Ho lasciato gli ex responsabili e cercherò di mettere insieme i liberali disponibili per sostenere il governo senza paraocchi, senza piaggerie, ma in modo veramente responsabile. Vi darò notizia non appena avrò messo insieme i primi tre deputati con cui formare una componente e avere diritto di voce in Parlamento (ma in Parlamento si può parlare davvero?) dove finora sono stato tenuto accuratamente imbavagliato

16 maggio 2012

CAMERA: GUZZANTI LASCIA POPOLO E TERRITORIO, TORNA NEL MISTO =

(AGI) – Roma, 16 mag. – Paolo Guzzanti annuncia di essersi

dimesso oggi dal gruppo Popolo e Territorio. Il deputato

comunica anche di essere tornato nel Misto e di “voler dare

vita a una componente di iniziativa liberale”. (AGI)

Red/Bal

161613 MAG 12

Sto scrivendo una curiosa autobiografia istigato dal mio editore e amico Francesco Aliberti, dunque vi chiedo di fare a meno di me per un po’ (ci sarò comunque ogni giorno, non fraintendetemi) e di trasformare pian piano questo blog già diverso in un blog ancora più diverso. Vi suggerisco una scandagliata e una abbeverata del Mondo di Mario Pannunzio. Non che voglia e sia possibile fare qui un giornale di quel genere, ma non si dovrebbe mai dimenticare l’esempio di quel giornale e ispirarsi agli stessi principi, alla stessa sobrietà, allo stesso silenzioso e laico patriottismo.

13 maggio 2012

Cari amici, sto scrivendo un libro. Il mio editore Aliberti mi ha invitato a pranzo e mi ha detto: devi raccontare la tua vita.Ho risposto che non sono in punto di morte e neanche così importante da raccontare la mia vita. Ha risposto che ne aveva abbastanza di sentirmi raccontare storie a suo parere formidabili affidate alla sola tradizione orale, all’aneddoto, all’imitazione, alla piccola storia della cronaca. Insomma, ha insistito e io mi sono messo al lavoro. Sono, più o meno alla metà dell’opera. Dopo aver raccontato guerra e infanzia, adolescenza cupa ed esordi nelle tipografie romane, sono arrivato al periodo di Repubblica e anzi al momento in cui, fine luglio 1990, mi licenziai bussando alla porta di Scalfari. Da quell’episodio finale, come un lungo flash back voglio raccontare quei quindici anni a piazza Indipendenza e questo è affar mio. Chi di voi poi leggerà, se vorrà potrà dirmi cghe cosa ne pensa, ma adesso mi preme dire qualcos’altro.
Voi tutti siete bravissimi e io vi conosco, si può dire, ad uno ad uno. Il nostro blog inoltre ha una qualità e una sobrietà che a me sembra, per vostro merito e quale che sia la vostra posizione politica, superiore a quella delle decine, centinaia di altri blog. Come ha notato Aldoj io ho cercato di far valere delle regole di buona creanza e di rispetto reciproco, e in questo siete stati generalmente d’accordo con me.
Ma oggi, sempre per seguire il mio libro, la storia di una vita con cui raccontare la vita degli altri e il secolo lunghissimo (altro che breve!) mi sono messo a rievocare il Mondo di Mario Pannunzio, che cambiò il panorama italiano sia del giornalismo che della politica, una posizione minoritaria e di altissima qualità.
Certo, non vi proporrò di trasformare iun modesto blog nel nuovo Mondo di Guzzanti, anche perché non ne sarei all’altezza. Ma vi invito a spendere qualche minuto su questo link
http://www.criticasociale.net/index.php?&function=editoriale_page&id=0000274
in cui c’è un bel saggio sul Mondo.
Vi vorrei pregare di fare insieme, io per primo, un salto di qualità. Smetterla con tutte le picche e ripicche e portare ragionamenti, idee, temi e polemiche di profilo alto. Fra l’altro vi chiedo di smettere di ammollarci i link con le articolasse che poi uno dovrebbe leggere, esattamente come ho appena fatto io, contraddicendomi. Se un articolo vi è piaciuto, dite perché. Citate il brano, sintetizzate il punto e smettetela col copia e incolla.
Ma io sono convinto che stiamo vivendo una crisi epocale, millenarista come la crisi dei prezzi nel seicento quando il mercato del mondo nuovo americano fece saltare il centro mediterraneo. Oggi tutto cambia, tutto è terribile e diverso e noi dobbiamo capire, discutere, cercare e trovare soluzioni o discutere almeno i punti importanti.
Io ho molto da lavorare e i miei interventi sono e resteranno ancora sporadici, ma mi affido a voi: vi chiedo di inaugurare uno stile ancora più netto e diverso dalla paccottiglia on line e vi chiedo di fare qualche sforzo in più. Monti e il suo governo sono ottimi e doverosi temi, ma cerchiamo di essere un po’ meno banali. Non tutto quel che appare è come sembra, anzi mai.
Vi chiedo scaltrezza, disincanto, letture acute e sintesi di pensiero.
Non sarà facile, non sarà immediato, ma vi chiedo di provarci. E per trovare un po’ d’ispirazione andate come ho appena fatto io ancora una volta a pascolare nell’atmosfera del Mondo di Mario Pannunzio e della sua generazione di patrioti laici, di gente colta e limpida.
Un caro saluto a tutti.
Paolo Guzzanti

