Sono esausto e chi me lo fa fare. Come el Quichote, caracollo da solo (e come un imbecille) contro il mulino a vento del comune sentire, inalberando i principi dell’orgoglio parlamentare che per sua identità e definizione resiste e si oppone fin dai tempi di Cromwell alle invasioni di giudici e del re (la cosa pubblica) sul sacro territorio della rappresentanza sovrana del popolo sovrano. Ma di che parlo? Parole al vento, chiacchiere in libertà – e solitarie – di un vecchio patriota della democrazia quale sono. Mi rispondete quasi tutti con le supposte, magari vere ma non provate da un processo, malefatte di Cosentino. Tutti scambiano “i privilegi” del parlamentarismo, che esistono per tutelare i diritti sovrani del sovrano elettore, per una difesa di privilegi. Che noiosissima rottura di coglioni. Ma sapete che c’è di bello? La democrazia è in fondo un lusso, anzi un vizio; meglio un consiglio d’amministrazione della Bocconi. Diciamolo una buona volta: il Parlamento stesso è un turpe vizio che un tale probo Paese non si può più permettere, e inoltre è una sentina di ladri e di privilegiati che tartassano la povera nazione che, di suo, è innocente, trasparente e laboriosa. Ma se è così, di che cosa stiamo ancora discutendo? E’ gennaio, ci sono zero gradi, orsù, siamo conseguenti: tutti al mare a farci il bagno! Ecco a voi il breve scambio con l’amico Jovenal, un uomo che stimo molto. Ma… tu quoque Juvenali? Alzo la toga e attendo le ventitré coltellate d’ordinanza.

13 gennaio 2012

JOVENAL SCRIVE No, dovete cambiare questa prassi di difendere il parlamentare dalla legge comune; poi, ma soltanto dopo, dovete cambiare la legge e l’ordinamento giuridico, ad esempio introducendo la responsabilità [civile=sanzione] del giudice per l’errore commesso. Se po’ ffà.
Finché nei partiti non verrà esposto questo criterio consequenziale delle 2 cose e non lo adoperate, potete scordarvi il rispetto del cittadino, e siete correttamente definiti una casta, statica, che non si riforma, che pur volendo si chiederebbe come, per mano di chi, dunque una casta.
Tu pensa se io potrei mai decidermi a dare un contributo al paese facendo il parlamentare se quel posto è così paralizzato.

GUZZ – GIRA LA TUA mail agli altri parlamenti, a cominciare da quello europeo, per proporre di abrogare le difese dei rappresentanti.
Mi spiace che un uomo della tua speciale intelligenza non colga il punto.
Ma, sai che ti dico? in fondo sono cazzi vostri. Dei cittadini, intendo. Questo è il comune sentire? Siete tutti in coda sul comune sentire? Non percepite l’odore della questione di principio? E allora che parliamo a fare se la democrazia è soprattutto una questione di principi e una gerarchia di principi?
Stiamo perdendo tempo, no? Suvvia, andiamo al mare e facciamoci il meritato bagno a zero gradi.

Chi usa la parola “comunismo” e – peggio – l’aggettivo “comunista” è volgare, è cheap, è berlusconiano. Ecco dunque che se muore il patriota boemo Havel che è stato un anticomunista disarmato e combattente, Napolitano lo imbalsama come “grande europeo” e se muore il boia nordoreano, e comunista, diventa un semplice “dittatore”, al massimo “stalinista”. Novità storica: i comunisti e gli ex comunisti se li chiami con questo aggettivo, si offendono. E tutto il mondo grigio, sobrio, perbenista, asfalta le parole e copre la fossa comune della verità storica, anch’essa archiviata come volgare, inopportuna, provocatoria, roba insomma da mascalzoni. Quali siamo.

23 dicembre 2011

Non ci volevo credere, ma su Internet è facile verificare. E dunque a meno che io non sia diventato cieco e sordo, è vero: sia nel caso della morte del dittatore comunista nordcoreano Kim Jong-il, sia nel caso della morte del campione dell’anticomunismo europeo dell’Est Václav Havel (per due volte presidente della Repubblica) il Tg3 ha mai pronunciato o fatto pronunciare le parole, peraltro foneticamente semplici e note, di «comunista» e «comunismo».
Si dovrebbe commentare con aggettivi enfatici: incredibile! pazzesco! indecente!
Ma l’ironia col punto esclamativo non è più in voga da quando un manto asfaltato di sobrietà ha sepolto ogni movimento scomposto, ogni capello fuori posto, ogni sillaba enfatica.
Ed è meglio così: perché la cosa purtroppo non può destare alcuna meraviglia.
Una scuola di pensiero, proprio quella che Havel temeva e prevedeva, ha preso i comandi dell’etica e dell’estetica e ha decretato che parlare di «comunismo» è da pezzenti: si può parlare di dittatura, al limite di stalinismo (Stalin, chi era costui? Un caso patologico nato come fenomeno imprevedibile in un mondo normale o un professionista del genocidio pianificato insieme ai piani settennali del partito comunista sovietico?) ma mai di comunismo. Questa parola, peraltro decente e frequente in ogni dizionario di filosofia e manuale di storia, è stata bandita perché può urtare le sensibilità dei vecchi e meno vecchi comunisti.
Controprova, a meno che non ci sia sfuggito qualcosa, il signor presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha tessuto un nobile elogio di Havel descrivendolo come un grande intellettuale e un europeo di alto lignaggio. Tutto vero, per carità. Ma dove viene ricordato che Havel fu prima di tutto un oppositore fermo e disarmato, etico e politico, del comunismo? Eppure il presidente Napolitano viene dal Partito comunista, in cui militava – anzi guidava – l’ala migliorista filoccidentale che fece di lui «il mio unico amico comunista» nelle parole dell’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, anticomunista armato.
E infine – sempre che gli occhi e gli occhiali non ci abbiano fatto brutti scherzi – anche l’articolo del direttore di Repubblica Ezio Mauro evita come la peste l’aggettivo e il sostantivo, che devono essere considerati a Largo Fochetti estremamente cheap, volgari, inappropriati.
Dunque, impariamo ogni giorno di più dai maestri della e dalla sinistra che il comunismo non è esistito, sono esistite le sue utopie (invariabilmente nobili e generose), sono esistite le sue distorsioni staliniste, maoiste, polpottiste, castriste, africane e nordcoreane, ma le distorsioni non erano la «cosa», l’oggetto che merita il nome che ha scelto di portare e di cui non si deve parlare perché non ne siamo degni o non vogliamo rogne.

