, è un suo credo, ma non è così.
Il mio non è un default, è solo la consapevolezza che quando si parteggia con così grande passione si partecipa e si diventa parte in causa, pertanto si arriva a giustificare anche l’ingiustificabile e a non vedere il palese.
Se questo la disturba mi cacci, oppure mi inviti a leggere soltanto, ne ha diritto e io da ospite mi adeguerò come ho sempre fatto, poichè di default ho una buona educazione questa si, ma non parta dalla posizione io sono Guzzanti e lei nessuno perchè si sminuirebbe e non di poco.
Non ho mai inneggiato nè ad hammas nè al terrorismo arabo, mi riporti un passo che lo dimostri, e questo non ha fatto di me un ibrido che non sceglie, ma solo uno che da osservatore, quando può osservare direttamente, cerca di capire prima di parlare. Mi sono rotto i coglioni di essere o contro o a favore sempre nettamente, si riverbera tutti i giorni anche nella nostra società civile e lo trovo sterile, se questo è il futuro, questo non potrà che essere altro che un futuro bloccato, dove nessuno potrà mai fare da ponte tra le parti, un mondo senza speranze e senza perdoni.

Con grandissimo affetto,

Riccardo.

GUZZ – RICAMBIO IL GRANDISSIMO AFFETTO, aggiungo e ribadisco stima, anche se non c’è bisogno. In un duello di idee e di posizioni si fa teatro della propria battaglia e, certo, io sono sempre fermamente convinto di quel che dico e – si tenga forte – ritengo il dubbio non una virtù ma un brutto vizio.
L’uomo forte ha certezze e sa che quelle certezze sono frutto di fatica, conquista intellettuale, studio: ciò lo rende superiore, con le ali e non con gli zoccoli. E’ vero. Non siamo tutti uguali, perchè chi sa è diverso da chi non sa, o suppone, o crede di aver capito.
Ciò detto, un altro paio di maniche è riconoscere non il dubbio, ma l’errore.
Quando uno si rende conto di avere sbagliato, lo ammette con festa grande: mi sono sbagliato, ho ritenuta vera una cazzata.
In questo senso io sono di destra, non di sinistra.
Chi è di sinistra coccola il proprio dubbio, la propria incertezza e in definitiva – secondo me – la tendenza all’ipocrisia che tutti abbiamo.
Il vero rasoio di Occam è la conoscenza studiata e approfondita, professionale e non dilettantesca.
Non lo prenda per arroganza, ma so bene di essere arrogante.
Non si può fare diversamente quando si separa la conoscenza dalla cattiva o insufficiente informazione.
Non drammatizzi la mia passione per il duello.
Il duello è anche estetico.