Quel che penso della Lega, che è poi quel che ho sempre pensato

7 aprile 2012

Vedo che qualcuno mi attacca per quel che scrissi su un incontro occasionale per strada fra me e Umberto Bossi. Ho letto molti insulti e parecchie sciocchezze e me ne rammarico per chi le ha scritte, ma sintetizzo la mia posizione permanente sulla Lega. Questo partito ha incarnato quel che già c’era nelle regioni del Nord: quella insofferenza, quella protesta, quel desiderio di Nord e non di Sud, di liberalismo senza burocrazia, di orgoglio valligiano. La Lega Nord è stata ed è un movimento venato di alcuni veri principi liberali e federalisti, ma pervaso da alcune cialtronerie come sempre accade.
Sulla secessione ho sempre scritto, qui sul blog e altrove, che ero e sono pronto a sparare e farmi ammazzare se qualcuno attenta all’unità d’Italia, non importa che cosa sia accaduto 150 anni fa. Prendo il fucile e sparo. Quanto al resto, che non sia secessione, vedo nella Lega un movimento di innovazioni rivoluzionarie ispirate al calvinismo e alle democrazie anglosassoni.
Poi gli scandali, il Trota, Belsito, le donne… tutto questo non mi attira, non mi diverte, non dimostra nulla. E’ un peccato, al massimo dimostra la permanenza del fattore umano anche nei grandi e piccoli ideali. Dunque considero Bossi un grande innovatore che ha dato molto all’Italia che lui non ama mentre io invece sì.

Vogliamo davvero suicidare la democrazia e non pensarci più? Basta unirsi tutti nel nuovo consociativismo emergenziale. Fatto quest’ultimo passo, ho una proposta: chiudiamo il Parlamento e insediamo a Palazzo Chigi un consiglio d’amministrazione sobrio ed elegante. Poi, partiti e deputati a casa: tutti saranno contenti e lo spread scenderà come una lieve brezza per annunciare la fine delle brutte liti politiche, anzi la fine della politica, anzi della democrazia. Questa non è opera di Monti, non possiamo prendercela con lui. Ma dei partiti.