Si spiega così anche meglio come mai quando Silvio Berlusconi, a cui piace anche essere provocatorio e persino dispettoso, accusa «i comunisti» e parla di loro come di qualcosa di esistente e di attuale, si rovesci su di lui tutto il rabbrividito sdegno del mondo che una volta si chiamava radical chic, o gauche caviar. Dare del comunista a un comunista è volgare. Dire che qualcuno ha sofferto in galera per il comunismo è inopportuno. Che qualcun altro è morto dopo aver seviziato il suo popolo in nome del comunismo (e non perché è una persona stravagante) è miserevole, volgare, inopportuno. Turba gli equilibri, «riapre il dibattito» (che non si è in realtà mai fatto, mai concluso) sul più vasto e duraturo crimine politico contro l’umanità, se sono appena verosimili le cifre fornite dagli storici russi dopo la caduta del regime comunista, secondo cui le vittime civili e innocenti del comunismo di matrice russa ed europea – guerre a parte – sono state fra i 15 e i 40 milioni, inclusi vecchi, donne e bambini. E non soltanto per mano di Stalin, ma anche di Lenin e poi anche di Krusciov che si lasciò convincere proprio dai dirigenti comunisti italiani, Togliatti in prima linea, a schiacciare nel sangue e nelle lacrime la rivolta anticomunista ungherese degli operai e degli studenti di Budapest nel triste novembre del 1956.

Che brivido: scrivendo queste poche vecchie e scontate noticine storiche, già mi sento un bieco anticomunista assetato di assurde vendette fuori tempo, mentre in realtà vorrei, vorremmo tutti soltanto che la decenza e la sobrietà fossero lodate non soltanto per il loden e la compostezza linguistica, ma anche di fronte alla storia che non chiede di essere manomessa.

Il mio saluto a Vaclav Havel, eroe civile e borghese, e uomo di teatro, insorto senza armi contro il comunismo che considerava serenamente un unico delitto contro l’umanità. Vaclav temeva quel che poi è venuto dopo il comunismo: conformismo isterico, estetismo da quattro soldi, tutto politicamente corretto, banale, perentorio, ortodosso, senza guizzi. Come dire: sobrio, col loden, impassibile, egualitario e come sport equestre l’equità cavalcata a pelo

19 dicembre 2011

Quando vissi a Praga per un paio di mesi a cavallo della caduta del comunismo nel 1990, conobbi Vaclav Havel e poi ci ripromettemmo sempre di fare un libro-intervista che per motivi vari e contingenti non si fece più anche perché lui diventò prima presidente della Cecoslovacchia e poi della Repubblica Ceca dopo la scissione dalla Slovacchia: il cosiddetto «divorzio di velluto» dopo la sua «rivoluzione di velluto» che inaugurò l’era delle rivolte civili senza armi, festose, pressanti.
Mi ripeteva allora, quando ci vedevamo nella mia modesta casa nella via Franzuskaia (dalla grafia più complicata che non so riprodurre) quale era il suo timore più grande e, aggiungo io, profetico.
Il suo timore era che, dopo la caduta del comunismo sovietico e dunque della ingombrante impalcatura della guerra fredda, sarebbe poi venuta l’era della menzogna globale, del politicamente corretto, della finta etica e della finta estetica dei giornali manipolatori ed egemoni, dell’anestesia diffusa e perbenista in una forma di ipocrisia suscettibile e irascibile che infatti sta diventando la cifra del secondo millennio: quella della rinuncia alla verità e della banalità travestita da moralità.
Vaclav non voleva più truppe straniere sul suolo ceco, ma gradiva comunque qualche batteria di missili americani perché era sicuro che soltanto gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza contro la Russia comunque ribattezzata e travestita. Aveva assaggiato, lui uomo di teatro messo al bando, le gioie del regime sovietico insieme a Milan Kundera che nel 1968 scriveva la prima stesura de «L’insostenibile leggerezza dell’essere» mentre il mondo occidentale fingeva di scandalizzarsi per la repressione dei carri armati in Boemia. In realtà l’Occidente aveva chiuso entrambi gli occhi ed era sollevato dalla fine del rischio che il germe cecoslovacco attecchisse e che la «Primavera di Praga» dilagasse. Pochi si accorsero della grande oscenità: truppe tedesche erano tornate in armi sulla terra che avevano insanguinato durante la seconda guerra mondiale.
Havel mi rivelò ciò che poi ho potuto verificare documenti alla mano quando, come presidente della Commissione Mitrokhin, ho potuto leggere i verbali segreti delle riunioni del Patto di Varsavia (La «Nato dell’Est») che documentavano un fatto di enorme portata e infatti dimenticato: il Patto di Varsavia, sotto gli ordini del Cremlino, cercò sempre la soluzione militare contro l’Occidente ed era sempre sul punto di scatenare la terza guerra mondiale per catturare l’Europa Occidentale, cose resa impossibile dall’incolmabile gap tecnologico negli armamenti. E questo era accaduto in particolare a causa della resa occidentale di fronte all’invasione del 1968.
Havel disse infatti che quando le armate del Patto di Varsavia entrarono a Praga nell’agosto del 1968, trovando soltanto la resistenza di studenti e operai che brandivano libri, erano guidate da ufficiali sicuri di incontrare le truppe occidentali della Nato. A Mosca erano sicuri che a Washington, come a Parigi, a Londra e a Bonn, i leader occidentali non avrebbero consentito che Praga subisse lo stesso destino che l’Armata Rossa aveva inflitto a Budapest nel 1956. I generali del Patto di Varsavia, disse Havel, avevano avuto l’ordine di non ingaggiare ad alcun costo un combattimento e di ritirarsi, considerando quell’operazione come un test: avrebbe l’Occidente girato la testa dall’altra parte, o avrebbe reagito?
La riposta fu chiara: l’Occidente abbandonava i patrioti boemi. E anche i partiti comunisti occidentali, che inizialmente furono critici nei confronti dell’intervento, voltarono le spalle e dimenticarono, comunisti italiani in testa, proprio loro che nel 1956, con una azione intimidatoria di Togliatti e del gruppo dirigente di Botteghe Oscure, avevano preteso da Krusciov la repressione nel sangue e nella vergogna della rivoluzione ungherese.
Molti anni dopo mi rivolsi personalmente a Havel, come Presidente della Commissione Mitrokhin, per avere notizie del famoso «dossier cecoslovacco» con l’elenco non soltanto delle spie che facevano il doppio gioco, ma dei campi d’addestramento, a partire da Karlovy Vary, di cui si erano serviti i nostri brigatisti rossi e numerosi rivoluzionari e guerriglieri che avevano trovato protezione in Cecoslovacchia.
Si trattava di un insieme di attività su cui Havel ordinò molte inchieste e che risalivano ai tempi in cui «Radio Praga» trasmetteva propaganda moscovita in italiano, per la voce di molti latitanti condannati in Italia in via definitiva per delitti commessi dopo la liberazione e non riconducibili alla naturale durezza della guerra partigiana.
Come tutti gli uomini che hanno combattuto il comunismo a viso aperto e pagando di persona, Havel fu poi considerato un uomo «di destra», sia pure moderata, secondo lo schema tolemaico che misura la natura di destra o di sinistra di un essere umano in politica dai centimetri che lo separano o lo avvicinano alle posizioni comuniste. Come tutti coloro che hanno vissuto quella storia, considerava il comunismo un unico crimine contro l’umanità e dunque Vaclav Havel era eticamente anticomunista e per questo marchiato come uomo di destra. In realtà non temeva più il comunismo, ma la menzogna e il conformismo come residuo tossico del post comunismo: facile profeta di questa infelicità che oggi ha fatto dell’ipocrisia e dell’amnesia le caratteristiche morali del nuovo millennio.