17 marzo 2012

Qual è il è il bello della democrazia, dividere o unirsi?
La maggior parte degli italiani è stata indotta a rispondere unirsi. Ma è sbagliato. Il carburante della democrazia è invece proprio la divisione: programmi, stili e leader contrapposti per stimolare l’offerta di diversi modelli di governo.
Se l’offerta permette delle scelte, il cittadino può esercitare la sua libertà. Ma se il mercato offre un unico prodotto, la scelta è nulla e la libertà inutile.
Perché parlare dei fondamenti della democrazia?
Perché se già tirava un’aria eccezionale a causa di un governo efficace ma figlio di uno stato di necessità, ora sembra di assistere all’inizio di una nuova fase in cui si gettano le basi del dopo. E quel che sembra emergere, sotto forma di atteggiamento virtuoso, è l’intenzione di arrivare a eliminare, o almeno limare, tutte le differenze fra i partiti avendo come obiettivo finale una politica non soltanto pacificata, ma omogeneizzata. Il più attivo in questa direzione ci sembra il leader dell’Udc Casini che, nell’anniversario del rapimento di Aldo Moro e del massacro della sua scorta, privilegia dell’antico leader l’invocazione per la «solidarietà nazionale» che 35 anni fa fu scelta per combattere le Brigate rosse, le stesse che poi rapirono e uccisero Aldo Moro.
La «solidarietà nazionale» era infatti una creatura tipica della prima repubblica generata dalla situazione internazionale: i partiti democratici governavano lasciando fuori il Partito comunista sia perché quel partito non vinse mai le elezioni, sia perché i Paesi della Nato avevano posto il veto.
E a causa di quel veto il Pci invocava ogni volta che poteva lo stato di emergenza nazionale per spingere affinché si formassero governi di «solidarietà» che gli permettevano di avvicinarsi all’area di governo aggirando il veto americano e alleato. Questa situazione mise l’Italia in una posizione di frizione molto grave che spinse Aldo Moro a farsi garante davanti agli alleati occidentali del cammino che avrebbe portato il Pci verso le democrazie occidentali, dopo aver finalmente rotto con Mosca, cosa che non avvenne mai finché l’Urss non collassò da sola. La sua uccisione però mise fine all’esperimento, che morì con la morte dello statista democristiano. Fare appello oggi alla memoria di Moro per usarla come sponsor di un’operazione di trasformismo, ci sembra una forzatura un bel po’ opportunistica,
Eppure vediamo rifiorire lo spirito emergenziale dei vecchi tempi, stavolta per consentire non a un solo partito, ma a tutti i maggiori partiti oggi in Parlamento, di formare un blocco, come una zattera di sopravvivenza sotto forma di imbarazzante alleanza: la foto che vede insieme tutti i leader da Alfano a Casini e Bersani, sembrerebbe indicare il desiderio di una coalizione sfrondata di ogni spigolo e spina. Il messaggio che dovrebbe suggerire questa operazione sarebbe: tutti uniti per il bene del Paese. Molto generoso, ma purtroppo letale per la rianimazione della democrazia in coma chimico.
Anche le celebrazioni per gli anniversari di Capaci e via D’Amelio sono diventate paramenti per la messa emergenziale benché nessuno sappia o voglia rispondere all’unica domanda che conta per quelle stragi: perché? Perché Falcone, che era ormai un dirigente ministeriale romano, fu assassinato in quel modo così spettacolare, più da corpi speciali, che da mammasantissima? E perché Borsellino morì quando disse di aver capito il motivo per cui Falcone era stato ucciso? Io so soltanto una cosa: Falcone stava dando un eccezionale aiuto – promosso da Cossiga – alla Procura di Mosca dopo che l’ambasciatore russo, Adamiscin, era andato al Quirinale a protestare perché il tesoro ex sovietico del Pcus e del Kgb era stato portato in Italia per essere riciclato. Quello fu l’ultimo lavoro pericoloso di Falcone. Ma quando morì fu subito lanciata un’assordante campagna di santificazione che sigillò ogni spazio per le inchieste meno banali, annichilendo qualsiasi ricerca del movente, che infatti ancora oggi nessuno sa indicare. Le due stragi divennero però strumenti per rilanciare l’emergenza, e oggi per suggerire l’opportunità di una politica senza politica, senza articolazioni, senza differenze. Ora comprendiamo bene perché il governo Monti sia stato e sia necessario e abbia richiesto per nascere una procedura, questa sì, eccezionale.
Ma l’autoriduzione della politica in poltiglia ci sembrerebbe a questo punto la ratifica di un suicidio. Non tanto quello dei partiti, ma della democrazia stessa.

Il bipolarismo sta vincendo, Monti è un elegantissimo e stimatissimo realista, cioè un uomo di destra che segue la linea di Berlusconi. La sinistra comincia a capire che sta sostenendo un governo destinato ad essere detestato dalle masse, ma il Pd è costretto a trattare con il Pdl per mantenere in vita il porcellum con cui restare egemone anche a costo di ridurre al lumicino il centro di Casini, Fini, Rutelli. Entro un anno cambia tutto e per sempre.