Un’altra schifosa provocazione di Guzz: dopo aver sostenuto il diritto di bagno nello champagne, adesso (quel porco) difende il principio del vitalizio contro i forconi. Possibile che non capisca mai da che parte tira il vento e si metta sempre di traverso? Eh, sì. E’ possibile. E infatti, leggete…

26 novembre 2011

Ricordate quando feci incazzare mezza Italia per aver semplicemente spiegato, Max Weber alla mano, la differenza di atteggiamento dei protestanti calvinisti rispetto ai cattolici?
Una ecatombe dell’intelligenza:avevo sostenuto lo stravagante principio secondo cui un cittadino, una volta pagate tutte le sue tasse e imposte, saldati tutti i debiti e compiuti tutti i suoi doveri, compiute – se lo ritiene- azioni di volontariato e di solidarietà, alla fine, ma proprio alla fine, dovrebbe restare con del denaro che è totalmente suo, non gravato da alcun dovere, e – sostenevo – con quel denaro al netto di tutti i suoi debiti, può finalmente fare quel che vuole.

Può spenderlo saggiamente o follemente, può comperare buoni del tesoro o, sostenevo, può fare il bagno nello champagne. Nel senso di: deve esserci una linea di confine fra l’individuo e i suoi debiti con la società, all’interno del quale può disporre in piena libertà del suo, senza doverne rispondere fiscalmente, moralmente (purché non commetta reati) e neanche esteticamente.

E dunque sostenni che questa è la differenza fra il calvinismo, secondo cui il denaro onestamente guadagnato mostra la benevolenza di dio che ha già scelto i suoi e li identifica attraverso il benessere; e il cattolicesimo per il quale i ricchi sono sempre e comunque cattivi e sospetti, mentre i poveri sono sempre buoni e vittime quali che possano essere le loro eventuali cattive azioni.

Non ho inventato il cattolicesimo, non ho inventato il calvinismo, ho a cuore la difesa a filo spinato del margine territoriale all’interno del quale ognuno di noi è una piccola e indifesa minoranza etnica e ha diritto di difendere la propria libertà di agire come ritiene, senza avere alcun censore, alcun giudice, alcun tribunale virtuale o rituale che possa condannare le sue scelte.

Ricordate? Ebbene, di tutto questo ragionamento rimase soltanto una sintesi.
Questa: Quel porco di Guzzanti difende i ricchi e sostiene che, alla faccia dei poveri e degli affamati, dei disoccupati e dei sofferenti, degli indigenti e degli sfortunati, i ricchi hanno tutto il diritto di farsi il bagno nello champagne.

Il massacro dell’idiozia è andato avanti su face book sul web e in ogni sito e blog, senza alcuna relazione con quel che avevo realmente detto parafrasando il celebre saggio di Weber “Etica protestante ed etica del capitalismo”.

Che dire? Che spiegare?
Che io non cono Calvino? Che io non sono Max Weber?
Che sto sostenendo il principio secondo cui deve esistere un’area, un minuscolo pezzo di terra sul quale ogni io è sovrano?
Tempo perso.

Ed ecco allora che quel porco di Guzzanti, mai soddisfatto delle sue porcate, oggi ne combina un’altra.
Col pretesto di difendere un principio intendo non difendere, ma almeno spiegare perché il vitalizio dei parlamentari NON è una pensione, tant’è vero che NON si chiama pensione MA vitalizio.

Che cosa nasconderà questa volta il mascalzone? ma è evidente: il porco intende soltanto difendere con i suoi artigli i sudici soldi rubati al popolo.

E allora facciamoci dell’altro male e diciamo le cose come stanno.

Il vitalizio non si chiama pensione.
E come mai? Risposta: un vitalizio si chiama vitalizio e non pensione, perché l’attività del rappresentante del popolo è un servizio alla comunità e non un posto di lavoro.

I famosi “padri costituenti” di cui a proposito e sproposito si parla, terrorizzati dall’idea che il fascismo avesse distrutto qualsiasi interesse e amore popolare per la democrazia, decisero di offrire una serie di riconoscimenti ai cittadini che accettavano di interrompere le loro vite familiari, le loro vite lavorative e le normali relazioni per andare quattro giorni alla settimana a Roma a rappresentare la collettività nelle aule del Parlamento.

Si considerava cioè che i cittadini delegati (deputati) compiono sacrifici per rendere un servizio e che quel servizio non è un lavoro ma appunto un servizio.
E per di più un servizio che rende difficile se non impossibile la vita normale (chi ha moglie, chi marito, un lavoro, amici e figli) mettendo a rischio l’unità familiare – il numero delle separazioni, divorzi e doppie vite è altissimo – e l’equilibrio fisico e mentale.

Questo pensavano i padri costituenti.

E dissero: la Patria democratica, in segno di gratitudine e riconoscimento per il sacrificio subito nel rendere un servizio pubblico che non è un posto di lavoro, decide di assegnare ai delegati (deputati e senatori) un riconoscimento tangibile sotto forma di vitalizio, per risarcirli e rendere meno difficile il loro reinserimento nella vecchia vita e attività di lavoro, alla fine del loro mandato.

Questo pensavano i padri costituenti, con un senso di vigile attenzione e protezione della fragile democrazia rinata.

Poi c’era il paraculismo del PCI, Partito comunista italiano, che era il maggior beneficiario di questa saggezza dei padri costituenti perché il PCI sequestrava, finché è esistito sotto questo nome, una cospicua parte del mensile dei suoi deputati e senatori, scelti tutti fra i funzionari di partito, salvo l’élite della crema del Comitato Centrale e della Direzione del partito. Altro che Porcellum: le liste erano bloccatissime come oggi e le preferenze agivano soltanto nella parte bassa della lista, dove i candidati di terza fila si accapigliavano facendo muti con le banche per la pubblicità.

Il Pci in particolare, poi, fatte fare due legislature ai suoi quadri più fedeli. li sostituiva e metteva gli ex parlamentari nei ruoli direttivi periferici, senza più sborsare una lira perché a questo provvedeva lo Stato attraverso il vitalizio.

DC e PSI non usavano proprio lo stesso metodo, ma molto vicino e comunque ai tempi di moro, Berlinguer, Paietta, Pertini, Cossiga, Napolitano, Martinazzoli, Nenni, Lombardi eccetera, nessuno fiatava e nessuno aveva nulla da ridire, perché tale era il potere di interdizione che i partiti e il Parlamento usavano contro chiunque si permettesse di offendere il meccanismo democratico, da rendere impossibile o quasi la critica.

Poi, la catastrofe. Prima Mani Pulite, venti anni fa, e poi oggi la campagna contro la “casta”, hanno ridotto l’immagine del Parlamento a quella della banda Bassotti, con tutti i corifei della ghigliottina sotto il palco ad agitare forchette e forconi.

Si è detto che il servizio di rappresentanza è un posto di lavoro, che il deputato è un impiegato cui si deve misurare il rendimento e la presenza come se fosse alla catena di montaggio, e si è cominciato a far finta che il vitalizio sia sinonimo di pensione e a dire: “Perché questi vanno in pensione con soli cinque anni, e anche meno di lavoro, se invece i lavoratori devono lavorare per trent’anni e più?”.