7 febbraio 2012

Mio articolo sul Giornale del 7 febbraio

Tutto è cambiato e, diversamente dal noto slogan del Gattopardo, tutto cambia affinché nulla sia più come prima, salvo la legge elettorale che resta il deprecato porcellum ancora in vigore e che la Corte costituzionale ha riconfermato e rilegittimato.

E a questo proposito vale la pena chiarire il motivo per cui la Corte ha bocciato il referendum: un referendum può soltanto abrogare una legge, ma non fare una nuova legge. E se un referendum avesse abrogato l’attuale porcellum, l’Italia sarebbe rimasta senza una legge elettorale perché quella precedente, il Mattarellum, non può essere resuscitata per magia. Dunque il bipartitismo è ancora vivo, mentre il Terzo polo è in un vicolo cieco e tutte le forze minori e minime sono già in posizione di fuori gioco. Restano al tavolo soltanto i due partiti maggiori: Pdl e Pd. Entrambi i partiti maggiori già praticano o annunciano di volere le primarie, per saziare la voglia di scelta degli elettori, senza concedere le preferenze, madri di tutte le corruzioni e compravendite.

Il partito di Bersani teoricamente dovrebbe stracciarsi le vesti e dire che vuole comunque una nuova legge elettorale per favorire i potenziali alleati Casini e Fini, ma sull’altro piatto della bilancia vede l’appetitosa prospettiva di una posizione di comando con cui riempire il Parlamento di deputati e senatori delle sue liste, senza dovere nulla a nessuno. Ed è quanto accade nel Pdl di cui appare soltanto il tranquillizzante Angelino Alfano, mentre Silvio Berlusconi fa il padre nobile dietro le quinte, concedendo interviste di alto profilo agli arcinemici come il Financial Times mentre guadagna tempo prezioso per far raffreddare e dimenticare la rovente animosità accumulata sulla sua persona. Dunque, anche se non si può parlare di inciucio fra i due maggiori partiti, si deve tuttavia parlare di logica. E la logica in politica è più fredda e più deterministica di quella che governa giochi complessi come gli scacchi o il bridge. Dunque la logica spinge verso l’accordo, anche se l’aspetto esterno, estetico, mediatico e teatrale fa venire a molti, di destra e di sinistra, la pelle d’oca o il prurito: chi glielo dice, adesso, agli elettori che stiamo trattando con il Pdl mettendo le corna al Terzo polo?

Naturalmente in questo panorama va calcolata l’incognita maggiore e cioè Mario Monti e il suo governo di destra morbido nelle parole ma affilato come un rasoio nei fatti. Si capisce ora perfettamente quel che era già chiaro fin dall’inizio: la sinistra italiana si è fatta ubriacare dal rabbioso piacere di liberarsi di Berlusconi inscenando orrende manifestazioni di strada e, così ubriaca, non ha calcolato il fatto che Monti è andato a fare the dirty job: lo sporco lavoro che il governo precedente non aveva la forza di fare per i veti incrociati, le divisioni interne, le incertezze e le risse. Inoltre il Cavaliere non poteva smentire se stesso caricando la gobba del contribuente noto di nuove tasse, mentre quello ignoto al fisco danza e balla infischiandosene. Monti poteva e doveva, e l’ha fatto.

A questa carenza, quella dell’evasione fiscale dei soliti ignoti, il governo Monti ha dato risposte mediaticamente sazianti con i blitz di Cortina, Milano, Roma, che soddisfano i palati di chi vuole vedere almeno le prove di scena della caccia all’evasore anche se finora nessuno ha ancora detto chiaramente che cosa il governo in carica intende fare dell’economia sommersa e malavitosa che non solo non paga le tasse ma produce una fetta gigantesca di reddito senza la quale un terzo dell’Italia creperebbe. In questo momento le apparenze sono fondamentali: Monti è un jolly outsider perfetto perché «appare» come il perfetto anti-Berlusconi quanto a look, atteggiamento: la famosa sobrietà, l’accoglienza fantastica che riceve meritatamente all’estero, le mitiche giornate di Londra, di Bruxelles, di Berlino. Ma nei fatti molti ormai sospettano che sia il super Berlusconi, e questo spiazza la sinistra perché la sua luna di miele con il primo ministro prima o poi finirà e potrebbe finire molto male per la forza dei fatti e dei sondaggi.

Non c’è voluto molto perché la sinistra misurasse il guaio in cui s’è cacciata: per soddisfare le plebi antiberlusconiane più fondamentaliste ha accettato, esaltato, promosso e tenuto in piedi l’uomo che di fatto sviluppa e accentua la politica che Berlusconi non ha avuto la forza di fare. Quando mai il Cavaliere si sarebbe potuto permettere di pronunciare, semplicemente pronunciare, le parole «articolo diciotto»? Monti invece lo fa, e poi lo rifà, e lo ripete ancora sul sito di Repubblica e accentua e ribadisce col sorriso sulle labbra e le battute in inglese e all’inglese, che la messa è finita, che il posto fisso è finito, che le imprese per venire a investire in Italia hanno bisogno di libertà di assumere e di licenziare e che la giustizia funzioni assicurando tempi civili ed europei e non giurassici e metafisici.

Ma che farà Monti? Davvero come Cincinnato tornerà a zappare l’orto universitario? Forse è nei suoi desideri, ma non è nella logica. E poi, perché dovrebbe se la sua missione non è finita, se può ancora dare al Paese ciò di cui ha bisogno? Dunque le previsioni si complicano: la quadra da trovare prevede, come abbiamo detto, una scelta del Partito democratico fra un accordo con il Pdl sulla legge elettorale e la difesa del bipolarismo contro il terzopolismo di Fini e Casini.

Quale possa essere questa quadra è per ora impossibile dire, ma le opzioni ci sono: c’è da riempire la casella del Quirinale, la casella di Palazzo Chigi e nessuno può ancora dire oggi quale Parlamento uscirà dalle elezioni di qui a un anno. Ma ci sembra ovvio che Berlusconi rivendichi di essere la condizione vivente per l’esistenza del governo Monti («Mi sono ritirato io e anche con una certa eleganza mentre avevo ancora la maggioranza nelle due Camere», ripete) e che lo sostenga con convinzione. Il tempo lavora per il logoramento della sinistra e l’avanzata di concetti liberali, l’avanzata di simboli e parole che avevano perso forza negli ultimi anni e che minacciano di diventare politica, mettendo a frutto l’opportunità di una crisi che non ammette tentennamenti.

Dunque, secondo il vecchio detto di Mao Zedong, c’è molto disordine sotto il cielo e questa è una cosa buona. Ormai si può solo andare avanti, come è evidente, e non si torna indietro. La partita è aperta e le varianti sono numerose. Verificarle è il nuovo compito della politica, dopo la lunga stagnazione.

Sono esausto e chi me lo fa fare. Come el Quichote, caracollo da solo (e come un imbecille) contro il mulino a vento del comune sentire, inalberando i principi dell’orgoglio parlamentare che per sua identità e definizione resiste e si oppone fin dai tempi di Cromwell alle invasioni di giudici e del re (la cosa pubblica) sul sacro territorio della rappresentanza sovrana del popolo sovrano. Ma di che parlo? Parole al vento, chiacchiere in libertà – e solitarie – di un vecchio patriota della democrazia quale sono. Mi rispondete quasi tutti con le supposte, magari vere ma non provate da un processo, malefatte di Cosentino. Tutti scambiano “i privilegi” del parlamentarismo, che esistono per tutelare i diritti sovrani del sovrano elettore, per una difesa di privilegi. Che noiosissima rottura di coglioni. Ma sapete che c’è di bello? La democrazia è in fondo un lusso, anzi un vizio; meglio un consiglio d’amministrazione della Bocconi. Diciamolo una buona volta: il Parlamento stesso è un turpe vizio che un tale probo Paese non si può più permettere, e inoltre è una sentina di ladri e di privilegiati che tartassano la povera nazione che, di suo, è innocente, trasparente e laboriosa. Ma se è così, di che cosa stiamo ancora discutendo? E’ gennaio, ci sono zero gradi, orsù, siamo conseguenti: tutti al mare a farci il bagno! Ecco a voi il breve scambio con l’amico Jovenal, un uomo che stimo molto. Ma… tu quoque Juvenali? Alzo la toga e attendo le ventitré coltellate d’ordinanza.