Il resto è noto.
Adesso, seguendo la cretina linea del forcone, si pretende persino di introdurre lo straordinario principio delle leggi retroattive, che regolano il passato e non soltanto il presente il futuro.

Nessuno sembra rendersi conto dei rischi democratici di una tale follia e tutti stanno sotto il palco a vociare contro gli attuali membri del parlamento, come se fossero loro gli autori di un delitto.

I più cretini del blog diranno certamente che sto difendendo i privilegi che non ho mai avuto (salvo quello di essere stato praticamente agli arresti per quattro anni sotto scorta, ciò che ho pagato carissimo sul piano personale) e che di nuovo Guzzanti difende il bagno nello champagne.

Poiché la prevalenza del cretino, come scrivevano Fruttero e Lucentini, è inevitabile e ineliminabile, non mi dilungherò oltre.
Ma vi dico: state attenti.
Non al mio vitalizio, ma alla vostra vita e a quella dei vostri figli.
La vita democratica parlamentare in Italia è praticamente finita e voi (la maggior parte di voi) accompagnate le esequie con balli sull’aia e bevute campestri.
God bless you all, and your children: che Dio vi benedica insieme con i vostri figli perché ne avete bisogno.

Ho votato la fiducia a Monti, che ho incontrato e con cui ci siamo scambiati un saluto cordiale: “Auguri prof e presidente”.”Anche a lei, ben noto Guzzanti…” Epilogo di una nuova partenza. La politica si è suicidata per codardia: i partiti sono tutti colpevoli, mentono tutti. In fondo Napolitano ha tirato Monti fuori dal cappello e quello giura di essere un bravo ragazzo e di non volersi approfittare della mensa imbandita e abbandonata vigliaccamente da tutti, che scappano facendo la riverenza e meditando inciuci. A questo punto (on s’engage et après on voit) non resta che fare due cose: tallonare da vicino il governo e scatenare la rivolta politica nei partiti politici. Vogliamo fare tutti insieme il gioco di piantarla di ripetere banalità come se ci pagassero? Perché quelli di destra non accusano la destra di aver fallito e quelli di sinistra non accusano la sinistra di non esistere e di essere codarda? Fare bunga bunga con la coscienza è più osceno che farla con le escort.

18 novembre 2011

Sì, la democrazia è sospesa, ma non per colpa di Monti. La democrazia l’hanno sospesa i partiti di governo e di opposizione. Berlusconi non ha potuto cancellare le provincie e metter mano alle pensioni, perché Bossi ululava. E SB si paralizzava. Inoltre SB si è cucinato a fuoco lento da solo con i suoi comportamenti che hanno permesso all’orchestra di suonare la sinfonia della sua messa al bando con successo crescente. L’Italia è punita all’estero per i suoi vizietti: evasione fiscale di massa, una economia sommersa e para-criminale pari al 30 per cento del Pil inconfessato, forze politiche prive di forza politica per metter mano al da farsi. Il peggior colpevole per me resta il PD ch aveva il dovere politico e morale di assumersi le sue responsabilità, chiedere le elezioni, vincerle, governare facendo spremere ai suoi elettori le lacrime e sangue. Nessuno vuole spreere lacrime e sangue ai propri elettori, e quando è arrivato il momento in cui si doveva pur far qualcosa, Napolitano ha messo Monti e da quel momento è stato tutto un “prego, passi prima lei”, “ma cui mancherebbe, faccia lei le riforme che noi non abbiamo voluto fare”, “ma no prego, noi non vogliamo neanche sapere, votiamo a scatola chiusa”.
Vigliacchi. In una democrazia con un paio di palle e una spina dorsale, si chiami Spagna o Regno Unito, si chiamano le elezioni e governalo Zapatero in carica fino alle urne. Quesya balla dell’impossibilità di votare perché sennò i mercati fanno “bù” è una stronzata. Il governo in carica doveva governare per settanta giorni per decreti legge attuando la lettera europea e intanto si faceva la campagna elettorale. Ai mercati non importa nulla della turbolenza elettorale, importa soltanto della solvibilità del Paese da cui compri una macchina usata (i suoi bond). Ai mercati non importa un fico secco di SB o di MM o di chiunque altro: i mercati (speculatori, investitori, creditori) vogliono i fatti e sono stufi di chiacchiere.
Dalle forze politiche italiane hanno avuto soltanto chiacchiere come “macelleria sociale” per dire che non vogliono toccare i privilegi degli italiani: le loro caste di pensionati giovani, di gente scivolata da leggi amiche, di gente che non fa un cazzo in ufficio e vuole lo stipendio anche dopo morti, lobby, confraternite, corporazioni.
E così i partiti tutti – tutti – pur di non prendersi le loro responsabilità (vaffanculo alla lega su provincie e pensioni, o assumersi la responsabilità di vincere le elezioni e far un governo per governare la crisi) hanno preferito fare l’inchino alla squadra dei pulitori, dei pompieri, dell’ambulanza che oggi è il governo della Repubblica, che è come il governo di Platone: democrazia sospesa, comandano quelli del mestiere.
Monti è furbo, è spiritoso, è fintamente grigio, è un gran paraculo. La sinistra fa finta che sia suo figlio, ma lui rifiuta la genetica.
Adesso basta con la manfrina di quanto è bravo bello grigio lungo occhialuto colto benvestito il Tremonti e basta di starnazzare alla democrazia sospesa_ la democrazia si è momentaneamente suicidata – tutta – e ricorre agli alibi, ai tempi supplementari, fa vedere che era monticiana da sempre, o si rifugia nelle vette montanare della camera in camicia verde simulando un’altra rottura di palle di queste finte Resistenze al nemico immaginario

Botta e risposta a muso duro ma con rispetto reciproco fra Manpan e me. Buona lettura.

7 novembre 2011

…bello questo post … e allora val la pena spenderci qualche minuto in più del solito

rientro ora da Genova, sono andato a dare un mano, e questo post mi ha colpito, e anche se mi ha convinto ancor di più delle mie ragioni ha il merito di aver aperto nuove possibili prospettive.
Se avrai la pazienza di arrivare fino alla fine forse, il cretino più cretino tra i cretini, riuscirà a capire meglio quello che ti e ci accade.
Non mi è piaciuto l’intro in primis perché caro Paolo tu non sei Alberto Lupo ne nel nome ne nei meriti, e anche se come reporter di guerra hai visto fischiare le pallottole i forconi di oggi potrebbero, al Paolo politico, fare molto ma molto più male, in secundis perché te la prendi a “campione” con Carla, Giagina e i vari “cretini” con la spocchia di chi pretende di avere la verità in tasca, classico dei comunisti.
Ma non è di questo che voglio parlare …
Ci sei ancora Paolo ? … spero di si …

Il mantra di Paolo attuale è “non c’è alternativa e quindi sostengo SB” … e io lo prendo per buono…
Bene, benissimo … quindi siamo tutti salvi …
domanda ma cosa dovrebbe cambiare tra 16 mesi ?
Quali eventi sconosciuti ci aspettano ?
Stanno contattando Harry Potter ?
Caro Paolo in qualità di reporter, e non di politico che porta il peso della responsabilità,
per cortesia riesci a spiegarmelo ?
siamo salvi come ho detto … ma poi, salvi da cosa ?
Chi sa minimamente di economia sa che la merce più rara e importante in una economia di mercato è … ? è ?
la credibilità.
E’ quella che, in una azienda ad esempio, si misura dal rating bancario, dalle referenze, dagli investimenti, dalla compagine sociale, dalla storia dei propri prodotti, dal suo management.
Caro reporter oggi l’Italia è credibile ?
E’ credibile una nazione che attraverso il suo massimo organo di rappresentanza riesce solo a far trasparire i tanti elementi che dividono e non quei pochi che uniscono ?
E’ solo colpa dei giornali comunisti ?
(ma non erano scomparsi i comunisti?)
E’ possibile che la credibilità debba venire da chi è “sceso” in campo “per tutti” noi giusto perché aveva il bisogno impellente di evitare che qualcuno lo suicidasse come è successo a Gardini, che ha promesso tutto a chiunque, che ha fatto sognare gli Italiani, e questo è l’unico argomento su cui non si discute, che ha promesso la rivoluzione liberale facendo capire che ovviamente valeva solo per gli altri, che ha costruito ovunque in deroga a qualsiasi regolamento edilizio e dove necessario opportunamente modificato, che, e questa è la sua colpa più grande, ha “de-culturato” un intero popolo proponendo i suoi prodotti mediatici fatti di cosce, tette e spettacoli immondi, che pur firmando un contratto con gli Italiani non “riesce” ad ammettere di non averlo onorato, insomma si può sperare che da tutti questi diamanti nasca qualcosa ?
(citazione DeAndrè dai diamanti non nasce nulla dalla merda si…)
E poi, sempre su questioni di credibilità, ma questa volta non solo quella di lui ma anche di tutti quelli che lo sosteno, mi chiedo,
ma se in 15-18-20 anni con maggioranze bulgare non sono stati capaci di fare praticamente nulla, perché dovrebbero in pochi mesi riuscire nel miracolo ? Con quali voti ? Con quali tempi ?
Ci provo e ci riprovo ma non ci riesco, non riesco a ricordare uno che sia uno, intervento di riforma, di innovazione emanato da questo governo …
riforma della pubblica amministrazione ? … no … solo un “razzismo” anti fannulloni(pochissimi diversamente da quanti ci hanno fatto credere),
… la riforma Gasparri, scritta da Mastrotta se non ricordo male …
… ahhh si, la riforma della scuola ? … il napalm avrebbe fatto meno danni
… tutti provvedimenti “contro” qualcosa o qualcuno, azioni e idee che hanno mirato scientificamente a dividere i sindacati, a mettere uno contro l’altro anziché cercare zone di raccordo.
L’ideologo massimo credo sia proprio il ministro del lavoro, guarda caso
E’ credibile, caro reporter, un team di spocchiosi forti solo dei numeri che si è comportato così fino ad ora cambi all’improvviso?

Ci sei ancora Paolo ? … spero di si …

Se tra quelli che devono votare ci sono anche quelli definiti “traditori” è veramente credibile che dopo gli insulti non gliela facciano pagare ?
(Traditori o traditi … il dubbio resta …)
Su questo ho qualche dubbio, SB è praticamente una fabbrica, cade lui cadono centinaio di parassiti.
Questa cosa mi ricorda quei tanti episodi che la cronaca nera ogni tanto ci narra :
“…in camera da letto la nonna morta da mesi, mentre il nipote continuava a percepire la pensione…”

Caro reporter,
è credibile un governo che tiene in ostaggio il suo primo ministro ? e che sotto il banco ha pronto il defibrillatore ? (questo mi ricorda tanto quel film “Dave – Presidente per un giorno” dove pur di fare i loro affari si inventano un sosia del presidente…

Caro politico Paolo,
è credibile un governo che ha bisogno di dare la colpa dei suoi fallimenti ad una opposizione inesistente ?
perché poi inesistente ? forse perché ha il coraggio di dire di no ?
o perché semplicemente non ha i numeri e non gli argomenti per farsi valere ?
ma questa non si chiamava democrazia ? … forse mi sbaglio
(se non sbaglio era Churchill che diceva in democrazia se hai due voti in più uno è di troppo…cosa deve fare l’opposizione : uccidere i deputati per non farli votare ?)

Io credo che gli Italiani hanno questa credibilità.
Ce l’hanno nel sangue, nelle proprie aziende, nelle proprie famiglie, nei propri valori.
Gli Italiani non voi;
Voi vi siete arroccati come lo Zar nel palazzo d’inverno, e, se non state attenti, farete la stessa fine.

Ma, caro Paolo, questo tuo post mi ha aperto nuove visioni.

Io sono convinto che le parole che hai riportato grondano di sincerità.
Tale sincerità è persuasiva e invasiva, ammalia, cattura, innamora insomma ti fotte nell’anima.
E allora concludo questo mio lunghissimo post dicendo :
…ok, ci sto, facciamo questo ultimo tentativo, diamo fiducia a Lui e a tutti i suoi, spero sinceramente che riescano a tirar fuori l’italia da questo pantano, ( ne ho visto di acqua in questi giorni mi sento ancora umido), spero che si riesca a tener fede a quanto promesso.
Quindi nessun passo indietro avanti come un caterpillar.
Fiducia massima gli affido la mia vita.

Grazie Paolo per queste parole riportate e per la passione che ne traspare.

Rispettosi saluti
Ps. … nella vita nulla è gratis, se poi qualcosa dovesse andar storto forse sarà il caso di chiedere scusa, non credi ?
Ps1. Ci sei ancora Paolo ? … spero di si …

GUZZ – CI SONO, grazie per il tono appassionato. Anzi, grazie per la passione. Io non credo che questo governo reggerà e non regge perché i topi abbandonano la nave e vanno sulle zattere sperando di seguitare a vivere. Secondo me la questione è una sola: uccidere SB? Bene. E chi e come e quando e con chi e per far che, al suo posto?
Capisci? La domanda è rovesciata: SB ha siglato un contratto a termine con l’Europa e ne è l’ufficiale esecutore. E’ un’agenda e dentro c’è parecchia “macelleria sociale” perché gli italiani poveretti sono stati viziati da decenni. il debito pubblico è stato l’ammortizzatore sociale vero. Non si licenzia nessuno, lo si mette a libro paga dello Stato. Le aziende falliscono? E chi se ne frega, le prende in carico lo stato (Efim) che le accolla al debito pubblico. Dobbiamo favorire una intera categoria? Ecco lo “scivolo” per andare in pensione in calzoni corti.

Questi sono gli scandali che scandalizzano l’Europa. Berlusconi che fa le corna o che si tromba le fanciulle del suo harem diventa soltanto la visualizzazione del vizio italiano. L’idea, demenziale, secondo cui SB è IL problema, e che eliminato lui tutto va bene, è appunto demenziale. Come è demenziale aver fatto credere agli italiani che tagliare lo stipendio ai parlamentari E’ la risposta alla crisi economica.