13 gennaio 2012

JOVENAL SCRIVE No, dovete cambiare questa prassi di difendere il parlamentare dalla legge comune; poi, ma soltanto dopo, dovete cambiare la legge e l’ordinamento giuridico, ad esempio introducendo la responsabilità [civile=sanzione] del giudice per l’errore commesso. Se po’ ffà.
Finché nei partiti non verrà esposto questo criterio consequenziale delle 2 cose e non lo adoperate, potete scordarvi il rispetto del cittadino, e siete correttamente definiti una casta, statica, che non si riforma, che pur volendo si chiederebbe come, per mano di chi, dunque una casta.
Tu pensa se io potrei mai decidermi a dare un contributo al paese facendo il parlamentare se quel posto è così paralizzato.

GUZZ – GIRA LA TUA mail agli altri parlamenti, a cominciare da quello europeo, per proporre di abrogare le difese dei rappresentanti.
Mi spiace che un uomo della tua speciale intelligenza non colga il punto.
Ma, sai che ti dico? in fondo sono cazzi vostri. Dei cittadini, intendo. Questo è il comune sentire? Siete tutti in coda sul comune sentire? Non percepite l’odore della questione di principio? E allora che parliamo a fare se la democrazia è soprattutto una questione di principi e una gerarchia di principi?
Stiamo perdendo tempo, no? Suvvia, andiamo al mare e facciamoci il meritato bagno a zero gradi.

Chi usa la parola “comunismo” e – peggio – l’aggettivo “comunista” è volgare, è cheap, è berlusconiano. Ecco dunque che se muore il patriota boemo Havel che è stato un anticomunista disarmato e combattente, Napolitano lo imbalsama come “grande europeo” e se muore il boia nordoreano, e comunista, diventa un semplice “dittatore”, al massimo “stalinista”. Novità storica: i comunisti e gli ex comunisti se li chiami con questo aggettivo, si offendono. E tutto il mondo grigio, sobrio, perbenista, asfalta le parole e copre la fossa comune della verità storica, anch’essa archiviata come volgare, inopportuna, provocatoria, roba insomma da mascalzoni. Quali siamo.

23 dicembre 2011

Non ci volevo credere, ma su Internet è facile verificare. E dunque a meno che io non sia diventato cieco e sordo, è vero: sia nel caso della morte del dittatore comunista nordcoreano Kim Jong-il, sia nel caso della morte del campione dell’anticomunismo europeo dell’Est Václav Havel (per due volte presidente della Repubblica) il Tg3 ha mai pronunciato o fatto pronunciare le parole, peraltro foneticamente semplici e note, di «comunista» e «comunismo».
Si dovrebbe commentare con aggettivi enfatici: incredibile! pazzesco! indecente!
Ma l’ironia col punto esclamativo non è più in voga da quando un manto asfaltato di sobrietà ha sepolto ogni movimento scomposto, ogni capello fuori posto, ogni sillaba enfatica.
Ed è meglio così: perché la cosa purtroppo non può destare alcuna meraviglia.
Una scuola di pensiero, proprio quella che Havel temeva e prevedeva, ha preso i comandi dell’etica e dell’estetica e ha decretato che parlare di «comunismo» è da pezzenti: si può parlare di dittatura, al limite di stalinismo (Stalin, chi era costui? Un caso patologico nato come fenomeno imprevedibile in un mondo normale o un professionista del genocidio pianificato insieme ai piani settennali del partito comunista sovietico?) ma mai di comunismo. Questa parola, peraltro decente e frequente in ogni dizionario di filosofia e manuale di storia, è stata bandita perché può urtare le sensibilità dei vecchi e meno vecchi comunisti.
Controprova, a meno che non ci sia sfuggito qualcosa, il signor presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha tessuto un nobile elogio di Havel descrivendolo come un grande intellettuale e un europeo di alto lignaggio. Tutto vero, per carità. Ma dove viene ricordato che Havel fu prima di tutto un oppositore fermo e disarmato, etico e politico, del comunismo? Eppure il presidente Napolitano viene dal Partito comunista, in cui militava – anzi guidava – l’ala migliorista filoccidentale che fece di lui «il mio unico amico comunista» nelle parole dell’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, anticomunista armato.
E infine – sempre che gli occhi e gli occhiali non ci abbiano fatto brutti scherzi – anche l’articolo del direttore di Repubblica Ezio Mauro evita come la peste l’aggettivo e il sostantivo, che devono essere considerati a Largo Fochetti estremamente cheap, volgari, inappropriati.
Dunque, impariamo ogni giorno di più dai maestri della e dalla sinistra che il comunismo non è esistito, sono esistite le sue utopie (invariabilmente nobili e generose), sono esistite le sue distorsioni staliniste, maoiste, polpottiste, castriste, africane e nordcoreane, ma le distorsioni non erano la «cosa», l’oggetto che merita il nome che ha scelto di portare e di cui non si deve parlare perché non ne siamo degni o non vogliamo rogne.