Dunque il problema è l’Italia e gli italiani, e SB è anche l’uomo che molto li incarna e da cui loro si sono sentiti incarnati.
Io dico: volete farlo fuori? Benissimo. Ma allora si torna a votare. Se sarà Bersani o Di Pietro o Vendola o Maroni o Monti il nuovo premier, lo devono decidere gli elettori, non un gruppo di allegri congiurati. Ho giocato anch’io a questo gioco e undici mesi fa ho votato la sfiducia, fiducioso nel terzo polo che non è mai esistito, con Fini che non è mai esistito e con Casini che è sempre il brillante Casini, ma che è l’Udc e non il terzo polo.

Morale: io mi sono ridotto a sostenere questo governo perché nessuno ha saputo portare l’alternativa.
Non sono io che non la vedo: non la conosce nessuno.
O forse lei la conosce?
Me la dice?
ce la racconta?
Chi, con chi altro, come, dove, quando e per fare ESATTAMENTE che cosa, senza perdersi nel mare delle chiacchiere indignate che sono soltanto seghe mentali.

Andiamo sul concreto: chi dirà agli italiani che la pacchia pensionistica è finita?
Che chi non lavora va preso a calci nel culo anche se è statale?
Che se un’azienda deve chiudere, chiude e che se il sistema regge altre aziende aprono?
Chi spiegherà agli italiani che bisogna produrre ricchezza e non soltanto consumare quella prodotta dagli altri come se fosse un diritto?

Ce la fanno i partiti di sinistra a reggere questo impatto?
Diamo SB per eliminato.
Caduto.
Non c’è più.
E allora?
Che facciamo?
con chi e che cosa?

Qui sul blog viene ripetuto come un ritornello che io ripeterei come un ritornello che non ci sono alternative.

Ma no: io non ripeto nulla.
Io dico: ditemi voi che vedete più lontano e meglio di me quale sarebbe l’alternativa, oggi, domani mattina.
Io sono cieco, lo ammetto.
Voi avete occhi d’aquila. Ve li invidio.

E allora, che cosa vedete in concreto e lasciando perdere le chiacchiere e i forconi, nel dopo SB per poter far accettare a un popolo spesso piagnone,più spesso paraculo, evasore dichiarato come abbiamo sentito in tv in Veneto, un po’ imbroglione sull’Iva, sui contratti, sulle parcelle, sulle fatture, sui certificati medici e così via: far accettare a un tale popolo un rigore luterano tedesco, o anche ugonotto francese o anglicano inglese?

Qui va di moda il forcone e qualche gentiluomo su facebook mi ha augurato di fare la fine di Gheddafi.
Io avverto l’odore del sangue e degli assassini.
Il vizio italiano di lavare nel fonte battesimale del sangue altrui i vizi e i peccati propri.
Sbaglio? Forse.

Ma senza andare per boschi a cogliere le fragoline delle polemicuzze da cortile, ditemi voi che tutto sapete e vedete: qual è esattamente l’alternativa oggi?
La mia alternativa ve la dico subito: se SB cade in Parlamento, voglio le elezioni generali immediate.
Che il sovrano elettore si pronunci e chiami al governo chi vuole.
Io non sarò rieletto e tornerò a scrivere e leggere i miei libri e voi sarete tutti felici.

L’Europa, poi, vi inonderà di champagne di Sarkò e birra della Merkel.
Sentirete che lezzo da osteria.
La viltà italiana è consistita nell’aver applaudito come sempre l’arroganza degli stranieri che hanno preso per il culo il governo, chiunque sia. La differenza fra me e voi è che se avessero fatto una cosa del genere a Prodi, non a Berlusconi, io avrei chiesto di muovere alcune divisioni a Vrntimiglia e al Brennero, vecchio stile, e avrei annunciato che l’Italia uscirà dall’Europa entro due settimane se non riceverà soddisfazione immediata, formale e sostanziale, per le ingiurie subìte. Per me così agisce chi ha le palle. Quelli che plaudono i titoli dei giornali altrui, i presidenti altrui, purché diano in culo al proprio democratico governo eletto dal popolo e in carica perché ancora gode della fiducia del Parlamento secondo le regole, è un codardo.
Right or wrong, my country.
Eccheccazzo.

Berlusconi mia ha detto: ecco quanto mi ha raccontato Silvio Berlusconi tornato da Cannes

5 novembre 2011

Antepongo la risposta a Carla che ho dato fra i commenti, perché si adatta a molti di voi, incapaci di capire la differenza fra riportare, riferire e far proprio, condividere. Trovo uno stato di accecamento che secondo me è la vera cifra del disastro italiano.
Ecco quel che scrive Carla e una sintesi di quel che rispondo:

E su Putin, nulla?
E sulle mignotte?
E quella che ci sono un italiano, un francese e un tedesco…..?
Ah, Paolo, Paolo, sei rimasto l’ultimo a credere alle favole.
Sei proprio un eterno fanciullo

GUZZ – Quando ero ragazzo agli albori della televisione l’attore Alberto Lupo veniva spesso inseguito coi forconi quando andava nei paesini in cui c’era un solo televisore al bar, perché lui interpretava la parte del cattivo in vari sceneggiati. Voi, lei, tu, siete uguali. Incapaci di capire un lavoro da reporter da uno di ideologo. Io ho avuto una opportunità: quella di ascoltare dal vivo materiale confidenziale uscito dalla bocca del capo del governo. E l’ho trascritto qui affinché ognuno se ne facesse l’opinione che vuole.
Invece, che cosa accade: che lei e altri furbacchioni, penso anche alla mia deludente Giagina che non sa distinguere fra lo specchio e l’immagine, e a tutti coloro che, leggendo, come impulso attaccano… me. Ma si può essere più cretini?
(…)
E sa qual è la ragione dell’incazzatura di chi legge queste mie note fedeli e di reportage? La ragione è che avendole scritte in modo composto, logico e decoroso, la compostezza, la logicità e il decoro mi vengono scaraventate in faccia come prove di un tradimento. Io su SB ho scritto di fatto 3 libri: Guzzanti VS SB, Guzzanti VS De Benedetti (dove ne parlo parecchio) e Mignottocrazia. Più decine di articoli, interventi alla radio, in tv, sui giornali. Non le ho mai mandate a dire. Sono tutte lì, stampate, registrate, visibili, udibili.
Dice: ma oggi stai con lui e lo tieni in piedi col tuo voto.
Sì, proprio perché – come ho spiegato da nove mesi – l’Italia non è nelle condizioni in questa situazione di sopportare una lunga crisi con le consultazioni o una campagna elettorale. E ho dimostrato la mia posizione votando la sfiducia il 14 dicembre, per constatare che l’alternativa DI GOVERNO non c’è. Non c’era ieri e non c’è oggi. O lei me la sa indicare: leader, maggioranza politica, maggioranza numerica, programma? No, perché non ci sono. ma lei – immagino – come molti qui dentro, non vuole, non volete un governo diverso (quale? come, con chi?) ma volete SOLTANTO la caduta di SB, nella sciocca presunzione che, caduto SB, la catastrofe italiana che dura da quando DC e PCI crearono il debito pubblico come ammortizzatore sociale, sarebbe risolta. Che idiozia. Oggi paghiamo il conto di quell’albergo dove abbiamo sempre sbafato mangiando caviale (pensioni a gogò ai bebè mentre gli altri lavoratori europei si fanno un culo così) e oggi davvero facciamo finta che “il problema è SB” perché va a mignotte.
Carla, io ho 71 anni e faccio il mestiere più antico del mondo (il giornalista) soltanto da 50 anni. Ho fatto cadere ministri e sventato complotti, mi creda, la vispa teresa fanciullina che grida a diestesa l’ho presa l’ho presa, è lei, non io.

L’INCONTRO CON SB LA SERA DEL 4 NOVEMBRE

Ho incontrato privatamente Silvio Berlusconi a palazzo Grazioli e la nostra è stata un conversazione privata, non un’intervista. Tutavia desdero condividerne con i miei lettori l’umore e le considerazioni che sono dunque di prima mano. Riporto quel che mi ha detto senza ricorrere alla forma fittizia del dialogo e delle finte interlocuzioni.

Mi è apparso molto stanco e deciso a non ricandidarsi mai più come premier, ma soltanto come deputato.
Mi ha detto:
“Io sarei favorevolissimo a fare il cosiddetto passo indietro, se soltanto vedessi uno straccio di alternativa, mentre invece non c’è nulla di nulla in un momento in cui il Paese ha bisogno di un governo che lavori ora dopo ora, con uno scadenzario di cose fare preciso e strettissimo.
Hanno parlato di monitoraggio dell’Italia messa sotto controllo, ma anche questa è una forzatura assoluta: io come uomo d’azienda ho chiesto personalmente che l’attuazione degli impegni presi venga certificata. Certificata vuol dire vista e confermata da un ufficio in grado di farlo. Non abbiamo chiesto una lira, abbiamo chiesto soltanto di avere dei referenti cui mostrare e dimostrare, giorno dopo giorno, la serietà con cui intendiamo assolvere i nostri impegni.
La questione della non credibilità dell’Italia è in questo momento figlia dell’irritazione di Sarkozy il quale non fa che sbuffare “Oh, les italiens!” perché Bini Smaghi non ha lasciato ancora il suo posto nella Bce. Stiamo facendo di tutto per dare a Bini Smaghi un’alternativa di pari e maggiore prestigio, ma come ho già detto non posso mica ucciderlo. Questo fatto ha mandato in bestia Sarkozy e ha complicato le cose”.

E poi: “Quanto ai dissidenti che dicono di voler andar via, si tratta di alcuni fra i migliori amici, fra i più cari e più fedeli, i quali si sentono frustrati e persino traditi. Hanno passato una vita in Parlamento umilmente a spingere i bottoni e lavorare senza altra gloria che la loro coscienza, e poi vedono gli ultimi arrivati che chiedono e ottengono posti di governo. Si sono infuriati, si sono ribellati. Ho cercato di capire se dietro di loro c’è un disegno politico, uno sbocco finale e invece no, sono soltanto arrabbiati e giustamente frustrati. Dunque, non posso lasciarli andare via senza averli incontrati tutti, ad uno ad uno e non per questa cosa orrenda che descrivo del calciomercato, ma per rimotivarli, se necessario anche con incarichi meritati. Leggo invece che Cirino Pomicino sta facendo lui una sua campagna per catturare deputati frastornati e girano pettegolezzi molto gravi che non voglio neanche riferire. E’ strano che quando siamo noi a lavorare per trattenere qualcuno o portarlo con noi, usano soltanto termini torbidi, offensivi come compravendite o mercato dlele vacche, ma quando sono altri che cercano di portarli via a noi, allora tutto è elegante, normale, anzi nobile”.

“Io credo che alla fine riusciremo a conservare la nostra maggioranza e questo sarebbe un bene per il Paese perché significa che possiamo completare il lavoro cui ci siamo impegnati in Europa. Ma se così non fosse, si deve andare ad elezioni e non ad un governo tecnico che nessuno vuole. E poi che significa governo tecnico? Dovrebbe sempre contare su una maggioranza politica in Parlamento, no? E dov’è? Non ci sono i numeri, oltre alla maggioranza politica. Non c’è un leader, un programma, nulla salvo questo straordinario obiettivo di far fuori me. Ma io non chiedo altro che finire con la mia leadership perché sono stanco, non ho più l’età per questi sforzi anche fisici, voglio ritirarmi, ma non posso farlo di fronte agli impegni presi.

“Io ho molta fiducia nel presidente Napolitano: è un uomo che nel corso del suo settennato non ha fatto che migliorare e crescere e assumere un ruolo imparziale che deve essergli costato non poco. Dunque, non penso proprio che Napolitano sia incline a pasticci, non penso che si metterebbe a fare del bricolage parlamentare per mettere in piedi un governo che non ha avuto l’avallo degli elettori. Ormai, da dieci anni, gli italiani non votano soltanto un partito, sulla scheda elettorale, ma anche il premier. E se il premier cade, tocca a loro dire quale nuovo premier vogliono. E lo possono dire soltanto nell’urna. Io sono molto grato al Presidente Napolitano per il suo lavoro e la sua rettitudine. Dunque penso che tutti quelli che lavorano per un governo fantasma schivando il passaggio elettorale, si illudono”.

“Sì, possono stare tranquilli. Io ho finito con questo giro. Tornerò a farmi eleggere, mi occuperò del partito, farò il padre nobile, ma basta col governo. Ho scelto una persona straordinaria come Angelino Alfano che riscuote l’approvazione di tutti: è un uomo intelligente, misurato, credibile, impeccabile e che tutti rispettano. Dunque il futuro del partito che ho fondato è in ottime mani”.

“No, non credo che la democrazia italiana, così com’è disegnata dalla carta costituzionale possa funzionare con agilità, come i tempi richiedono. Il Presidente non può licenziare e assumere ministri, la farragine di un itinerario assurdo per le leggi, il bicameralismo perfetto ed inutile, i veti incrociati, la necessità di mediare continuamente e di annacquare, rinunciare, rinviare: ecco che cosa ha fatto perdere forza ai buoni propositi di una rivoluzione liberale. Noi abbiamo provato a riformare il meccanismo e spero che qualcuno torni a riformarlo. Ma in queste condizioni, se non hai il 51 per cento dei voti non vai da nessuna parte”.

“Io non so che cosa accadrà nei prossimi giorni e settimane e spero, anzi sono convinto che la maggioranza possa reggere quanto basta per far fare al governo quel che il governo si è impegnato a fare. L’idea che una crisi di governo al buio, senza alternativa politica e senza l’avallo popolare, mi sembra sbagliata, contraria agli interessi del Paese e non credo che abbia alcuna prospettiva seria.”

“No, cerco di non leggere i giornali. Ho le spalle larghe e sono allenato al linciaggio, ma mi vedo insultato dal giorno in cui sono sceso in politica, e oggi mi trattano con una violenza continua e totale: sono allenato, ma sono anche stanco e devo risparmiare le mie energie per assolvere ai compiti che ho sottoscritto, certo non per il bene mio, certo non perché io stia inseguendo delle ambizioni personali.
Mi tiene in piedi il senso del dovere e quando sarà il momento, nei modi e nelle forme previste dalla democrazia, sarò felice di tornare a vivere quel che mi resta da vivere in maniera un po’più serena. No, non mi occuperò più delle mie aziende: i miei figli hanno fatto e stanno facendo un eccellente lavoro e non sarebbe giusto che poi alla fine il padre gli piombasse di nuovo sul collo.