Si spiega così anche meglio come mai quando Silvio Berlusconi, a cui piace anche essere provocatorio e persino dispettoso, accusa «i comunisti» e parla di loro come di qualcosa di esistente e di attuale, si rovesci su di lui tutto il rabbrividito sdegno del mondo che una volta si chiamava radical chic, o gauche caviar. Dare del comunista a un comunista è volgare. Dire che qualcuno ha sofferto in galera per il comunismo è inopportuno. Che qualcun altro è morto dopo aver seviziato il suo popolo in nome del comunismo (e non perché è una persona stravagante) è miserevole, volgare, inopportuno. Turba gli equilibri, «riapre il dibattito» (che non si è in realtà mai fatto, mai concluso) sul più vasto e duraturo crimine politico contro l’umanità, se sono appena verosimili le cifre fornite dagli storici russi dopo la caduta del regime comunista, secondo cui le vittime civili e innocenti del comunismo di matrice russa ed europea – guerre a parte – sono state fra i 15 e i 40 milioni, inclusi vecchi, donne e bambini. E non soltanto per mano di Stalin, ma anche di Lenin e poi anche di Krusciov che si lasciò convincere proprio dai dirigenti comunisti italiani, Togliatti in prima linea, a schiacciare nel sangue e nelle lacrime la rivolta anticomunista ungherese degli operai e degli studenti di Budapest nel triste novembre del 1956.

Che brivido: scrivendo queste poche vecchie e scontate noticine storiche, già mi sento un bieco anticomunista assetato di assurde vendette fuori tempo, mentre in realtà vorrei, vorremmo tutti soltanto che la decenza e la sobrietà fossero lodate non soltanto per il loden e la compostezza linguistica, ma anche di fronte alla storia che non chiede di essere manomessa.

Il mio saluto a Vaclav Havel, eroe civile e borghese, e uomo di teatro, insorto senza armi contro il comunismo che considerava serenamente un unico delitto contro l’umanità. Vaclav temeva quel che poi è venuto dopo il comunismo: conformismo isterico, estetismo da quattro soldi, tutto politicamente corretto, banale, perentorio, ortodosso, senza guizzi. Come dire: sobrio, col loden, impassibile, egualitario e come sport equestre l’equità cavalcata a pelo