“Il mio avvenire sarà quello di un uomo che ha creduto in un progetto e che farà ancora di tutto per realizzarlo, benché avrei buoni motivi per mollare tutto. L’ho detto: farò il padre nobile e darò consigli. E adesso, al lavoro”.

Lémery ci scrive su Gheddafi e ci consiglia un bel libro

25 ottobre 2011

Caro onorevole,
ho trovato in libreria un volume con la sua prefazione; si tratta di “Gheddafi. Ascesa e caduta di un oppositore globale”, di Pierluca Pucci Poppi. La sua prefazione è molto bella e, a tratti, esilarante (ad esempio, quando il ministro degli Esteri libico Ali Triki, davanti a lei sotto la tenda, racconta di come hanno pianto insieme con Andreotti quando è crollata l’Unione Sovietica).
Qui mi sorge un dubbio: per quale oscura ragione questo libro è l’unico testo pubblicato in Italia (a mia conoscenza) che descrive il colonnello Gheddafi come il grottesco macellaio che è sempre stato? La principale biografia italiana del Colonnello, quella di Angelo Del Boca, è certo molto interessante, assai documentata e ben scritta, ma l’autore è innamorato di Gheddafi, e si vede in ogni pagina, anche in quelle in cui si deplora – timidamente – il sostegno libico al terrorismo di ogni colore. Per il resto, fino alla guerra del 2011, praticamente non esistevano libri in Italia su Gheddafi (vedo che l’ottanta per cento circa della bibliografia del testo in questione proviene da fonti francesi, inglesi e americane). Questo è apparentemente sorprendente, perché la Libia è certo più importante per l’Italia di quanto non lo sia per la Francia, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. E’ vero che Gheddafi ha colpito, anche con il terrorismo, interessi americani, britannici e francesi, ma non è che con noi abbia scherzato, come è scritto nel libro: veda le stragi di Fiumicino del 1973 e del 1985; i missili su Lampedusa; le uccisioni di dissidenti libici in Italia; gli arresti arbitrari di cittadini italiani in Libia; la cattura dei pescherecci eccetera, forse fino a Ustica, come lei argomenta nella prefazione. La mia idea è che la parola d’ordine in Italia sia stata, per quarant’anni, di sopportare e minimizzare, anche per evitare che l’opinione pubblica potesse capire la reale statura del personaggio che si permetteva di umiliarci in questo modo. Era probabilmente difficile scrivere un libro “antipatizzante” su Gheddafi in un ambiente in cui il governo, la magistratura, i servizi e la diplomazia, tutti allineati, si sdraiavano a tappetino davanti al Colonnello. Il testo racconta che l’esecutivo abbozzava alle provocazioni di Gheddafi, che l’ambasciata a Tripoli consigliava la liberazione dei sicari libici detenuti in Italia, che la magistratura prontamente li scarcerava e che i servizi orchestravano il tutto. Inoltre, è vero che si sapeva dell’appoggio di Gheddafi al terrorismo internazionale, ma principalmente fra gli addetti ai lavori: giornalisti, magistrati, studiosi eccetera. Non ho mai visto nelle librerie, prima di questo libro, un’analisi italiana sulla politica demenziale e suicida di Gheddafi di aiuto a qualunque terrorista si presentasse a Tripoli col cappello in mano, compresi gli indipendentisti delle isole Molucche e gli hippy californiani antisemiti dei “Bambini di Dio”. Se aggiunge a ciò le sue politiche criminali in Africa (Bokassa, Idi Amin, Menghistu, Taylor, Mugabe, Sankoh eccetera) e i suoi tentativi di far fuori qualunque governante arabo che non andasse d’accordo con lui – cioè quasi tutti – è facile capire perché, per la prima volta nella loro storia, la Lega araba e l’Unione africana si sono trovate d’accordo per far bombardare un Paese membro dagli occidentali. Sovrapponendo a tutto questo le rogne mentali del Colonnello (un uomo che scrive una raccolta di idiozie come il Libro Verde e lo fa tradurre in 53 lingue non è proprio un paradigma di normalità), non è difficile capire perché il personaggio non abbia un amico al mondo, tranne pochi squilibrati (gentiluomini come Chavez, Ahmadinejad, Kim Jong-Il). Ciò che scrisse Simon Leys, pseudonimo del sinologo belga Pierre Ryckmans, sul Libro rosso di Mao può facilmente valere per il Libro verde di Gheddafi: “è normale che gli imbecilli profferiscano imbecillità, così come gli alberi di mele producono mele”. Jean-François Revel ha commentato che dall’analisi degli scritti di Mao risulta – cito – “la povertà intellettuale, direi anzi l’imbecillità ridicola degli apoftegmi del despota di Pechino” (“apoftegma” significa “sentenza memorabile” – ho controllato sulla Treccani). Per tornare a Gheddafi, Oriana Fallaci, che può senz’altro risultare insopportabile, scriveva che la notte prima dell’incontro con il Colonnello, per la sua celebre intervista del 1979, ha letto il Libro Verde e ha concluso che “il primo libriccino dimostrava soltanto che il colonnello era scemo, e questo lo avevo capito”, e che “anche il secondo libriccino dimostrava soltanto che il colonnello era un mentecatto”.
Gheddafi, macellaio, dittatore, torturatore e “oppositore globale”, come titola il libro, non meritava però questa fine. E’ come piazzale Loreto, come l’impiccagione di Saddam, come la fucilazione dei Ceausescu: puoi aver combinato casini osceni, ma la civiltà elabora la legge proprio per superare il capro espiatorio delle società primitive. E’ certo facile parlare quando non hai avuto un figlio assassinato dall’Ovra, dal Mukhabarat o dalla Securitate, però lo scempio di un corpo, vivo o morto, toglie dignità e onore a chi lo compie. In questo, mi permetta, onore a Gheddafi, certo serial killer ma superiore ai suoi tormentatori che hanno filmato con i telefonini la sua agonia.
Un ultimo appunto: leggo nel libro delle posizioni italiane riguardo alla guerra in Libia e all’ottimo comportamento delle nostre forze armate, di cui nessuno sa nulla. Mi rende semplicemente triste la censura informale sui nostri attacchi allo strumento militare gheddafiano e il tentennamento quotidiano dei nostri ministri, che non sapevano che pesci prendere, il che dimostra che non abbiamo più una politica estera coerente, né una classe dirigente capace di reagire alle crisi internazionali.
Infine, so che lei ha votato contro l’etilica mozione della Lega per chiedere alla Nato la definizione di una data per la cessazione delle operazioni militari. Come con lo yogurt, scrive Pucci Poppi, non si può consumare oltre una certa data. La guerra-yogurt? Immaginarsi, durante la seconda guerra mondiale gli alleati – Churchill, Stalin e Roosevelt – che telefonano a Hitler: “ciao Adolf. Senti, qui la Lega ha deciso che dobbiamo darci un taglio, per cui ti bombardiamo solo fino alle 18.30 del 30 agosto 1943. Va bene?”. E Adolf: “Jawohl!”. In questo momento, staremmo scrivendo in tedesco.

Cordialità

Lémery