19 dicembre 2011

Quando vissi a Praga per un paio di mesi a cavallo della caduta del comunismo nel 1990, conobbi Vaclav Havel e poi ci ripromettemmo sempre di fare un libro-intervista che per motivi vari e contingenti non si fece più anche perché lui diventò prima presidente della Cecoslovacchia e poi della Repubblica Ceca dopo la scissione dalla Slovacchia: il cosiddetto «divorzio di velluto» dopo la sua «rivoluzione di velluto» che inaugurò l’era delle rivolte civili senza armi, festose, pressanti.
Mi ripeteva allora, quando ci vedevamo nella mia modesta casa nella via Franzuskaia (dalla grafia più complicata che non so riprodurre) quale era il suo timore più grande e, aggiungo io, profetico.
Il suo timore era che, dopo la caduta del comunismo sovietico e dunque della ingombrante impalcatura della guerra fredda, sarebbe poi venuta l’era della menzogna globale, del politicamente corretto, della finta etica e della finta estetica dei giornali manipolatori ed egemoni, dell’anestesia diffusa e perbenista in una forma di ipocrisia suscettibile e irascibile che infatti sta diventando la cifra del secondo millennio: quella della rinuncia alla verità e della banalità travestita da moralità.
Vaclav non voleva più truppe straniere sul suolo ceco, ma gradiva comunque qualche batteria di missili americani perché era sicuro che soltanto gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza contro la Russia comunque ribattezzata e travestita. Aveva assaggiato, lui uomo di teatro messo al bando, le gioie del regime sovietico insieme a Milan Kundera che nel 1968 scriveva la prima stesura de «L’insostenibile leggerezza dell’essere» mentre il mondo occidentale fingeva di scandalizzarsi per la repressione dei carri armati in Boemia. In realtà l’Occidente aveva chiuso entrambi gli occhi ed era sollevato dalla fine del rischio che il germe cecoslovacco attecchisse e che la «Primavera di Praga» dilagasse. Pochi si accorsero della grande oscenità: truppe tedesche erano tornate in armi sulla terra che avevano insanguinato durante la seconda guerra mondiale.
Havel mi rivelò ciò che poi ho potuto verificare documenti alla mano quando, come presidente della Commissione Mitrokhin, ho potuto leggere i verbali segreti delle riunioni del Patto di Varsavia (La «Nato dell’Est») che documentavano un fatto di enorme portata e infatti dimenticato: il Patto di Varsavia, sotto gli ordini del Cremlino, cercò sempre la soluzione militare contro l’Occidente ed era sempre sul punto di scatenare la terza guerra mondiale per catturare l’Europa Occidentale, cose resa impossibile dall’incolmabile gap tecnologico negli armamenti. E questo era accaduto in particolare a causa della resa occidentale di fronte all’invasione del 1968.
Havel disse infatti che quando le armate del Patto di Varsavia entrarono a Praga nell’agosto del 1968, trovando soltanto la resistenza di studenti e operai che brandivano libri, erano guidate da ufficiali sicuri di incontrare le truppe occidentali della Nato. A Mosca erano sicuri che a Washington, come a Parigi, a Londra e a Bonn, i leader occidentali non avrebbero consentito che Praga subisse lo stesso destino che l’Armata Rossa aveva inflitto a Budapest nel 1956. I generali del Patto di Varsavia, disse Havel, avevano avuto l’ordine di non ingaggiare ad alcun costo un combattimento e di ritirarsi, considerando quell’operazione come un test: avrebbe l’Occidente girato la testa dall’altra parte, o avrebbe reagito?
La riposta fu chiara: l’Occidente abbandonava i patrioti boemi. E anche i partiti comunisti occidentali, che inizialmente furono critici nei confronti dell’intervento, voltarono le spalle e dimenticarono, comunisti italiani in testa, proprio loro che nel 1956, con una azione intimidatoria di Togliatti e del gruppo dirigente di Botteghe Oscure, avevano preteso da Krusciov la repressione nel sangue e nella vergogna della rivoluzione ungherese.
Molti anni dopo mi rivolsi personalmente a Havel, come Presidente della Commissione Mitrokhin, per avere notizie del famoso «dossier cecoslovacco» con l’elenco non soltanto delle spie che facevano il doppio gioco, ma dei campi d’addestramento, a partire da Karlovy Vary, di cui si erano serviti i nostri brigatisti rossi e numerosi rivoluzionari e guerriglieri che avevano trovato protezione in Cecoslovacchia.
Si trattava di un insieme di attività su cui Havel ordinò molte inchieste e che risalivano ai tempi in cui «Radio Praga» trasmetteva propaganda moscovita in italiano, per la voce di molti latitanti condannati in Italia in via definitiva per delitti commessi dopo la liberazione e non riconducibili alla naturale durezza della guerra partigiana.
Come tutti gli uomini che hanno combattuto il comunismo a viso aperto e pagando di persona, Havel fu poi considerato un uomo «di destra», sia pure moderata, secondo lo schema tolemaico che misura la natura di destra o di sinistra di un essere umano in politica dai centimetri che lo separano o lo avvicinano alle posizioni comuniste. Come tutti coloro che hanno vissuto quella storia, considerava il comunismo un unico crimine contro l’umanità e dunque Vaclav Havel era eticamente anticomunista e per questo marchiato come uomo di destra. In realtà non temeva più il comunismo, ma la menzogna e il conformismo come residuo tossico del post comunismo: facile profeta di questa infelicità che oggi ha fatto dell’ipocrisia e dell’amnesia le caratteristiche morali del nuovo millennio.